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Stradeonline, 10 novembre 2016 – ISOLAZIONISMO USA E TRUMPISMO GLOBALE. FINISCE L’ORDINE POLITICO DEL DOPOGUERRA

Forse oggi è davvero finito l’ordine mondiale liberale che abbiamo ereditato dal Dopoguerra. Donald Trump sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Uno straordinario colpo di scena al termine di una campagna elettorale populista e polarizzante (che il NY Times ha definito una “exhausting parade of ugliness”) che è sfociata in uno stupefacente ripudio dell’establishment.

L’esito sorprendente (Donald Trump ha vinto le elezioni consolidando il sostegno degli elettori bianchi e facendo conquiste inaspettate tra i gruppi minoritari; e questa volta è stato il livello d’istruzione a dividere gli elettori) mette, tuttavia, in luce anche alcuni aspetti dell’America di oggi a cui dovremmo forse prestare attenzione molto oltre le elezioni di ieri. Anche perché ci riguardano.

Donald Trump ha dimostrato, in primo luogo, che l’odio «vende» e che il razzismo, la faziosità e la misoginia possono alimentare una campagna elettorale.

In secondo luogo, Trump ha dimostrato anche che reclutare l’arcipelago dei blog della “alternative right”, i teorici della cospirazione, i bianchi suprematisti e anti-semiti come alleati feroci senza alienarsi gli affidabili elettori repubblicani, è una cosa fattibile.

In terzo luogo, gli americani di ogni estrazione – bianchi, neri, latinos, uomini, donne, la gente delle comunità rurali e delle aree urbane – hanno una cosa in comune: sono preoccupati per il loro futuro economico. Il paese ha sperimentato di recente la più lunga recessione dalla Grande Depressione, gli stipendi sono stagnanti da anni e la disparità salariale non è mai stata così grande dagli anni Venti. Entrambi i candidati hanno cercato di mettere la questione al centro della loro campagna elettorale. Ma Trump ha superato perfino Sanders nello sfruttare le preoccupazioni economiche che attraversano tutte le classi demografiche. Ed è riuscito a sfruttare le preoccupazioni reali per attaccare gli immigrati e gli accordi commerciali, senza offrire nessuna politica convincente per creare nuovi posti di lavoro e accrescere i salari. Le sue proposte economiche e finanziarie finirebbero per colpire proprio i lavoratori e la gente comune e scavare un buco nel bilancio federale. E il bello è che proprio Hillary Clinton aveva offerto invece alcune idee pratiche che avrebbero potuto migliorare la situazione economica di molti americani.

In quarto luogo, social media e stazioni televisive hanno amplificato come non mai sputi e insulti sparsi con dovizia per più di un anno e mezzo, ma non sono in grado di stabilire dei punti fissi, delle verità condivise, o di favorire un dibattito costruttivo su questioni serie (dal cambiamento climatico alle politiche in materia di criminalità). Va detto anche che, nel democratizzare i media, Twitter e Facebook hanno anche fatto sì che per gli americani (e per tutti noi) sia possibile imbattersi solo nei messaggi che vogliono (vogliamo) sentire. Senza contare che, affamati di ascolti, Fox News, CNN ed altri network televisivi hanno consegnato a Trump un microfono aperto fin dal principio della corsa. Avendo soffiato sul fuoco di una faziosità estrema per anni, i leader Repubblicano non potevano fermare l’ascesa di Trump nelle primarie e temevano di alienarsi i suoi supporter se l’avessero contrastato nelle elezioni generali. E Trump ha usato a sua padronanza dei media e la sua capacità di intrattenere (spesso utilizzando insolenze ed ingiurie) per catturare l’attenzione.

 

Va da sè, infine, che la vittoria di Trump si ripercuoterà molto oltre i confini del Paese, sconvolgendo un ordine stabilito da decenni e sollevando domande molto serie sul ruolo dell’America nel mondo. Per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale gli americani hanno scelto un presidente che ha promesso di ribaltare l’internazionalismo praticato dai predecessori di entrambi i partiti e di costruire muri sia materiali che metaforici. Il che lascia presagire una America più concentrata sui propri affari interni che lascia il resto del mondo in balia di se stesso. Ovviamente, la rivoluzione contro l’establishment di Washington (di entrambi i partiti) che ha sospinto Trump al potere riflette anche uno spostamento importantissimo nella politica internazionale evidenziato già quest’anno dal voto per il «leave» nel referendum britannico. Il successo di Trump potrebbe rilanciare i populisti, i nativisti, i nazionalisti, i movimenti per la chiusura dei confini, che spopolano in Europa e si diffondono in altre parti del mondo. Per il Messico, ciò potrebbe presagire una nuova era di tensioni con il suo vicino settentrionale; per l’Europa e l’Asia potrebbe riscrive le regole delle alleanze, delle intese commerciali e della cooperazione internazionale; per il Medio Oriente, potrebbe presagire un possibile allineamento con la Russia e un nuovo conflitto con l’Iran.

 

Aggiungo che di fronte agli elettori non c’era solo l’elezione presidenziale. Decine di milioni di persone in tutto il paese erano chiamate a votare referendum su proposte che potrebbero cambiare le loro vite e le loro comunità. Gli elettori di nove Stati hanno votato su misure per ripensare la guerra (fallita) alle droghe permettendo l’uso medico e ricreativo della marijuana. Città e contee, incluse Los Angeles e Seattle, hanno votato sul finanziamento di progetti infrastrutturali relativi ai trasporti di cui c’è disperato bisogno. Lo Stato di Washington ha votato sulla tassazione delle emissioni inquinanti. Altrove, la gente ha votato misure su un più stretto controllo delle armi e sull’incremento dei minimi salariali. Queste proposte sono una riposta ai fanatici che hanno bloccato il Congresso costringendolo all’inazione. In fondo, per i cittadini frustrati dal malfunzionamento del sistema politico-istituzionale (tutto il mondo è paese) può rivelarsi un modo per spingere avanti le cose.

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