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Guerre civili: «la politica internazionale con altri mezzi»

La convinzione che l’Iraq fosse una sorgente cruciale del jihadismo sunnita più radicale (e perciò conquistarlo era la prima indispensabile mossa nella «war on terror» post 9/11) è stata una caratteristica distintiva dell’amministrazione Bush. All’epoca, si è trattato di un’idea molto controversa. I legami di Saddam Hussein con il terrorismo erano reali ma non particolarmente importanti. L’Iraq era in basso nella classifica degli Stati sponsor del terrorismo e il terrorismo non era tra i principali motivi di preoccupazione in relazione all’Iraq di Saddam; ed anche i programmi segreti riguardanti le armi di distruzione di massa, allora ritenuti la principale minaccia, si sono rivelati un problema di poco conto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Fatto sta che, rovesciando il regime di Saddam senza riuscire a mettere niente di consistente al suo posto, l’amministrazione Bush ha creato le condizioni affinché le sue paure si concretizzassero e, nel corso di un paio di anni, gli estremisti jihadisti diventassero protagonisti decisivi nel caos dell’incipiente guerra civile. Alla fine, l’ordine venne restaurato attraverso la combinazione di due diversi fattori: la resistenza tribale locale e l’adozione da parte di Washington di una nuova e meglio elaborata strategia di counterinsurgency. Così quando le ultime truppe da combattimento degli USA lasciarono l’Iraq alla fine del 2011, il terrorismo islamista era di nuovo in fondo alla lista dei problemi del paese. Allora entrarono in gioco tre nuovi elementi: la condotta sempre più inetta e settaria del governo a guida sciita, il distacco crescente da parte di Washington e la violenza crescente nella vicina Siria. Insieme, questi tre elementi, hanno soffiato sulle braci ancora accese ravvivando il fuoco del movimento jihadista iracheno in precedenza dato per morto. Elementi del gruppo prima noto come al-Qaeda in Iraq tornarono a galla indossando i panni dello Stato Islamico o ISIS; misero piede nelle zone desertiche della Siria orientale e alla fine conquistarono ulteriori ampie porzioni dell’Iraq occidentale, portando, con la loro rinascita, morte, distruzione e fanatismo.

Ora che l’ISIS è di nuovo in cima alle nostre preoccupazioni, Foreign Affairs, la rivista edita dal Council on Foreign Relations, il principale forum americano di discussione in materia di politica estera, torna sull’argomento con un nuovo e-book che esamina accuratamente la natura della minaccia, lo stato della guerra in corso e le scelte che abbiamo di fronte (The ISIS Crisis | Foreign Affairs).

«The ISIS Crisis», raccoglie una serie analisi autorevoli ed esclusive su ogni aspetto della questione: dall’ideologia, strategia e caratteristiche interne del gruppo; alle sue azioni in Medio Oriente e altrove; ai difficili compromessi che richiede lo sforzo per fermare e respingere la sua offensiva. Il libro si concentra sulle questioni che meritano davvero di essere discusse: che cosa vuole l’ISIS? Quanto è grave la sua minaccia? A chi è indirizzata? E come si può fermare? Non è detto che dopo avere letto il volumetto si sappia esattamente che cosa fare. Ma di sicuro sì avranno tutte le informazioni per riflettere sulla questione in modo intelligente.

Per ricavare invece qualche indizio su come la guerra civile in Siria possa finalmente finire – o si possa trasformare gradualmente in un conflitto perfino più tremendo – basta dare un’occhiata alla congestione sui cieli della Siria. Lassù in cielo, le aviazioni militari degli Stati Uniti, della Russia, della Turchia e della Siria, stanno portando regolarmente a termine attacchi aerei, spesso con finalità del tutto divergenti. E lassù, martedì, i jet turchi hanno abbattuto un aereo da combattimento russo per aver violato, così si afferma, lo spazio aereo turco. L’episodio rappresenta la prima volta, in 63 anni, in cui un paese della NATO ha abbattuto un aereo russo (The last time a Russian jet was shot down by a NATO jet was in 1952).

È il tipo di incidente che ha sempre terrorizzato i militari: uno scontro tra le maggiori potenze coinvolte nel caleidoscopico conflitto siriano con il potenziale per trascinare gli alleati in uno scontro più grande (The Confused Person’s Guide to the Syrian Civil War). Ma quel che più conta è che la scaramuccia di martedì scorso minaccia di far deragliare le trattative internazionali sulla Siria proprio quando sembravano fare dei progressi verso una soluzione diplomatica della guerra civile (e di conseguenza fornire una risposta alle sue molte conseguenze, compresa la crescita dell’ISIS).

Turchia e Russia sono collocate, nella guerra civile siriana, da molto tempo su fronti opposti, con la Russia che appoggia il presidente Bashar al-Assad e la Turchia che sostiene una caterva di gruppi ribelli. Ma le tensioni si sono intensificate da quando la Turchia si é unita alla campagna alleata contro l’ISIS guidata dagli USA nel corso dell’estate (mentre nel contempo bombardava i militanti curdi della regione sostenuti dagli Stati Uniti) e la Russia ha cominciato gli strikes aerei in Siria contro l’ISIS e gli altri gruppi anti-Assad in settembre. Molti degli attacchi aerei della Russia si sono svolti vicino all’estremità meridionale della Turchia dove è stato colpito l’aereo russo (e dove la Russia bombarda i ribelli siriani turcomanni, un gruppo etnico minoritario di origine turca, che con il sostegno della Turchia stanno combattendo le forze di Assad). C’è chi ritiene che le incursioni russe nello spazio aereo turco (le violazioni si sono ripetute dal mese di ottobre) non siano state accidentali, ma siano un’azione deliberata per testare la Turchia, la NATO e la coalizione guidata dagli USA contro l’ISIS e i loro progetti sul futuro (senza Assad) della Siria (Nato ready to defend Turkey as Russia strikes Syria – video | World …).

Ciò nonostante, nelle ultime settimane l’attentato dell’ISIS al volo russo in Egitto e gli attacchi a Parigi, avevano dato nuovo impulso ai negoziati diplomatici sulla guerra civile siriana (A surprise in Syria’s civil war that could be bad news for the Islamic State). Ora però se la guerra per procura tra Russia e Turchia dovesse intensificarsi, rischierebbe di ostacolare i progressi e i necessari compromessi (come ad esempio l’inclusione nei negoziati del gruppo islamista di opposizione Ahrar al-Sham sostenuto da Turchia, Qatar e Arabia Saudita) che potrebbero rivelarsi decisivi per raggiungere una qualche parvenza di accordo di pace in Siria. Ed il sostegno ininterrotto di Russia e Turchia alle loro fazioni favorite probabilmente finirebbe per prolungare la guerra civile. Parafrasando Carl von Clausewitz, le guerre civili si possono concepire come «politica internazionale con altri mezzi». Prima dell’abbattimento del jet russo sembrava che le principali potenze fossero interessate a fermare la guerra civile siriana attraverso la politica. Ora sembra più probabile che si adattino agli «altri mezzi». Il che sarebbe un guaio.

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