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UN AUTUNNO CALDO?

L’estate volge al termine e, a quanto pare, ci aspetta un autunno difficile e pieno d’impegni. Dopo la pausa estiva, l’Unione europea dovrà affrontare una «unusually daunting post-vacation agenda». Così scrive Politico (Politico – Official Site) che, nell’edizione europea del quotidiano americano prodotta dalla sede di Bruxelles, ha messo in fila i problemi con i quali l’Unione europea dovrà fare i conti alla ripresa (The Ides of September). «It was the calm before the storm», scrivono Matthew Karnitschnig and Zeke Turner. «Brussels slipped into its usual summer slumber in August, but as a parade of commission officials, lawmakers, regulators and diplomats return to their desks this week, they face an unusually daunting post-vacation agenda — from fixing Greece to the migrant crisis to convincing Britain to remain in the EU to finalizing plans for a new capital markets union. Then there’s the simmering conflict in Ukraine and concerns over the terror threat posed by Islamic fighters returning from Syria. Complicating matters further is a series of important elections, including in Spain and across the EU’s border in Turkey. Whether political, economic or security-related, Europe faces obstacles at nearly every turn». Al punto che un funzionario di Bruxelles, al lavoro da domenica scorsa, ha paragonato l’aria che tira a quella dell’autunno del 2008, quando fallì Lehman Brothers: «This fall feels like 2008, when Lehman Brothers went under». Il 9 settembre il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, terrà un discorso di fronte al Parlamento europeo. Il 14 settembre ci sarà un vertice straordinario dei ministri dell’Interno e della Giustizia sull’immigrazione.

Il fatto è che i nodi stanno venendo al pettine. Non per caso Henry A. Kissinger, uno dei maggiori artefici, nelle vesti di consigliere per la Sicurezza nazionale e di segretario di Stato, della «vittoria» sull’Unione Sovietica nella guerra fredda nel suo libro «Ordine Mondiale» (Ordine mondiale – Kissinger Henry – Libro – Mondadori …), rivolge all’Europa uno sguardo preoccupato: il processo di superamento degli Stati nazionali, infatti, non ha creato un nuovo soggetto politico, ma un vuoto di autorità interno e una debolezza ai confini, mentre nella vicina regione mediorientale le strutture governative centrali si dissolvono in una miriade di scontri su basi etniche e confessionali.

Detta in altri termini, Kissinger è un «vestfaliano». «Un ordine mondiale veramente globale non è mai esistito. Quello che ai giorni nostri passa per ordine è stato escogitato nell’Europa occidentale poco meno di quattro secoli fa, in una conferenza di pace svoltasi nella regione tedesca della Vestfalia, senza che vi partecipassero, e anzi senza che ne fossero neppure al corrente, la maggior parte degli altri continenti e delle altre civiltà. Un secolo di conflitti settari e di disordine politico in tutta l’Europa centrale era culminato nella guerra dei Trent’anni (1618-1648): una conflagrazione in cui controversie politiche e religiose si mescolarono, in cui i combattenti ricorsero alla «guerra totale» contro i centri abitati, e quasi un quarto della popolazione dell’Europa centrale morì in battaglia, di malattia o di fame. Stremati, i belligeranti si riunirono per definire una serie di accordi che ponessero termine alla carneficina. L’unità religiosa si era infranta con la sopravvivenza e la diffusione del protestantesimo; la diversità politica era inevitabile, dato il numero di unità politiche autonome che avevano combattuto senza che nessuna prevalesse. Fu così che in Europa si produssero condizioni simili a quelle del mondo contemporaneo: una molteplicità di unità politiche, nessuna delle quali dotata di potenza sufficiente a sconfiggere tutte le altre, in molti casi aderenti a filosofie e a pratiche interne contrastanti, in cerca di regole neutrali per disciplinare la loro condotta e mitigare il conflitto. La Pace di Vestfalia rifletteva un adeguamento pratico alla realtà, non una concezione morale unica. Si basava su un sistema di Stati indipendenti che si astenevano dalla reciproca interferenza negli affari interni e controllavano a vicenda le rispettive ambizioni mediante un equilibrio generale di potere. Nelle lotte europee non si era affermata alcuna pretesa di verità o di dominio universale. Invece a ogni Stato si era assegnato l’attributo del potere sovrano sul proprio territorio. Ciascuno avrebbe riconosciuto le strutture interne e le propensioni religiose degli altri e si sarebbe astenuto dal metterne in discussione l’esistenza. Con un equilibrio di potere a quel punto percepito come naturale e desiderabile, le ambizioni dei regnanti si sarebbero reciprocamente controbilanciate riducendo le possibilità di conflitti, almeno in teoria. Divisione e molteplicità, un accidente della storia europea, divennero tratti distintivi di un nuovo sistema di ordine internazionale con una propria definita prospettiva filosofica. In questo senso lo sforzo compiuto dall’Europa per porre fine alla sua stessa conflagrazione plasmò e prefigurò la sensibilità moderna: mise da parte il giudizio sull’assoluto in favore di un atteggiamento pratico ed ecumenico; cercò di distillare l’ordine dalla molteplicità e dal mutuo controllo» (Leggi il primo capitolo).

Dunque, Kissinger ritiene che il mondo stia andando «verso la formazione di blocchi regionali che svolgeranno il ruolo degli stati nel sistema vestfaliano» e che «l’Unione europea può anche essere interpretata come un ritorno al sistema statale internazionale vestfaliano che l’Europa aveva creato, diffuso in tutto il globo, difeso ed esemplificato per gran parte dell’età moderna questa volta come potenza regionale, invece che nazionale, come una nuova unità in versione ormai globale del sistema vestfaliano». «Ma – si chiede Kissinger – in mondi in cui le strutture continentali come l’America, la Cina, e forse l’India e il Brasile, hanno già raggiunto la massa critica, l’Europa come affronterà la sua transizione al rango di unità regionale? (…) Quanta diversità l’Europa deve conservare per ottenere un’unità significativa? (…) Dove si manifesterà la spinta necessaria a definire l’intimo impegno per questi obiettivi? La storia europea ha dimostrato che l’unificazione non è mai stata conseguita con metodi prevalentemente amministrativi. Ha richiesto un unificatore – la Prussia in Germania, il Piemonte in Italia – senza la cui leadership (e disponibilità a creare fatti compiuti) l’unificazione sarebbe rimasta un progetto nato morto. Quale paese o istituzione svolgerà tale ruolo? Oppure si dovrà escogitare qualche nuova istituzione o entità che tracci la rotta?». Insomma, l’Unione europea vuole diventare una potenza regionale o no? Ci vuole almeno provare?

In un altro libro che vale la pena di leggere, Charles A. Kupchan sostiene che «Il secolo che stiamo vivendo non apparterrà a nessuno. Non sarà degli americani o degli europei, perché l’Occidente attraversa un declino economico e politico che lo priverà della preminenza di cui gode dal Rinascimento. Ma non sarà neppure dei cinesi, dei russi, degli indiani o dei brasiliani, perché nessuno dei Paesi emergenti ha i numeri per imporsi come nuova potenza dominante. Sarà più libero, nel senso che ognuno potrà svilupparsi secondo il modello che preferisce, ma anche più complicato, perché non esisterà un centro capace di garantire la stabilità, e i vari attori protagonisti sul palcoscenico non parleranno la stessa lingua in termini di valori universali condivisi». È la visione, insieme affascinante e allarmante, che domina l’ultimo libro di Charles Kupchan, studioso del Council on Foreign Relations e professore alla Georgetown University. Il saggio si intitola «No One’s World», Il mondo di nessuno (Oxford University Press), ed è già diventato una lettura obbligata negli ambienti che fanno la politica estera americana (Nessuno Controlla Il Mondo – Kupchan Charles A. – Il …). Detta altrimenti: il mondo prossimo venturo avrà molte­plici centri di potere, fondati su modelli alternativi. Questa transizione può avvenire in modo più ordinato e pacifico se l’Occidente recupererà un ruolo di leadership: per farlo dovrà rilanciare la sua economia e le sue istituzioni democratiche. Argomenti che Kupchan aveva riassunto in un saggio pubblicato su Aspen (Guardando a ovest in un mondo di nessuno – Aspen Institute …).

A proposito di populismo (ne parla anche Kupchan) segnalo l’articolo di George Packer sul New Yorker: The Pros and Cons of Populism (Come Bernie Sanders and Donald Trump sfruttano l’appeal del populismo e ne dimostrano I limiti) e l’indagine che Reuters ci ha dedicato: Why reforms don’t work so well in Italy. Scrive Gavin Jones: «The last 20 years have seen at least four landmark reforms of the labor market, three of the public administration, three of the education system and innumerable changes to the justice system. The last eight years alone have seen at least seven packages of legislation to cut red tape. The results? No economic growth since the launch of the euro and the euro zone’s lowest employment rate after Greece; the lowest proportion of graduates in the EU and its slowest civil justice system, according to Eurostat and the Organisation for Economic Cooperation and Development. Liquidating a company still takes eight years and it takes eight months to get a construction permit, according to the International Monetary Fund and the World Bank. So what is going wrong? ». L’articolo merita di essere letto per intero, ma anticipo la conclusione: «To arrest such decline needs a change of policy direction, but Italy doesn’t seem to have decided where it wants to go. Its leaders espouse tax cuts and lower spending, but taxes, spending and government debts continue to rise and pursuing reforms has come to be seen as having merit in itself. “Save Italy,” “Grow-Italy,” “Simplify Italy,” “Destination Italy,” “Unblock Italy,” “The Action Decree,” “Good Schools,” “Jobs Act,” are the titles of some recent reform packages. Ministers brandish the list to show Italy deserves a flexible interpretation of EU budget rules, but Tanzi insists substance is much more important than the number of reforms. “Italy needs a cultural, political and administrative revolution,” he said. “The idea this can be achieved by more budget flexibility and using the same models as used in the past, with some small adaptations, would be a tragic illusion”».

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