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Europa, 26 febbraio 2011 – Quello che l’Ue può fare

Davanti alle violenze che, come ha dichiarato Obama, «violano le norme internazionali e qualunque standard di decenza comune », la difesa del passato non è più una possibilità, comunque vadano le cose a Tripoli. L’Unione europea si prepara finalmente ad adottare sanzioni contro la Libia (che includono l’embargo sulle armi, il congelamento dei beni, il divieto di visto, contro esponenti del regime) e non esclude un intervento militare a scopo umanitario per assistere l’evacuazione dei propri cittadini.
L’Europa però non sembra in grado di giocare un ruolo all’altezza dei rischi che corre. È circondata da un arco d’instabilità che ne minaccia la sicurezza. Ma, alle tradizionali carenze di proiezione esterna della Ue, si sono aggiunte le risposte tardive alle crisi in Tunisia e in Egitto, le esitazioni nel contribuire ad una soluzione della crisi politica in Albania (che potrebbe rimettere in discussione le tappe dell’allargamento e, dunque, la stessa politica europea nei Balcani occidentali) e, più in generale, la mancata comprensione dei cambiamenti delle società arabe.
Eppure, la crisi in Medio Oriente potrebbe offrire all’Europa l’occasione per riacquistare credibilità presso il mondo arabo. Si è aperta una concreta prospettiva di cambiamento democratico che potrà realizzarsi solo se avrà il sostegno di attori esterni, in particolare dell’Europa oltre che degli Usa.
Quel che sta accadendo dimostra che la stabilità può essere illusoria e che è rischioso limitarsi a sostenere i regimi al potere affidando la nostra sicurezza alla loro stabilità. Sebbene sia necessario lavorare con i regimi esistenti (per quanto moralmente ripugnanti) per conseguire obiettivi regionali, è impossibile prevedere quando la presa del regime verrà meno. E quando accadrà, l’assenza di forti istituzioni politiche capaci di gestire la transizione può condurre a una situazione di pericolosa instabilità. Anche perché per gli atrofizzati e disorganizzati gruppi di opposizione, ottenere la stabilità è ancora più difficile. Per quanto possa essere arduo, dovremmo perciò incoraggiare, in quei paesi, lo sviluppo di istituzioni politiche più forti, più autonome, e di alternative credibili. Il che significa regole, partiti, sindacati.

Il ministro degli esteri Franco Frattini ha affermato che, a suo avviso, l’Ue «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di esportare il proprio modello di democrazia. Bisognerebbe, invece, ripensare (sempre che non sia già troppo tardi) le politiche europee progettate per portare stabilità e democrazia in queste aree. Non si tratta di adottare deleterie politiche di diffusione della democrazia con la forza, ma di offrire un riferimento e aiuti economici, sociali e culturali alle società civili e alle forze disponibili all’avvio di un processo di partecipazione popolare più ampio. La stabilità non può più essere perseguita al prezzo della democrazia.
Non sarebbe male ricordare che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione della Jugoslavia, l’estensione all’Europa centrorientale di uno spazio di pace, di diritto e di democrazia (che fa dell’Europa a 27 il più grande agglomerato al mondo di uomini liberi e benestanti) è stato un successo storico innegabile, tanto più che per realizzarlo è bastata la sola forza di attrazione del modello europeo, la sua capacità di creare un cambiamento. Il disegno che ha guidato l’allargamento dell’Unione ai paesi ex comunisti è lo stesso disegno di pace architettato alla fine della Seconda guerra mondiale, di cui prima la Comunità europea e poi la successiva Unione europea sono la parte centrale: la guerra sarebbe stata «non solo impensabile ma effettivamente impossibile» a causa del livello d’interdipendenza che si sarebbe creato tra gli Stati della nascente comunità.Questo modello deve servire ai paesi europei per promuovere i propri valori anche fuori dall’Europa.
Nel corso della discussione sulla ratifica del trattato Italia- Libia che ha chiuso un contenzioso che ha origine nella guerra coloniale (oggi di fatto sospeso), ne abbiamo denunciato gli aspetti negativi, ma raccomandandone l’approvazione abbiamo ribadito che «lo Stato non è soltanto un governo, è un territorio popolato con un governo nazionale e una società. In altre parole, è un paese, e la nostra scommessa è quella che l’aumento dell’interdipendenza determini un cambiamento non soltanto nelle relazioni tra gli Stati ma anche nelle relazioni interne a quello Stato, determini, in altre parole, l’avanzare della società civile internazionale». Gli arabi stanno scoprendo un potere che non sapevano di avere. Ora si tratta di stare dalla loro parte. Il governo sembra ridurre il dramma della Libia (che non per caso è visto da Bossi come un utile diversivo) al pericolo di un’ondata migratoria. C’è in gioco, invece, una grande questione di libertà che impegna anche noi.

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