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TRA DEMOCRATURA E PAURA DI CAMBIARE

Riporto di seguito l’articolo di Carlo Fusaro, professore ordinario di Diritto elettorale e parlamentare pubblicato dal Corriere Fiorentino il 30 marzo scorso.

Gli alfieri di una certa sinistra politica e accademica massimalista, che di danni ne ha già fatti tanti, continua nella sua inesauribile battaglia contro ogni tentativo di fare della nostra una democrazia, diciamo, normale. Bravissimi, va detto, a inventare slogan a effetto: intelligenti, ammiccanti, sarcastici contro l’oggetto della critica, e soprattutto animati di sacro furore, grondanti un irriducibile (e insopportabile) senso di superiorità morale.

Con Michele Ainis e Salvatore Veca alla conferenza su "Democrazia e bipolarismo" che si è svolta a Palazzo Giustiniani a Roma il 19 marzo scorso.

Con Michele Ainis e Salvatore Veca alla conferenza su “Democrazia e bipolarismo” che si è svolta a Palazzo Giustiniani a Roma il 19 marzo scorso.

L’ultima invenzione è “democratura”, termine che certamente farà strada, sorta di crasi fra “democrazia” e “dittatura”. Fa il paio con la favoletta dell’”uomo solo al comando”. L’obbiettivo è lasciare intendere che il presidente del Consiglio è specie di reincarnazione temperata, di Benito Mussolini, o, nella migliore (peggiore?) delle ipotesi un mix fra Craxi e Berlusconi: per come governa, per come guida il suo partito, per il solo fatto che è al tempo stesso – appunto – segretario del PD e presidente del Consiglio (come in tutt’Europa, a dire il vero, ma tant’è, da noi è diverso), perché evita i rinvii (non sempre gli riesce), perché impone che, a un certo punto, le decisioni vengan prese, perché scandisce l’agenda del Parlamento con una tempistica diversa dalle movenze lumachesche della politica italiana (anche questo gli riesce fino a un certo punto, per i miei gusti), perché non le manda a dire dietro (o comunque così tiene ad apparire). Eccetera, eccetera.

E’ buffo perché l’ex sindaco di Firenze per lunghi mesi è stato sommerso da più o meno maliziose critiche all’insegna del “promette tanto, compiccia poco”, l’”uomo tutto annunci e slides”, “dov’è la sostanza”? Poi sono cominciati ad arrivare i fatti concreti, e non li elenco, dalla riforma del mercato del lavoro alla reponsabilità dei magistrati. Così, da un giorno all’altro, è diventato per l’appunto uno che tutto decide e tutto fa: anche troppo, troppo da solo e – aiuto aiuto – con troppa furia.

Emergenze? Crisi? Disoccupazione? Declino? Ma quali emergenze, suvvia: riflettiamo, ripensiamo, rinviamo, aspettiamo, e, soprattutto, non decidiamo.

Non parliamo poi delle riforme, quella elettorale e quella costituzionale. Elezioni decisive che si sappia chi ha vinto e che chi ha vinto governi una legislatura, non sei mesi? Brrr. Riforma del Senato, non più elettivo, che faccia meno cose e si occupi soprattutto di ciò che riguarda regioni e comuni? Aiuto, rischio democrazia! (E sì che son decenni che se ne parla: decenni.)

Scherzo, ma c’è poco da scherzare. Dietro queste vere e proprie insensatezze c’è, nemmen tanto nascosto, un pezzo d’Italia (politica e non solo) che di cambiare non ha alcuna intenzione. Ma questa volta, non credo che fermerà la voglia di rimettersi in gioco, di darsi istituzioni (un po’) più efficienti, di liberare le energie che nel paese ci sono, di dare una possibilità ai nostri figli. Altro che democratura!

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