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Gorizia: da dove far ripartire la città?

Resto dell’opinione che il fatto che Gorizia e Nova Gorica saranno insieme «Capitale europea della cultura 2025», debba rappresentare non solo un’occasione unica per valorizzare un mix straordinario di storia e cultura, ma anche lo stimolo per mobilitare le energie e unire le forze in uno sforzo collettivo per rilanciare la città; e ritengo che rinunciare a costruire un coalizione politica ampia in grado di proporsi e di sollecitare questo sforzo collettivo, al di là dei vecchi steccati, sarebbe imperdonabile. Domenica, sul Piccolo, Francesco Fain ha ripreso e commentato il testo della lettera che ho inviato al giornale e che riporto di seguito:

Da dove far ripartire la città? Torno sulla domanda posta da “I Visionari”, nel corso di un incontro che si è svolto venerdì sera a San Rocco, in modo da chiarire il mio punto di vista.

Gorizia deve ritrovare una nuova identità produttiva dopo il crollo dell’economia di confine consolidando la rete di relazioni con l’area circostante, a cominciare dal Gect. Lo hanno capito anche i sassi. Per rilanciare l’area confinaria, la valorizzazione della qualità ambientale e dei servizi rappresenta certamente un terreno privilegiato. Ma le potenzialità del ramo manifatturiero restano un asse strategico: prima della pandemia, erano 146 le imprese nel settore metalmeccanico, 77 nel legno arredo, 65 nell’informatica ed elettronica, 49 nell’alimentare. Il nostro futuro si gioca, infatti, sul rafforzamento delle aziende e delle professionalità più dinamiche, puntando anche, come hanno fatto a cavallo della frontiera italo-svizzera, a sviluppare sinergie e rafforzare le forme di collaborazione.

Non c’è verso: per lottare contro il declino dobbiamo innovare. Anche perché la crisi, che negli ultimi anni si è aggravata anche a causa dell’insipienza dell’amministrazione comunale, ha radici lontane e molti padri. Mi spiego con un esempio. In un celebre libro, Marc Bloch, lo storico d’oltralpe fucilato dai nazisti, analizza le cause della disastrosa sconfitta francese. Il suo giudizio è lapidario: “la causa diretta fu l’incapacità del comando”. Ma riconosce in questa incapacità un limite culturale e intellettuale da cui era afflitto non solo il comando. Riconosce che il fallimento aveva riguardato ogni settore della società: l’esercito, la borghesia, i partiti politici, il sindacato, le scuole e le università, gli intellettuali. In altre parole, il comando militare poteva essere soltanto quel che la nazione francese nel suo complesso gli permetteva di essere. Allo stesso modo, per capirci, la crisi di Gorizia è più ampia e più profonda di quella della amministrazione guidata da Ziberna.

In cosa consiste questo limite intellettuale? Per dirla con Bloch, la Francia sembrava combattere ancora la guerra di un ventennio precedente, restando di fatto sempre un passo indietro rispetto ai propri nemici e perennemente inconsapevole della propria condizione. “I nostri soldati sono stati vinti”, scrisse Bloch, “principalmente perché pensavamo in ritardo”.

Oggi, grazie al cielo, non abbiamo a che fare con la guerra e con i Panzer tedeschi, eppure in un certo qual modo affrontiamo la stessa difficoltà di adattamento.

Lo sforzo, pertanto, deve essere uno sforzo collettivo. Proporsi l’obiettivo di invertire le tendenze in atto comporta, infatti, uno sforzo straordinario da parte della città. E presuppone la disponibilità a mandare in soffitta vecchie certezze, vecchi ruoli e stereotipi collettivi. Specie se si considera che oggi il vantaggio comparato di un territorio ha sempre più a che fare con la “connettività” e la quantità dei flussi (di finanza, tecnologia, conoscenza, ecc.) che attraversano un determinato paese, una comunità (e, ovviamente, dal grado di istruzione e dalla formazione dei suoi abitanti che resta la condizione per trarne vantaggio). Le possibilità che oggi si aprono non dipendono da sussidi e provvidenze (che peraltro il più delle volte abbiamo sperperato, a partire dal Fondo Gorizia), ma possono essere colte solo intensificando le relazioni e i flussi. Con porti, città, comunità e individui. La vecchia gerarchia, il ruolo di capoluogo di una volta, non tornerà. E dobbiamo diventare un nodo di questa rete. Un nodo indispensabile. Come, per fare un esempio, accade con le automobili: senza la componentistica italiana le case automobilistiche tedesche (e francesi e inglesi) non potrebbero costruire le loro automobili.

Ma ciò esige una coalizione politica ampia in grado di proporsi e di sollecitare questo sforzo collettivo, al di là dei vecchi steccati. Pretende da tutti uno sforzo per mettere in campo le energie migliori in vista di un impegno difficile. E, in questo senso, il fatto che Gorizia e Nova Gorica saranno insieme “Capitale europea della cultura 2025”, deve rappresentare non solo un’occasione unica per valorizzare un mix straordinario di storia e cultura, ma anche lo stimolo per mobilitare le energie e unire le forze in uno sforzo collettivo per rilanciare la città.

Per parte mia, sono stato sollecitato a mettere a disposizione la mia esperienza. E di fronte ad una richiesta d’aiuto non ci si tira indietro. Non sono la persona giusta? Nessun problema. Togliamo l’inciampo dalla strada. Sosterrò il candidato comune. Ma rinunciare a costruire una coalizione che possa contribuire in modo credibile a questo sforzo sarebbe imperdonabile. Di tutti gli errori dei quadri dell’esercito francese, il peggiore è quello che Bloch definì “l’impermeabilità all’esperienza” (e cioè la totale incapacità di imparare dagli errori compiuti). Tradirebbe, oltretutto, una volontà di disfatta: dichiarasi sconfitti prima di perdere. Gorizia non se lo merita.

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