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«Il riformismo ha perso credibilità, e Renzi sembra il marziano di Flaiano» – Il Foglio, 10 gennaio 2019

«Manca poco alla fine dell’incantesimo», ha scritto Matteo Renzi. «Questo governo è un palloncino che sembra irraggiungibile ma può scoppiare all’improvviso». Vero. Il guaio è che il Pd resta ancora ben lontano dal costituire un’alternativa politica credibile.

A Piazza Venezia, si sa, il giorno fatale non c’era nessuno e, in fondo, il riformismo dalle nostre parti ha sempre avuto una vita difficile. Perché stupirsi se nel Pd, dopo cinque anni di governo, a rivendicare esplicitamente una continuità ideale con l’impianto della sinistra liberale, sia rimasto solo il duo Ascani-Giacchetti? In Italia (come dappertutto e non da oggi) ci sono due sinistre: una riformista e l’altra redentiva. Socialisti, socialdemocratici e liberalsocialisti hanno, infatti, faticato parecchio ad affermare il riformismo (a lungo addirittura sinonimo di tradimento) come cultura prevalente della sinistra.

Inoltre, Matteo Renzi è un «marziano». Di errori ne ha fatti molti, ma ha fatto sue quasi tutte le idee-chiave della sinistra liberale e con queste idee si è impadronito della «ditta»; ha costretto la sinistra a fare i conti con i suoi limiti, trascinato il Pd nel solco della tradizione liberale e ha cercato di raccogliere il voto degli elettori attraverso il superamento di una serie di tabù che per decenni hanno immobilizzato la sinistra italiana. Che, specie gli intellettuali italiani (convinti del carattere intrinsecamente «disumano» del capitalismo e di tutto ciò che lo riguarda), non gli perdonino (come è successo con Craxi) di aver cercato di «distruggere il sogno del comunismo», non deve sorprendere. Non è, infatti, un caso che (solo in Italia) ciò che resta della vecchia sinistra (e parecchi esponenti del Pd) abbia sdoganato l’intesa con i populisti del M5s.

Non è poi un mistero per nessuno che alla base delle difficoltà e delle incertezze che da sempre caratterizzano la politica del Pd, ci siano diversi orientamenti di cultura politica. Non è un caso che, dopo dieci anni, il Pd non sia ancora riuscito a elaborare una linea coerente sulla giustizia e sulla scuola e che il Jobs Act sia ancora sentito da buona parte del Pd come un tradimento, nonostante i buoni risultati. Lo sanno anche i sassi che, come si affanna a ripetere Claudia Mancina, il Pd «non uscirà dalla sua crisi se non affronta un lavoro serio sulla cultura politica, per superare le ambiguità e i residui di prospettive ormai implausibili», che «non servirà guardare indietro alle pur gloriose socialdemocrazie del secolo scorso» e che «i concetti di base della politica socialdemocratica sono oggi da ridefinire dai fondamenti, nel quadro di un mondo totalmente cambiato». Nonostante tutti i suoi errori (e i risentimenti che ha lasciato dietro di sé), forse Renzi è stato davvero l’ultimo tentativo di «salvare» il progetto del Pd. Che, via Renzi, il partito sia tornato ad essere, quello che non era stato in grado di votare compatto Prodi presidente, non può dunque stupire. E non sorprende neppure il ritorno in campo di D’Alema e compagni.

A dire il vero, Renzi in questi mesi ci ha messo del suo per aggravare lo stato confusionale del Pd e alimentare «quel sentimento provocato da qualcosa che doveva succedere e non è successo» che Umberto Contarello ha chiamato «vuotanza». Ha deciso, scrive, di «giocare una partita diversa». Forse si è convinto che non ci sia più niente da fare, che convenga restituire il partito alla vecchia «ditta» e provare a dar vita ad un nuovo movimento neo-centrista. Forse, semplicemente, non ce la fa più. È difficile, comunque, sfuggire all’impressione che, ora che l’Italia è tornata al proporzionale, il Pd sia finito in un vicolo cieco; che non si tratti, cioè, di una crisi temporanea, che si può superare con uno sforzo in più, ma che la situazione non potrà migliorare, neppure con il massimo impegno. E se le cose stanno così, si dovrà trovare il coraggio di mollare un progetto che non conduce a nulla per portare avanti il progetto di cui oggi c’è bisogno. «Oggi è tempo di scrivere una pagina nuova», ha scritto. E non c’è dubbio che l’opposizione al governo populista non è credibile se punta al dialogo con i populisti del M5s ed è probabile che ci sia una grande spazio politico alternativo tanto al governo attuale che all’odierna opposizione. Specie se si considera che la divisione tradizionale (novecentesca) tra destra e sinistra è rimpiazzata da un’altra linea di frattura che taglia trasversalmente gli schieramenti consolidati e che contrappone i sovranisti agli europeisti.

Del resto, la credibilità è forse il problema principale del sistema politico italiano. Gli italiani, come gli americani (e i francesi, gli inglesi, ecc.) sono impegnati in quella che Yuval Levin, un intellettuale conservatore, ha definito «a politics of competitive nostalgia», che vuole ritornare ad un passato idealizzato che è impossibile da raggiungere perché non è mai esistito. Al contrario, un futuro migliore si può conquistare. Ma il riformismo, l’impianto della sinistra liberale, e perfino l’ottimismo, devono tornare ad essere rispettabili. E credibili.

Ma proprio qui sta il problema: «Manca la speranza, mancano leader in grado di incarnarla», scrive Renzi. Che poi aggiunge:«Quando arriverà il momento del viaggio, ci saremo». Il guaio è che Renzi (come del resto il Pd) si è giocato buona parte della sua credibilità. E rischia di finire come il marziano di Flaiano e che gli stessi fotografi che non molto tempo fa facevano a gara per immortalarlo, gli intimino: «A Marzia’, te scansi?».

Alessandro Maran

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