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IL FOGLIO, 17 APRILE 2018 – IL TRACOLLO DEL PD IN FRIULI

di Alessandro Maran

Sembra tutto in discesa per Massimo Fedriga. Nonostante Forza Italia sia in caduta libera, più di venti punti separano nei sondaggi l’ex capogruppo alla Camera della Lega dal candidato del Pd che è avanti di un soffio sui grillini. Se le cose stanno così, il 29 aprile prossimo, il Friuli Venezia Giulia dovrebbe aggiungersi alle regioni del Nord in mano alla Lega.

Che anche sul confine orientale il vento spiri da tempo in direzione del centrodestra non è un mistero per nessuno. Uno dopo l’altro, i comuni governati dal centrosinistra sono stati espugnati; e del centrosinistra, che pure a partire dagli anni ’90 aveva conquistato i comuni capoluogo, la maggioranza dei piccoli comuni e aveva strappato la Regione al centrodestra prima con Riccardo Illy e poi con Debora Serracchiani, è rimasto solo un cumulo macerie. Non per caso, annusata l’aria, Debora Serracchiani ha approfittato delle elezioni politiche per tagliare la corda candidandosi al Parlamento dopo un solo mandato e lasciando il suo vice, Sergio Bolzonello (un amministratore che bada al concreto e che è stato apprezzato sindaco di Pordenone), ad affrontare la dilagante marea leghista.

Ma come si spiega un esito così disastroso?

Chi fa sbaglia, si sa, e gli errori (come le difficoltà) non sono certo mancati (la difettosa riforma degli enti locali con l’abolizione delle province e la loro sostituzione con le Unioni territoriali intercomunali, la riforma sanitaria e la sua difficile attuazione, ecc.) e, all’appello, non è mancato neppure il morbo sottile che spesso accomuna militanti, intellettuali e politici di sinistra: l’antipatia. Una subdola malattia che non ha risparmiato neppure Debora Serracchiani dalle patologie descritte mirabilmente da Luca Ricolfi: il linguaggio codificato (io la so lunga), il politicamente corretto (tu non devi parlare come vuoi), gli schemi secondari (tu non puoi capire) e la supponenza morale (noi parliamo alla parte migliore del paese). Debora Serracchiani è stata, inoltre, l’eroina di una fase che è finita. Un candidato radicale, antiberlusconiano, «populista», che ha incarnato il desiderio di rimozione di una vecchia gerarchia e di una nomenclatura logora riassunto nello slogan della «rottamazione». Ma, naturalmente, ogni frutto ha la sua stagione. Basta questo a spiegare il tracollo?

In fondo, il Friuli Venezia Giulia è una regione ricca e civile e proprio pochi giorni fa il Corriere della Sera ha esaltato il «Rinascimento Trieste», «il nuovo miracolo economico della ex ‘bella addormentata’»: un porto sempre più competitivo, la rinascita di Porto Vecchio, il «distretto della scienza» (il territorio presenta la più alta concentrazione di ricercatori in Italia), la crescita del turismo e degli investimenti. Tutte cose che non sono piovute dal cielo.

Il paradosso è che anche in Friuli Venezia Giulia si assiste a una narrazione che riversa sul Pd la responsabilità di tutti i mali (sociali ed economici), ma che tradisce le difficoltà ad interpretare il mutamento, l’incapacità di fare proprie le ineludibili esigenze di modernizzazione del paese e di programmare oltre il brevissimo orizzonte. La Lega e i Cinque Stelle, i principali interpreti di questo racconto, sono accomunati da una lettura passiva della crisi. Gli uni alimentano la paura dell’invasione straniera (la Lega), gli altri consolidano l’idea che il peccato pervada il mondo e che a un gruppo di eletti spetti il compito di purificarlo (il M5S). Altri ancora (la sinistra più radicale) evocano lo spettro della povertà con stereotipi pietistici privi di ricette realistiche in grado di scacciarlo. Il guaio è che nessuno mette compiutamente al centro dei propri messaggi una visione dello sviluppo economico al passo con i tempi.

Oggi, ad esempio, le possibilità che si aprono al territorio hanno sempre più a che fare con la quantità dei flussi (di idee, commercio, innovazione, istruzione, ecc.) che lo attraversano (e, ovviamente, con il grado di istruzione e con la formazione dei suoi abitanti, che resta la condizione per trarne vantaggio). Tutto questo significa che una Regione al centro dell’Europa come il Friuli Venezia Giulia, deve fare della «connettività» (e della pianificazione della rete infrastrutturale) la propria ragione di esistere. Ci sono, infatti, possibilità che possono essere colte solo intensificando le relazioni e i flussi. Specie se si considera, solo per fare un esempio, che la Regione resta uno dei terminali più significativi della proiezione cinese verso l’area euro-mediterranea. Tutto ciò, ovviamente, pone al Friuli alcune sfide di adattamento. Anche perché ci sono culture che possono sostenere e approfittare di questa esplosione di contatti (con gli estranei) e culture che invece non ce la fanno. E questo è destinato a fare (sempre più) la differenza.

Va detto che Serracchiani ed il Pd hanno cercato di proporsi e di sollecitare questo sforzo collettivo. Sul versante infrastrutturale, l’amministrazione regionale ha rilanciato il porto di Trieste (dal 2016 primo in Italia per movimentazione di merci) e avviato i lavori della terza corsia autostradale, l’iter di velocizzazione del collegamento ferroviario con Venezia e il cantiere del Polo Intermodale. Sul piano legislativo, lo strumento attuativo di Rilancimpresa (L.R. 3/2015) e le strategie di specializzazione intelligente S3 (D.G.R. n. 1403/2015) allineano il sistema istituzionale ed economico ai rapidi mutamenti dello scenario competitivo, sostenendo la manifattura che valorizza la ricerca e la sua industrializzazione, le tecnologie ICT e 4.0, la sostenibilità energetica e le formule di aggregazione imprenditoriale. Che tali provvedimenti non abbiano ottenuto la stessa risonanza mediatica di altre decisioni più controverse e di maggiore impatto sugli interessi consolidati (come gli interventi in materia di sanità e sugli enti locali), non deve sorprendere, ma ciò non toglie che costituiscano un asse strategico fondamentale per il futuro della Regione. Del resto, senza innovazione e modernizzazione non si produce ricchezza, né occupazione, né welfare per intervenire sui target a rischio di esclusione sociale (con misure come la L.R. 15/2015 per il sostegno al reddito che ha trasferito, ad esempio, tre milioni di euro a 1.039 nuclei familiari solo nell’area del Basso Isontino).

Spetterebbe, ovviamente, al Pd l’onere di rivendicare un punto di vista alternativo alle narrazioni dolenti che descrivono una società chiusa, preda della corruzione dilagante e neo-pauperista, proponendo un modello di sviluppo che coniughi il rilancio imprenditoriale e l’aiuto alle fasce deboli. Anche perché oggi non bastano risultati e pragmatismo. C’è bisogno di un grande disegno comune. E più che «rottamatori», al Paese servirebbero «costruttori»: di idee, di senso, di visioni politiche. Il punto è che il desiderio di affermare una nuova visione del mondo stenta a farsi strada in un partito stretto d’assedio, che fatica ad uscire dalle nebbie e non ha più una forma accettabile di selezione del personale politico.

Fatto sta che ora, dopo le tensioni, i tentennamenti e la trattative infinite sulla scelta del leader, il centrodestra ostenta concordia ed è partito all’assalto di un progetto politico (di cui Bolzonello è dipinto come mero continuatore) che godeva di un certo consenso e che ha perso consistenza. «Io ho scelto la mia terra, Serracchiani la sua carriera», ha ribadito più volte il candidato leghista, sottolineando che lui ha scelto la Regione invece del Parlamento, mentre la governatrice uscente ha preferito rinunciare al bis (e, beninteso, alla lotta) per farsi eleggere deputata. Che poi oggi la tentazione dei renziani sia quella di puntare proprio su Serracchiani per riprendere la guida del partito è, a ben guardare, un altro paradosso.

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