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La Germania verso la Grande Coalizione

Ieri i socialdemocratici hanno votato a favore dell’avvio del negoziato formale per formare una coalizione con il campo conservatore. Di conseguenza, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha evitato (almeno per ora) una catastrofe politica e ha fatto un piccolo passo avanti in direzione della formazione di un nuovo governo.

Quest’ultimo episodio della tormentata saga tedesca all’insegna dell’incertezza politica, ha alimentato la (cauta) speranza che una nuovo governo si possa insediare entro Pasqua. Ma rimane un’incognita: la base socialdemocratica (messa in agitazione dal fatto che le larghe intese con Angela Merkel hanno condotto il partito al peggior risultato elettorale da ottant’anni a questa parte) deve approvare l’accordo finale. Ieri lo scarto tra i favorevoli e i contrari all’intesa (il mandato a trattare è stato sostenuto dal 56% dei delegati) è stato minimo. Non per caso, lo striscione rosso di un militante all’esterno della sala del congresso (che si è tenuto a Bonn), ammoniva: «La battaglia non è finita».

Va da sé che il voto di domenica è stato accolto con un generale sospiro di sollievo nei corridoi dei palazzi del potere di Berlino e dei paesi europei, che non vedono l’ora che il paese più influente del continente torni a rivolgere la sua attenzione al mondo. La cancelliera tedesca ha annunciato da Berlino che la strada per il negoziato è sgombra. Sollecitando un «clima responsabile nonostante tutte le questioni divisive» ha, tuttavia, riconosciuto che le trattative non saranno facili e che c’è ancora molto lavoro da fare.

Quattro mesi dopo le inconcludenti elezioni parlamentari tedesche, il presidente francese Emmanuel Macron ha bisogno del sostegno di Angela Merkel per far passare la riforma ambiziosa di cui c’è bisogno per proteggere l’eurozona da (eventuali) ulteriori crisi finanziarie. Il Regno Unito vuole l’attenzione della cancelliera sui negoziati in corso sulla Brexit; e, in tutta Europa, i paesi contano sulla leadership della Germania per affrontare questioni pressanti come l’immigrazione e la difesa.

Con le elezioni politiche in Francia e Germania ancora lontane e il distacco inglese dall’Unione europea fissato per il marzo del 2019, quest’anno si annuncia come una finestra di opportunità per realizzare i (da tempo) necessari progressi in Europa. Ma ogni giorno che la Germania trascorre nel limbo riduce questo spazio. Infatti, la finestra è stretta e bisogna fare quanti più passi avanti possibile prima della pausa estiva. Con l’autunno la maggior parte delle energie sarà assorbita dall’ultimo miglio dei negoziati sulla Brexit; e in Germania, le combattutissime elezioni bavaresi comporteranno che la CDU (il partito conservatore «fratello» della signora Merkel, che si è dissanguato a favore di Alternative für Deutschland) non sarà nell’umore giusto per fare troppe concessioni sulla riforma dell’Unione europea. La garanzia di una nuova alleanza di governo con i socialdemocratici consentirebbe a Angela Merkel di mettere a punto il suo lascito sulle questioni europee e di preparare un successore, cosa che non ha fatto ancora. Sarebbe il suo quarto e ultimo mandato, ma anche l’occasione per passare alla storia come un cancelliere davvero «europeo».

Il futuro dell’Europa è stato anche (giustamente) il grido di battaglia che Martin Schulz, il leader socialdemocratico ora in difficoltà, ha lanciato nel suo intervento in favore di una riedizione delle larghe intese (anche se Schulz si è candidato contro Angela Merkel sostenendo che non avrebbe «mai» rifatto un nuovo governo con lei). «Stiamo decidendo quale strada devono prendere il nostro paese e l’Europa» ha detto ieri Schulz (che è stato presidente del parlamento europeo dal 2012 al 2017) ai delegati socialdemocratici riuniti a Bonn. Ma la discussione è stata molto animata. Diversi interventi hanno messo in guardia sul fatto che una nuova alleanza di governo che metta insieme il centro-sinistra e il centro-destra potrebbe rivelarsi di breve durata e il prezzo da pagare potrebbe essere salato (e di lunga durata): fare dell’estrema destra di Alternative für Deutschland il più grande partito d’opposizione in Parlamento. Un suicidio, per chi ritiene che la socialdemocrazia debba essere anzitutto un baluardo, anche dall’opposizione, contro l’estrema destra.

Da quando, due anni fa, Angela Merkel ha aperto le porte della Germania a più di un milione di immigrati, il paesaggio politico del paese è cambiato drasticamente e buona parte dell’abilità della cancelliera di plasmare un consenso è stata erosa. Negli ultimi anni, sia i cristiano-democratici che i socialdemocratici hanno perso terreno nei confronti delle posizioni politiche più estreme e il tracollo che ha portato il centro-sinistra al 20% (il livello più basso dal 1933) suscita paure esistenziali tra i socialdemocratici. Governare insieme ai rivali tradizionali della destra per otto degli ultimi 12 anni, ha finito, si dice, per confondere le linee di demarcazione tra i due campi. Quando per la prima volta i socialdemocratici si sono uniti ai conservatori della Merkel al governo, nel 2005, il partito aveva il 34% del voti. Per questo, in molti ritengono che quello in corso sia un dibattito esistenziale. Il partito soffre di una crisi di identità: non ha più una base elettorale definita; non ha più un legame chiaro con quelli che si sentono lasciati indietro. In molti perciò ritengono che formare un nuovo governo di larghe intese con i conservatori rinvierebbe (per altri quattro anni) un dibattito fondamentale sulla direzione futura del partito: troppo tardi, posto che la percentuale di voto potrebbe scendere ancora.

L’esame di coscienza, la riflessione su se stessi e sul proprio operato, è stato, dunque, il tratto più evidente dell’assemblea di Bonn di domenica. Almeno metà degli interventi ha sostenuto appassionatamente la necessità di andare al governo; mentre l’altra metà ha contrastato questa eventualità altrettanto appassionatamente. In tanti hanno sottolineato che il partito ha una responsabilità di fronte ai cittadini della Germania, che vogliono essere governati bene (C’è chi ha detto: «Se non sei in campo, non puoi segnare un gol»); in parecchi, invece, hanno sostenuto che il partito non può affrontare una nuova campagna elettorale in cui, ancora una volta, la gente dica: «Non riesco a vedere nessuna differenza tra voi e la CDU». Sono pochi, infatti, gli esperti che si arrischiano a predire quale sarà la decisione che i membri del partito prenderanno una volta completato il negoziato, o che cosa davvero potrà succedere se i delegati dovessero respingere l’accordo. È impossibile predire cosa succederà; e davvero non eravamo abituati a vedere la Germania così combinata.

Matthew Karnitsching ha sintetizzato, in questo articolo su Politico, i cinque punti essenziali del voto di ieri (5 takeaways from German SPD grand coalition vote-POLITICO) :

  1. Evviva «GroKo». Con ogni probabilità una nuova grande coalizione tra i due partiti più grandi (nota comunemente come «GroKo»), è destinata a passare.
  2. Angela rinasce dalle ceneri. Il voto di domenica è stato tanto un voto sul futuro della SPD quanto un voto sul futuro di Angela Merkel. La carriera della Merkel può volgere al tramonto, ma il suo futuro dovrà essere misurato in anni e non in giorni.
  3. Martin Schulz è il nano più alto della SPD. Il suo discorso domenica è stato un fiasco e i suoi giorni al vertice della SPD sono contati.
  4. Nella SPD sono ormai «separati in casa”. Due star sono emerse domenica, Andrea Nahels, leader del partito al Bundestag, che è intervenuto a favore dell’intesa, e Kevin Kühnert, capo dello Jusos, che l’ha contrastata. Ma il congresso ha approfondito le divisioni nel partito.
  5. Che la riforma dell’Unione europea abbia inzio. Quel che è certo è che Bruxelles può tornare a rivolgere la propria attenzione alla Brexit, ai negoziati sul bilancio, e quel che più conta, a preparare la riforma dell’Unione europea. Un voto contrario domenica avrebbe messo tutto questo in discussione; e molto di più.
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