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Messaggero Veneto, 16 gennaio 2018 – «Lascio il Senato senza rimpianti»

di Mattia Pertoldi

 

Udine – Alessandro Maran, il prossimo 4 marzo, terminerà ufficialmente la sua avventura come parlamentare. Il senatore dem non sarà, infatti, inserito nelle liste del Pd alle prossime elezioni. Lascerà palazzo Madama «ma non la politica, se mi vorranno» e lo fa, assicura, «senza rimpianti».

Senatore come mai non si ricandiderà?

«Mi rifaccio alle parole di un antico proverbio buddista che sostiene come, nella vita, alla fine contino soltanto tre cose: quanto hai amato, come gentilmente hai vissuto e con quanta grazia hai lasciato andare cose non destinate a te».

Fuor di metafora, invece?

«Ho trascorso a Roma tre legislature più quella breve dal 2006 al 2008, e ho deciso di togliermi dai piedi: non voglio diventare un problema per un partito che ne ha già parecchi, e molto più seri, da affrontare. Voglio ringraziare tutti gli elettori che mi hanno dato la loro fiducia e tutti coloro che hanno seguito e sostenuto il mio impegno in Parlamento. La mia, però, non è una fuga e non ho nessuna delusione da smaltire. Se la segreteria del Pd mi avesse chiesto di ricandidarmi, magari in un collegio “impossibile” come quelli del Fvg, mi sarei sentito chiamato in causa. Ma hanno scelto diversamente. Nessuno mi ha interpellato. E va bene così, almeno per quanto mi riguarda».

Può spiegarsi meglio?

«Intendo dire che ora bisogna evitare lo spettacolo di un gruppo dirigente spaventato, che si affolla attorno alle poche posizioni garantite. I vertici del Pd devono mostrarsi motivati a combattere, a cominciare proprio dalla vecchia guardia, nei collegi più a rischio, quelli che davvero possono fare la differenza. Anche perché dal 5 marzo, vada come vada, bisognerà ricominciare».

Quanto può aver pesato, nelle scelte del Pd, la sua candidatura nel 2013 nella lista di Mario Monti e il rientro tra i dem a legislatura in corso?

«Le motivazioni, credo, sono più profonde. Penso di poter dire di aver fatto politica con disciplina e onore, come dice la Costituzione, ma sempre con due obiettivi: modernizzare il nostro Paese, a partire dalle istituzioni, rendendolo più integrato con gli Stati europei e costruire un partito riformista degno di questo nome. Credo, cioè, in una sinistra adatta ai moderni conflitti sociali e politici, non a quelli del secolo scorso».

Un renziano doc in altre parole…

«Matteo Renzi ha avuto l’indubbio merito di tagliare il cordone ombelicale con il cattolicesimo democratico da una parte e con le ambiguità del post comunismo dall’altra. Ha ripreso quasi tutte le idee chiave della sinistra liberale e ha sfidato la maggioranza del Pd, battendola. È questo il vero senso della rottamazione che va oltre l’età anagrafica. Certo, poi, un atteggiamento di questo tipo lascia alcune cicatrici. Vale per Renzi e, nel piccolo, anche per me».

Che giudizio si può dare della legislatura appena conclusa?

«Direi che, pur in modo caotico, abbiamo raggiunto risultati inimmaginabili. Non soltanto sul piano dei diritti – dal divorzio breve alle unioni civili al biotestamento -, ma anche nella percorrenza di quello che Pier Carlo Padoan chiama il sentiero stretto restando, cioè, all’interno delle regole europee, contenendo il deficit e stimolando la crescita. Un lascito che sarebbe bene non sprecare.

Un rammarico?

La riforma costituzionale: la debolezza del nostro sistema è destinato a diventare il vero male oscuro dell’Italia e la sua debolezza».

Scusi, ma ci sarà qualcosa che Renzi ha sbagliato?

«Sì, ha commesso molti errori: le tensioni con l’Europa, la sciagurata decisione di rompere il patto del Nazareno quando è stato eletto Sergio Mattarella e, dopo la sconfitta referendaria per molti versi non ne ha azzeccata una. Ma oggi resta il fatto che il 4 marzo ci sarà in gioco una scelta esistenziale come quella del 1948: gli italiani dovranno decidere se continuare a partecipare al progetto europeo, che sta accelerando, oppure uscirne».

Come vede, invece, la campagna elettorale per la conquista della Regione?

«Il passaggio di consegne tra Debora Serracchiani e Sergio Bolzonello non è ancora avvenuto appieno ed è, strategicamente ed elettoralmente, un errore. La presidente ha scelto di non ricandidarsi e di andarsene. Facciamocene una ragione e voltiamo pagina. Le elezioni si vincono pensando al futuro, non al passato».

Che tipo di candidato è, secondo lei, Bolzonello?

«Capace e competente. Aggiungo, nella situazione friulana, che è un candidato davvero in grado di esprimere una cultura politica lontana da quella messa in campo da Serracchiani. Una cultura non identificabile con la sinistra tradizionale, ma convergente con essa. E non mi pare affatto un fattore negativo».

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