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Trump: “isolated and friendless”

Da uno dei giornalisti politici australiani più esperti, conosciuto dai telespettatori per le sue opinioni schiette, è venuto dopo la riunione del G20 ad Amburgo, un giudizio spietato sulla presidenza di Donald Trump, in un video che in pochi giorni è diventato virale.

Chris Uhlmann, il direttore politico della Australia Broadcasting Corporation, ha descritto Trump come “isolated and friendless” al summit dei leader del G20 e ha detto che la sua disastrosa politica estera ha “pressed fast-forward on the decline of the United States”.

L’analisi, trasmessa nel programma politico della ABC Insiders è stata vista migliaia di volte nel mondo e ha sorpreso i commentatori politici americani. Parlando da Amburgo, Uhlmann ha detto che Trump “non ha né il desiderio e né la capacità di guidare il mondo” ed è egli stesso “la più grande minaccia ai valori dell’Occidente”. Inoltre, ha aggiunto: “He was an uneasy, lonely, awkward figure at this gathering and you got the strong sense that some of the leaders are trying to find the best way to work around him” (Trump ‘has no desire and no capacity to lead the world’ – ABC News (Australian Broadcasting …).

Secondo Gideon Rose, il direttore di Foreign Affairs, l’amministrazione Trump non ha ancora una politica estera e obbedisce unicamente all’istinto: “le buone recinzioni fanno i buoni vicini”. Ma, come fa notare proprio il poeta americano Robert Frost, “Prima di costruire il muro avrei voluto sapere / cosa chiudevo dentro o lasciavo fuori, / e a chi recavo offesa”.

Un sacco di cose, si sa, non amano i muri; e tra queste l’economia globale, le alleanze degli

Stati Uniti, le istituzioni internazionali e le reti transnazionali di tutti i tipi. Perciò il dibattito sulla costruzione di muri rimanda alla discussione su quale sia, nel complesso, l’approccio più appropriato di Washington al mondo. Il revival globale dei populisti ha ricordato a tutti che aprire il proprio paese alla globalizzazione comporta sia costi che benefici e che entrambi sono distribuiti in modo iniquo. Ma anche chiudere il proprio paese alla globalizzazione comporta dei costi; e molto più rilevanti di quanto in genere i populisti siano disposti a riconoscere.

La globalizzazione comporta un flusso ininterrotto di merci, servizi, denaro e persone. Quando i cattivi soggetti sfuggono al controlli, le conseguenze possono essere terribile. Ma esiti terribili possono derivare anche dal blocco del flusso di merci. Per gli Stati Uniti e per l’Europa gettare sabbia nell’ingranaggio dell’economia globale e, più in generale, dell’ordine liberale internazionale, sarebbe disastroso. Ma, ovviamente, quella tra apertura e chiusura non è una opzione binaria, non si tratta di fare una scelta tra due possibilità; apertura e chiusura sono le estremità opposte di uno spettro e le questioni politiche che più ci interessano si collocano da qualche parte a metà strada. Quello di cui gli Stati Uniti (e ora anche l’Europa) hanno bisogno non è un muro ma una strategia per assumersi degli impegni con il mondo, oltre i propri confini, in modo intelligente, dando il dovuto peso tanto agli interessi che alle responsabilità. E come sostiene Richard Haass in questo saggio “il patriottismo americano può essere definito ed espresso in termini operativi in modi compatibili con una leadership globale responsabile. E capire come poterlo fare è, d’ora in avanti, la sfida principale dell’amministrazione Trump” ( Where to Go From HereRebooting American Foreign Policy).

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