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Elezioni in Iran: il massimo contrasto, il minimo cambiamento

Sostenuto da una grande partecipazione al voto delle classi medie urbane, il Presidente Hassan Rouhani è stato rieletto con una vittoria schiacciante che ora gli può consentire di proseguire nello sforzo di espandere le libertà personali e aprire l’economia iraniana in crisi agli investitori internazionali. E la sua vittoria clamorosa dovrebbe consentirgli inoltre di rafforzare la posizione della fazione moderata e riformista mentre il paese si prepara alla conclusione del periodo di governo del settantottenne leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, che resta l’uomo forte del paese.

Qualche giorno fa, in un articolo per The Atlantic, KArim Sadjadpour (senior fellow al Carnegie Endowment e professore alla Georgetown University), per rendere in modo appropriato le elezioni iraniane, ha fatto ricorso ad un’osservazione di Noam Chomsky: “The smart way to keep people passive and obedient, is to strictly limit the spectrum of acceptable opinion, but allow very lively debate within that spectrum.”

Le elezioni iraniane (che restano una competizione limitata ai soli maschi Sciiti devoti ritenuti sufficientemente leali ai principi rivoluzionari; tutti i candidati sono passati al vaglio dal Consiglio dei Guardiani – i cui 12 componenti sono scelti direttamente o indirettamente da Khamenei – che valuta, sulla base dei requisiti indicati dalla Costituzione, se ogni singolo candidato sia idoneo a partecipare alle elezioni) sono appunto concepite, scrive Karim Sadjadpour, per produrre il massimo del contrasto e della tensione prima del voto, e il minimo del contrasto (e del cambiamento) dopo il voto. Non per caso, come ha detto di recente Khamenei, “indipendentemente da chi ottenga la maggioranza dei voti, il principale vincitore è la Repubblica Islamica”.

Nonostante le differenze tra Rouhani e Raisi siano significative e la competizione tra i due sia autentica, quattro decenni di elezioni presidenziali in Iran hanno avuto un impatto molto limitato sulle principali politiche interne ed estere del paese. L’Iran continua a giustiziare più persone di ogni altro paese al mondo. Ogni classifica relativa ai diritti umani e alla libertà di stampa colloca l’Iran nelle ultime posizioni. Trattengono in ostaggio più cittadini americani di ogni altro paese al mondo. Le donne sono trattate come cittadini di seconda categoria, le minoranze religiose e gli omosessuali sono perseguitati. E le elezioni iraniane non hanno avuto alcun influsso neppure sui vecchi pilastri strategici della Repubblica Islamica dell’Iran, vale a dire l’opposizione agli Stati Uniti e Israele e la rivalità con l’Arabia Saudita. Gli sforzi senza precedenti del presidente Obama di coinvolgere Khamenei non sono stati ricambiati. Durante il mandato del presidente Rouhani, il sostegno dell’Iran al regime criminale di Assad e alle milizie Sciite è aumentato, nonostante l’uso ripetuto di armi chimiche da parte di Assad.

Rouhani può avere anche più followers nei social media degli integralisti iraniani, conclude l’analista politico americano, ma indipendentemente dal risultato, questi ultimi continueranno ad avere molte più armi (Maximum Drama, Minimum Change: Iran’s Presidential Elections …).

 

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