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www.italiaincammino.it, 13 Maggio 2017 – Renzi, Obama e Macron: triumvirato di “potenze progressiste”

Tre giorni prima del ballottaggio, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato il proprio sostegno a Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi, mettendo in evidenza che, sebbene non avesse progettato di farsi coinvolgere in altre elezioni dopo la sua presidenza, «il successo della Francia è importante per il mondo intero». Matteo Renzi, rieletto segretario del Pd, ha incontrato Barack Obama durante la visita dell’ex presidente americano a Milano e nel corso del loro colloquio, i due hanno telefonato al neo eletto presidente francese per congratularsi della vittoria. Lo stesso Macron, su Twitter, aveva rivolto i suoi auguri a Renzi per la vittoria alle primarie: «Bravo a @matteorenzi ‘in cammino/en marche’ funziona. Insieme, cerchiamo di cambiare l’Europa con tutti i progressisti».

Che cosa accomuna profili e storie così diverse?

Cos’è che rende queste storie così simili nel messaggio e perfino nello stile?

Obama ha detto che Macron «rappresenta i valori liberali» e «propone una visione per il ruolo importante che la Francia gioca in Europa e nel mondo» ed ha aggiunto, con una chiara allusione a Le Pen, che Macron, «si rivolge alle speranze della gente e non alle loro paure». E come ha sottolineato The Atlantic nel numero del mese scorso, anche le campagne elettorali di Obama e di Macron si somigliano molto. Come Obama, Macron ha fatto affidamento su un’ampia (e senza precedenti) campagna popolare che ha mobilitato migliaia di volontari in tutto il paese. Le campagne elettorali di entrambi i leader si sono inoltre concentrate su un punto: rimettere in marcia i loro paesi in direzione del progresso. Lo slogan di Macron era En Marche! e anche Obama aveva puntato su slogan simili «Change We Can Belive In» e, per la sua rielezione, «Forward», avanti. È una relazione, questa, che la campagna di Macron ha sottolineato. Il mese scorso, En Marche! ha diffuso un video nel quale l’ex presidente americano augurava al candidato all’Eliseo «buona fortuna» alla vigilia del primo turno e nel quale Macron diceva di attendere con ansia di poter «lavorare insieme» in futuro. E vale anche per Renzi.

Giuliano Ferrara lo ha rimarcato con grande efficacia: «Chi è che ha predicato fino alla noia l’ottimismo e la speranza dell’Italia che riparte? Chi è che aveva 39 anni nel momento dell’accesso al potere esecutivo? Chi è che ha puntato sul partito della nazione, cioè su un accordo trasversale detto Nazareno con la destra berlusconiana, essendo “et de droite et de gauche”? Chi è che è stato accusato dagli ideologi bolsi del novecentismo politico di aver trasformato il Pd in una specie di startup come En Marche!? Chi è che ha fatto della liberalizzazione del mercato del lavoro un’ossessione fattiva, e ha proceduto per ordonnance come sta per fare Emmanuel M. (il voto di fiducia sull’articolo 18)? Chi è che ha preso il 40 per cento alle europee, miglior risultato fra i partiti socialdemocratici, su una linea di opposizione europeista al cialtronismo lepenista-grillozzaro italiano? Chi è che è andato al governo senza essere stato eletto dal popolo (a parte la platea delle primarie del partito di maggioranza), come fece Macron lanciandosi poi come presidente della République? Chi è che ha rotto le palle con le quote femminili al potere, come farà E. M. alle legislative? Chi è che ha avuto più tempo per la finanza e l’impresa che per le corporazioni sindacali? Chi è che ha proposto il ballottaggio, strumento essenziale per l’ascesa di M. e la sconfitta di Marine? Chi è quel Provinciale Collettivo che osa sostenere il contrario, cioè che Renzi, e proprio ora che il sistema lo ha riacciuffato, deve imitare il modello Macron o non può imitare il modello Macron?».

Il sostegno di Obama 

Non è chiaro se il sostegno di Obama a Macron (Obama anche detto che, se potesse, voterebbe per la cancelliera tedesca Angela Merkel che sta correndo per la rielezione in autunno) abbia influenzato gli elettori francesi. Nonostante la sua popolarità in Europa e negli Stati Uniti, il suo evidente sostegno alla campagna del «Remain» nel referendum inglese sulla Brexit, il suo sostegno ad Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali americane ed il sostegno alla riforma costituzionale di Renzi, non hanno avuto l’impatto desiderato.

Lo stesso schema di gioco

Una cosa però è chiara. È chiaro che in Francia, in Italia, negli Stati Uniti e dovunque in Occidente, lo schema di gioco è lo stesso. É dal 2012 che Pietro Ichino si affanna a ripetere che il nuovo discrimine fondamentale è tra chi intende contrastare la globalizzazione ripristinando sovranità e frontiere nazionali e chi ne accetta la sfida attrezzando il proprio paese per trarre dalla globalizzazione il massimo beneficio e indennizzando chi nella sfida ci perde qualcosa. Insomma, la scelta fondamentale oggi è quella che si compie rispetto a questo spartiacque, che non è più quello sul quale si è strutturata la politica dal dopoguerra. Questo è il nuovo bipolarismo che è destinato probabilmente a caratterizzare gli anni che verranno.

La conferenza improvvisata sembrava collegare un triunvirato di «potenze progressiste» che però non ci sono ancora. Obama, Renzi e Macron (ci sarebbe anche Trudeau), rappresentano una realtà alternativa (una realtà possibile), per un paesaggio politico transatlantico distrutto dall’elezione di Trump e dall’ascesa delle forze populista. Macron ha sconfitto in modo netto la sfidante dell’estrema destra, ma Renzi ed anche Obama, a casa loro, hanno ancora parecchio lavoro da fare. È chiaro anche questo.

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