GIORNALI2017

stradeonline.it, 24 marzo 2017 – IL POPULISMO IN OLANDA HA DAVVERO PERSO LE ELEZIONI?

‘In tempi normali – ha scritto lo storico olandese Ian Buruma sul New York Times pochi giorni prima del voto – in pochissimi fuori dall’Olanda avrebbero prestato attenzione alle elezioni parlamentari olandesi. In tempi normali, anche quei pochi si sarebbero aspettati un altro solido governo centrista formato da una coalizione di partiti (di solito comprendente i cristiano-democratici o i social-democratici, o i conservatori orientati al business) guidati da dirigenti politici seri. Insomma, la politica olandese era noiosa e perbene. Ma questi non sono tempi normali’.

 

Infatti, se diamo retta ai media internazionali, la settimana scorsa l’eroico popolo olandese ha sconfitto il populismo, respingendo il tentativo del Partito per la Libertà (PVV) del “Trump olandese”, Geert Wilders, di diventare il partito di maggioranza relativa. Se la battuta d’arresto sia poi solo un fenomeno olandese (circoscritto) o se invece il populismo, più in generale, abbia raggiunto il suo apice, resta oggetto di speculazione e di ogni sorta di congettura, specie in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi.

 

Posata la polvere, però, le cose sono, come sempre, un po’ più complicate. C’è chi ritiene addirittura che le elezioni olandesi c’entrino pochissimo con la sconfitta o la vittoria del populismo. Da anni i sondaggi indicavano che (sia in caso di vittoria del PVV che del VVD, il Partito del Popolo per la Libertà e la Democrazia del Primo Ministro, Mark Rutte), nel migliore dei casi, il più grande partito del paese avrebbe ottenuto appena un quarto dei voti (probabilmente molti meno) e avrebbe comunque dovuto avviare un processo, difficile e faticoso, per formare un governo di coalizione di almeno quattro partiti. E se anche il PVV dovesse far parte di una coalizione di governo (sebbene tutti i partiti più importanti abbiano scartato questa eventualità), sarebbe l’unico partito populista a farne parte. Non propriamente una vittoria del “fenomeno” populista.

 

Insomma, c’è chi sostiene ci siano state due elezioni olandesi: una nei media internazionali, rappresentata come l’ultima versione della lotta globale in corso tra un populismo arrembante e un establishment angosciato, e una nei mezzi di comunicazione e di divulgazione olandesi, che hanno cercato di cogliere l’intera gamma di sviluppi politici, inclusa la comparsa di alcuni nuovi partiti populisti radicali di destra (come il FvD e il VNL), il successo crescente dei partiti cosmopoliti (D66 e GL), l’ascesa di un partito “turco” (DENK) e l’implosione dei socialdemocratici (PvdA).

 

A ben guardare, tuttavia, il “testa a testa” tra Rutte e Wilders ha dominato anche buona parte della “narrazione” dei media olandesi. Il premier Rutte si è sforzato, infatti, di presentarsi come una sorta di “argine”, l’unico politico in grado di tenere Wilders lontano dal potere (benché abbia messo l’accento sulle sue politiche “irresponsabili” e “poco serie”, piuttosto che sul suo populismo), al punto che in molti ritengono che la sconfitta del partito anti-UE, anti-immigrazione, anti-Islam di Wilders non sia che una vittoria di Pirro; e che il prezzo di questa vittoria sia stato la “metamorfosi” del partito di centrodestra, che si è appropriato della retorica di Wilders per batterlo.

 

Mark Rutte, che guida il VVD, il partito conservatore che ha ottenuto il numero più consistente di seggi nelle elezioni, ha parlato di “qualcosa di sbagliato nel paese” e ha affermato che la “maggioranza silenziosa” non avrebbe più tollerato i migranti che arrivano e “abusano della nostra libertà”. Insomma, anziché sfidare i razzisti, Rutte ha lisciato loro il pelo, contribuendo ad avvelenare le falde della politica olandese. Nelle ultime settimane della campagna elettorale, poi, non gli è sembrato vero di potersi calare nella parte del “duro” (Rutte ha infatti messo in mostra, da Primo Ministro, le sue credenziali populiste in una disputa con la Turchia) e la notte delle elezioni, nel suo victory speech, ha detto che fermare Wilders voleva dire ostacolare la “versione sbagliata del populismo”. Il che, ovviamente, presuppone che ci sia una varietà di populismo “giusta”, che si distingue dalle altre, e che Rutte ne sia l’interprete. Ma il rischio è che, come spesso succede, il Primo Ministro olandese venga divorato dalla tigre della retorica populista che crede di poter cavalcare.

 

Tutti sanno in Olanda che Wilders (che è un politico di lungo corso) promuove il nativismo, l’autoritarismo e il populismo. Ed è più o meno la stessa agenda di Marine Le Pen (FN) in Francia, di Frauke Petry (AfD) in Germania e di Donald Trump negli Stati Uniti. Wilders si distingue, anzi, per la sua posizione inflessibile sull’Islam. Metà del suo programma elettorale (che ha un titolo ispirato alla Brexit e a Trump, “l’Olanda nuovamente nostra”) è dedicato alla “de-islamizzazione” del paese e contiene proposte come la chiusura delle moschee e delle scuole islamiche e la messa al bando del Corano.

 

Rutte non è il solo politico tradizionale a ritenere che il “cattivo” populismo possa essere sconfitto soltanto da quello “buono”. È una posizione molto diffusa all’interno dei partiti socialdemocratici europei travolti dalla crisi. Basta ascoltare il leader laburista inglese Corbyn o lo stesso Bersani, che sostiene che per combattere il populismo non serva fare l’opposto dei Trump e delle Le Pen (opporsi, ad esempio, al protezionismo aprendo al mercato il più possibile) ma stare attenti a non farsi rubare da loro temi e argomenti.

 

Il che, in molti casi, sembra alludere solo a una versione un po’ più light di quel mix fatto non soltanto di populismo (che prende di mira principalmente le élite europee), ma anche di autoritarismo e nativismo, che non per caso, in Olanda, ha improntato la campagna elettorale dei due partiti della destra tradizionale (il cristiano democratico CDA ed il conservatore VVD).

 

“I leader di entrambi i partiti – ha scritto, infatti, Cas Mudde, del Center for Research on Extremism dell’Università di Oslo, sul Guardian – fingono di difendere i valori “olandesi” e perfino quelli “cristiani” contro le supposte minacce dell’Islam e dei musulmani, e lo stesso fanno anche i loro compagni di viaggio laici di sinistra. Anche se buona parte degli olandesi è preoccupata per l’assistenza sanitaria e il welfare state, il leader del CDA, Sybrand Buma, e il premier Rutte si sono preoccupati soprattutto di difendere le tradizioni “cristiane” come le uova di Pasqua e gli alberi di Natale e le tradizioni razziste incluso Black Pete (Zwarte Piet). Inoltre, Rutte ha rammentato che ci sono olandesi veri e olandesi “in prova”, cioè quelli che hanno le loro radici nell’immigrazione musulmana, e ha invitato questi ultimi ad agire “normalmente” oppure a “levarsi dalle scatole” (dove debbano andare non si sa)”.

 

Posto che, quasi certamente, la prossima coalizione di governo sarà guidata ancora da Rutte, e che il CDA e il VVD saranno le componenti più importanti della maggioranza, rimarrebbe da chiedersi cosa davvero rappresenti la “sconfitta” elettorale di Wilders. Se perfino un pezzo della sinistra sceglie di giocare sullo stesso campo dei populisti, quel mix fatto di nazionalismo, protezionismo, sovranismo e anti-europeismo è destinato a trovare sempre più legittimazione. Se la differenza tra populismo “cattivo” e populismo “buono” è solo una questione di sfumature – cioè, quanto, in che misura, uno sia autoritario e nativista – alla fine toccherà a Wilders ridere per ultimo.

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