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Stradeonline.it, 07 marzo 2017 – IL MONDO DI LENNON CONTRO IL MONDO DI BANNON, LA FRATTURA CHE DIVIDE L’OCCIDENTE

Se c’è una cosa che oggi unisce America ed Europa, questa è senza dubbio la profonda frattura che attraversa entrambe le società. Si tratta di uno scontro ideologico interno all’Occidente, che riguarda, in sostanza, in che mondo vorremmo vivere. Secondo il giornalista tedesco Jochen Bittner, editorialista di Die Zeit, si sfidano il «mondo di Lennon» e il «mondo di Bannon».

Il mondo di Lennon è quello dei liberal cosmopoliti, descritto da John Lennon nella sua più celebre canzone, «Imagine» («Imagine there’s no countries», cantava infatti l’ex Beatle, «a brotherhood of man»). Il mondo di Stephen K. Bannon, il giornalista e cineasta americano, chief strategist del presidente Trump, è invece l’opposto: un posto fatto di barriere e prescrizioni e guidato da figure autoritarie e intransigenti. Nelle città americane e in buona parte dell’Europa il mondo di Lennon è già una realtà e sono stavolta i sostenitori del mondo di Bannon a volere la rivoluzione.

Per i lennonisti, i confini sono concetti artificiali. Ogni essere umano ha il diritto di vivere dovunque lo desideri. Ed anche le merci devono potersi spostare liberamente: il libero scambio avvantaggia tutte le nazioni che vi prendono parte; promuove la ricchezza e la costruzione di reti transnazionali e, dunque, la pace. Le élite devono solo sforzarsi di convincere gli incerti, che ignorano il meccanismo che governa oggi un mondo sempre più interconnesso. I lennonisti credono inoltre che la religione non debba dividere l’umanità, che l’Islam sia una religione di pace e che debba essere distinta nettamente dall’Islamismo, un concetto politico. Perciò, vietare l’ingresso ai musulmani è una smaccata violazione dei diritti umani.

Anche il ruolo delle donne è un punto di scontro. Il «soffitto di cristallo» resta una barriera e gli uomini sono così abituati ad esercitare un dominio politico, economico e culturale che non riescono ad ammettere neppure la loro egemonia. Ecco perché il femminismo rimane un movimento di emancipazione legittimo e necessario. Infine, l’Unione europea è la più alta espressione di tutti questi principi e lo strumento per promuoverli. Chiunque attacchi l’Unione, perciò, attacca la pace, il progresso ed il benessere.

Per i bannonisti, invece, sono proprio i confini a permettere alle nazioni di esprimere la loro identità culturale. Dunque, il libero movimento delle persone (e delle merci) deve essere bilanciato con questo interesse. Anche il bannonismo è perlopiù secolarizzato (sebbene conceda uno spazio maggiore alla tradizione giudaico cristiana), la differenza sta nella convinzione che l’Islam non sia una religione, ma piuttosto una aggressiva ideologia anti-occidentale, intollerante e illiberale, dedita alla conquista mondiale. Ne consegue, perciò, che il divieto all’immigrazione musulmana è giustificato.

Ma il bannonismo è anche una critica del lennonismo. Ritiene che, dopo il crollo del Muro di Berlino, le élite liberali abbiano trascurato gli interessi legittimi dello Stato nazione; continuino a prendere sottogamba le distinzioni tra uomini e donne e abbiano confuso l’eguaglianza con la parità. Il femminismo, per i bannonisti, è una ideologia polarizzante costruita sull’allucinazione che le società occidentali siano ancora patriarcali e gli uomini siano nemici delle donne. Manco a dirlo, per i bannonisti, l’Unione europea incarna tutto quel che oggi non va nell’Occidente.

La disputa è in corso dappertutto. E si sa che quest’anno ci attendono elezioni cruciali in Olanda, in Francia e in Germania. Anche in Germania, una destra bannonista in ascesa si è posizionata sia contro i socialdemocratici di centro-sinistra, sia contro i cristiano democratici di centro-destra (entrambi propendono per una versione della visione del mondo di Lennon). Ma, stando al giornalista tedesco, qualche differenza c’è. Diversamente dall’Olanda e dalla Francia, in Germania il centrosinistra è robusto; e a differenza degli Stati Uniti, il centro-destra non ha interesse a cooptare o a farsi rimpiazzare dall’estrema destra. Inoltre, i tedeschi hanno fatto tesoro delle esperienze americane ed inglesi dello scorso anno; e certamente, snobbare la base elettorale dell’estrema destra, bollandola come «deplorable», è stato un errore (politico e morale).

In un modo o nell’altro, sostiene Bittner, bisogna trovare un compromesso tra due visoni, entrambe insostenibili. In altre parole, c’è una via di mezzo? Detta altrimenti, occuparsi e indennizzare i loser, coloro che nei mutamenti prodotti dalla globalizzazione, almeno temporaneamente, ci perdono, è l’unico modo per alleviare uno smarrimento e un’angoscia che, nella transizione, possono colpire tutti e che possono generare mostri. Vale anche per quanti di noi ritengono che l’Italia abbia bisogno di riforme (sul Foglio del 12 gennaio dello scorso anno, avevamo appunto indicato, in una lettera aperta, cinque priorità «per neutralizzare la paura della globalizzazione e spingere la crescita».

Angela Merkel, che stavolta si propone (per la quarta volta) come un antidoto al Trumpismo, ha detto chiaramente di volere risparmiare alla Germania le crisi che questo scontro ha già prodotto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Nella sua prima intervista della campagna elettorale ha detto infatti: «Non vogliamo odiarci l’un l’altro, vorremmo discutere democraticamente». Ed ha aggiunto: «La domanda è ‘che cosa possiamo fare per la coesione di una società così polarizzata?’».

La risposta non è ancora chiara. Ma nel candidato socialdemocratico, Martin Schulz (ex presidente del Parlamento europeo), la cancelliera tedesca sembra aver finalmente trovato un rivale con il quale dar vita precisamente a quella «conversazione» di cui lennonisti e bannonisti hanno bisogno. Pressati dalla destra populista, i due partiti dell’establishment non si contendono più il controllo dello stesso spazio sicuro al «centro» della società tedesca e stanno cercando di rivolgersi ad una platea più ampia di elettori. Nei prossimi mesi, secondo Bittner, bisogna aspettarsi una linea più dura del governo sull’immigrazione clandestina per contenere gli effetti della politica dei confini aperti della Merkel; un dibattito sul modo di sanare le fratture sociali ed economiche create dalla europeizzazione; e una rifocalizzazione su quella parte dell’elettorato che si sente lasciata indietro da un dibattito politico che si è occupato troppo di questioni come il gender e troppo poco di questioni pressanti come la carenza di alloggi.

Sia Merkel che Schulz condividono, infatti, la necessità di sviluppare un sentimento di appartenenza nazionale senza ricorrere alla retorica nazionalistica e antagonistica del tipo «Germany first». Anche perché una piccola dose di identità politica potrebbe offrire ai giovani musulmani un «rifugio» più attraente di quello offerto dall’Islam politico.

Va da sé che la Brexit, il presidente Trump e l’estrema destra europea continueranno ad agitare le acque. Ma sembra che un po’ alla volta si stia facendo strada anche un promettente dialogo dal «centro»: una attenzione alla disuguaglianza e all’ingiustizia domestiche e un impegno concreto a rafforzare quelli che si sentono lasciati indietro. È su questo terreno che Hillary Clinton sembra aver fallito, permettendo ai bannonisti di occupare Washington. Ma la sfida è appena iniziata. E un match importante si svolgerà in Germania.

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