IN PRIMO PIANO

Ritorno improvviso della guerra fredda l’Unità, 27 ottobre 2016

Si è molto parlato del ritorno al clima da guerra fredda tra USA e Russia. E manco a dirlo, una parte della politica italiana, quella antieuropea e antiamericana (la stessa – da Salvini a Berlusconi, da Grillo all’estrema destra – che, guarda caso, si batte per il NO al referendum) si è schierata con Putin. Ma un ritorno al bipolarismo della guerra fredda è impensabile. Perché? Perché il mondo tende al multipolarismo. E’ vero che ciascuno dei «poli» ha un peso molto diverso e che alcuni di questi, come appunto la Russia, pur non essendo al livello degli Usa dal punto di vista economico, hanno un’importanza militare (e nucleare) che può ostacolare la libertà di movimento degli altri, ma oggi il sistema internazionale – com’è stato costruito dopo la seconda guerra mondiale – è ormai irriconoscibile.

La causa? L’ascesa delle potenze emergenti (della Cina, dell’India, ecc.), la globalizzazione dell’economia, il trasferimento, storicamente senza precedenti, di ricchezza relativa e di potere dall’Ovest all’Est del mondo (quello che Fareed Zakaria ha chiamato «the rise of the rest») e l’influenza crescente dei nonstate actors (mondo degli affari, tribù, organizzazioni religiose e perfino network criminali). Tra non molto, dunque, il sistema internazionale sarà un sistema globale multipolare con un divario di potenza sempre più contenuto tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. Trent’anni fa, tanto per fare un esempio, una città come Shenzhen non esisteva ancora. Oggi ha quasi nove milioni di abitanti, più o meno la popolazione dei cinque distretti di New York. Molti dei suoi residenti sono nati in campagna, nella miseria, e oggi hanno lo stesso tenore di vita di Brooklyn. In una sola generazione, un villaggio di pescatori è diventato il quarto scalo al mondo. Un porto che movimenta, da solo, più di quanto riescono a fare insieme Los Angeles e Long Beach, i due maggiori porti americani. Nel giro di soli trent’anni circa 300 milioni di cinesi sono passati dalla miseria più nera a standard economici paragonabili a quelli occidentali: un’impresa senza precedenti nella storia mondiale. Si tratta di una crescita che è più visibile in Asia (l’India è appena un po’ più indietro della Cina), ma non è confinata all’Asia. Nei primi dieci anni del Duemila, sei delle prime dieci economie che sono cresciute di più al mondo sono africane.

Inoltre, non cambiano soltanto i protagonisti, cambiano anche la portata delle questioni transnazionali decisive per la prosperità globale: l’invecchiamento della popolazione nei paesi sviluppati, i limiti crescenti nell’energia, nel cibo, nell’acqua e le preoccupazioni circa il cambiamento climatico rischiano di limitare quella che rimane un’epoca di prosperità senza precedenti.

Il guaio è che, storicamente, i sistemi multipolari emergenti sono stati più instabili di quelli bipolari o unipolari. In altre parole, è probabile che le rivalità strategiche continuino a ruotare attorno al commercio, agli investimenti, all’innovazione e all’acquisizione tecnologica, ma non è da escludere una corsa agli armamenti, all’espansione territoriale e alle rivalità militari, simile a quella del XIX secolo. Questa nuova realtà non ha un esito scontato. Anche perché gli Stati Uniti rimarranno il paese più potente, ma saranno meno dominanti. E le declinanti capacità economiche e militari faranno emergere le contraddizioni tra le priorità interne e quelle di politica estera. Chiunque dovesse diventare presidente. Ovviamente, se gli USA, che hanno agito per anni come il governo di fatto del mondo, ora si comportano come un paese qualunque, il mondo avrà meno governo. Non è detto, infatti, che la Cina ed «il resto» abbiano i soldi e l’inclinazione per rilevare le responsabilità americane. Il guaio è che l’arrivo della superpotenza europea è probabile che coincida con quello di Godot. Il punto, insomma, è proprio questo: se, come sembra, il mondo sta andando verso la formazione di blocchi regionali che svolgeranno il ruolo degli Stati nel sistema vestafaliano, se strutture continentali come l’America, la Cina e forse l’India e il Brasile hanno già raggiunto la massa critica, l’Europa vuole finalmente darsi una mossa? Non è l’ora di provare davvero a realizzare un’unità significativa? Non è scritto da nessuna parte che il declino, la decadenza, un destino di minor potere regionale e globale, siano per l’Europa un esito inevitabile. La tecnologia, il ruolo dell’immigrazione, i miglioramenti nella sanità pubblica, norme che incoraggino una partecipazione più grande delle donne nell’economia, sono solo alcune delle misure che potrebbero cambiare la traiettoria delle tendenze attuali. Il ruolo della leadership sarà cruciale circa gli esiti. I leader e le loro idee contano. Non è un caso che dovunque lo scontro sia quello tra «Wall people» e «Web People», tra costruttori di muri e costruttori di legami, tra apertura e chiusura.

Prima fermata l’8 novembre.

Poi tocca a noi (e all’Austria) il 4 dicembre.

You may also like
«Il tribalismo sta cannibalizzando la tradizionale politica europea» – Il Foglio, 23 ottobre 2018
«Conte (e il Pd) è il nostro Perón, Di Maio (e Salvini) la nostra Evita» – Il Foglio, 18 dicembre 2019
Il problema? La paralisi dell’Europa. Ma per problemi comuni, servono soluzioni comuni.