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Elezioni USA, un nuovo mondo l’Unità, 5 agosto 2016

Non sono elezioni come le altre. Lo ha scandito Barack Obama nel suo discorso alla Convenzione democratica di Philadelphia. Trump non è un avversario come gli altri, non rientra nella dialettica tra Repubblicani e Democratici che ha fatto crescere l’America. È, invece, un candidato cinico che vuole speculare sulle paure. Lo ha ribadito anche l’Economist: le convenzioni hanno messo in luce un una nuova frattura politica, non tra sinistra e destra, ma tra apertura e chiusura. E anche per Thomas L. Friedman, lo scontro non è tra Democratici e Repubblicani, ma tra «Wall People» e «Web People», tra costruttori di muri e costruttori di reti (cioè di legami).

L’obiettivo principale dei primi è quello di scovare qualcuno in grado di placare i venti impetuosi del cambiamento che non ci danno requie: nel nostro posto di lavoro, dove le macchine stanno minacciando le occupazioni di colletti bianchi e tute blu; nel nostro quartiere, dove si stanno riversando immigrati di diverse religioni, razze e culture; e globalmente, dove parecchia gente rabbiosa uccide innocenti con preoccupante regolarità. «Vogliono un muro per fermare tutto questo», scrive il columnist del New York Times. Sia Donald Trump che Bernie Sanders sono due candidati che vanno a pennello ai «Wall People»: entrambi fanno appello alla pancia del paese; il primo, si vanta di essere in grado di fermare il vento con un muro e il secondo promette di fare lo stesso stracciando i grandi accordi commerciali globali e facendo abbassare la cresta ai ricchi e alle grandi banche.

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Dall’altra parte ci sono i «Web People», i difensori di un mondo aperto, che, scrive Friedman, «si rendono conto che sia i Democratici che i Repubblicani hanno costruito le loro piattaforme in gran parte in risposta alla rivoluzione industriale, al New Deal e alla Guerra fredda, e che oggi un partito del XXI secolo ha bisogno invece di costruire la propria piattaforma in risposta alle accelerazioni imposte dal progresso scientifico e tecnologico, alla globalizzazione, al cambiamento climatico, che sono le forze che stanno trasformando i luoghi di lavoro, la geopolitica e lo stesso pianeta». Sanno che quel che conta davvero è concentrarsi nel sostenere le persone, gli individui, «per permettere loro di competere e collaborare in un mondo senza muri»; che «i sistemi aperti sono più flessibili, resilienti e capaci di imprimere una spinta in avanti e offrono l’opportunità di sentire e reagire per primi al cambiamento. Perciò preferiscono più espansione commerciale, lungo le linee della Trans-Pacific Partnership, più immigrazione regolata per attrarre le menti più acute e le persone più dinamiche, e più strumenti per un apprendimento lungo tutta la durata della vita. E capiscono anche che bisogna prevenire gli eccessi di irresponsabilità a Wall Street, senza però strozzare chi assume dei rischi, perché questo è il motore della crescita e dell’imprenditorialità».

Hillary Clinton sa perfettamente che l’America deve costruire il suo futuro su questa piattaforma; sa che gestire la globalizzazione (mantenendo i benefici dell’apertura cercando di attenuare gli effetti negativi) non vuol dire rinunciarvi; sa che un mondo di costruttori di muri sarebbe più povero e più pericoloso. Ma invece di sfidare i «Wall People» del suo partito, sta cercando un accordo con loro, opponendosi a cose che lei stessa ha contribuito a negoziare, come l’accordo commerciale del Pacifico, offrendo più sussidi statali e, scrive Friedman, «astenendosi dal dire alla gente la dura verità: per restare nella classe media, limitarsi a lavorare duro rispettando le regole non basta più. Per avere un lavoro che duri tutta una vita bisogna apprendere per tutta una vita, cercando di migliorarsi costantemente».

L’America (ma anche il vecchio mondo) ha bisogno disperatamente di una coalizione in grado di governare efficacemente in tempi di rapido cambiamento. Non per caso, Thomas Friedman si augura che i pro-global repubblicani, che ora si tengono in disparte, si uniscano al Partito Democratico per formare un partito per il XXI secolo. Un partito «sensibile ai bisogni della gente che lavora, che valorizza la funzione stabilizzante di comunità solide e in buona salute, ma che sta dalla parte del capitalismo, dei mercati liberi e del libero commercio, in quanto motori vitali della crescita per una società moderna e per dotare ogni americano degli strumenti di apprendimento per realizzare il proprio potenziale». Vale anche per noi (a proposito, il PD non era nato per questo?).

Hillary Clinton ha la possibilità di rompere, oltre al soffitto di cristallo per le donne, anche il muro che ha diviso i due grandi partiti americani. Ma deve promuovere l’apertura con coraggio e senza ambiguità. Dal suo successo, dipende il futuro dell’ordine mondiale liberale.

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