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Un golpe fallito non vuol dire che abbia vinto la democrazia

Diverse cose non tornano, ma una cosa è chiara: 35 anni dopo l’ultimo colpo di stato, e quasi due decenni dopo l’intervento militare del 1997, i turchi non vogliono tornare al brusco avvicendarsi di governi civili e militari che ha caratterizzato il paese tra il 1960 e 1980. Al contrario, restano attaccati alle loro istituzioni democratiche e all’ordine costituzionale. L’esercito, una colonna portante del cosiddetto “ordine kemalista”, l’impronta laica data al paese dal fondatore della Turchia, Kemal Atatürk, è più debole. Tutti i principali partiti politici hanno condannato il tentato colpo di stato. Insomma, malgrado l’irritazione nei confronti del presidente Erdogan, i turchi non vogliono tornare indietro.

Un golpe riuscito sarebbe stato un disastro. Erdogan vanta un solido sostegno nel cuore dell’Anatolia, in particolare tra i conservatori più osservanti. Le moschee in tutto il paese sono rimaste illuminate durante la notte mentre gli imam ripetevano l’appello del presidente invitando il popolo a riversarsi nelle strade. Senza dubbio qualsiasi governo controllato dai militari avrebbe dovuto fronteggiare una rivolta del tipo di quella siriana da parte degli islamisti e di altri gruppi. Senza contare che il colpo inferto a quel che rimane delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto nel Medio Oriente sarebbe stato devastante. Non c’è da stupirsi che il presidente Obama e il segretario di Stato Kerry si siano affrettati ad affermare che «tutti partiti in Turchia dovrebbero sostenere il governo democraticamente eletto, mostrare autocontrollo ed evitare qualunque violenza e spargimento di sangue». Il problema è che l’autocontrollo, l’auto-limitazione, non fa parte del vocabolario di Erdogan. Invece di usare quel che è accaduto come un’opportunità per sanare le divisioni e i contrasti, il presidente turco farà esattamente l’opposto: cercherà di perseguitare gli avversari, limitare ulteriormente la stampa e le altre libertà e accumulare maggiore potere.

La ritorsione del presidente Erdogan si concentra, infatti, su esercito e magistratura. Nel corso di poche ore più di 2800 militari sono stati incarcerati e 2700 giudici rimossi dall’incarico. Poco fa il ministro della giustizia di Ankara Bekir Bozdağ, ha detto che dopo il golpe militare fallito sono state arrestate 6000 persone, aggiungendo che «le operazioni di pulizia continuano». È probabile una stretta prolungata su quelli che il presidente Recep Tayyp Erdogan chiama« guelenisti» (Erdogan ritiene che il leader islamico moderato Fethullah Gulen sia il regista del tentato golpe) e sullo «stato profondo» kemalista (che Filkins ha descritto così sul New Yorker: «una presunta rete clandestina di militari e civili che per decenni ha represso e a volte ucciso dissidenti, comunisti, giornalisti, islamisti, missionari cristiani e membri di minoranze religiose – chiunque fosse visto come una minaccia all’ordine secolare stabilito nel 1923 da Atatürk»).

Col risultato, ha scritto Roger Cohen sul New York Times, che «una società già divisa accentuerà le proprie divisioni. La Turchia laica non dimenticherà tanto rapidamente le urla di “Allahu akbar” che sono riecheggiate la notte scorsa nelle moschee e tra la folla radunata nelle strade». Ora è possibile che Erdogan punti a riformare la costituzione per ridisegnare le istituzioni a proprio vantaggio e creare una presidenza con ampi poteri esecutivi. E secondo Cohen «oggi ha il pretesto per dire che soltanto con poteri accresciuti si possono tenere a bada i nemici della Turchia». Non per caso, c’è chi ha osservato che la democrazia ha trionfato ieri in Turchia solo per essere soffocata ad un ritmo più lento.

Per l’amministrazione Obama, è un’altra dimostrazione di come le cose in Medio Oriente tendano ad intrappolarsi in situazioni senza vie d’uscita e in dispendiosi disastri. Quando, tre anni fa, un generale egiziano Abdel Fattah el-Sisi ha guidato un colpo di stato contro il presidente eletto democraticamente, Mohamed Morsi, Obama non ha sostenuto il governo democratico, come sta facendo oggi in Turchia. L’amministrazione americana, allora ha perfino evitato di usare la parola golpe. Di fatto, il presidente americano è stato dalla parte dei generali in nome dell’ordine. È vero che Morsi era molto impopolare, che il colpo di Stato egiziano aveva un larghissimo sostengo da parte della gente e che non c’era altro da fare che accettare il fatto compiuto. Resta il fatto che, in Medio Oriente, i principi non valgono molto. E la politica spesso significa scegliere l’opzione «meno peggiore». In Turchia, ha vinto la soluzione «meno peggiore», la sopravvivenza di Erdogan. Il che non significa che le cose non possano andare peggio. Un colpo di stato fallito non significa che abbia vinto la democrazia. Come sappiamo, gli autocrati risentiti e permalosi sono capaci di dare il peggio di loro stessi. E l’Occidente può fare ben poco.

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