GIORNALI2016

l’Unità, 8 giugno 2016 – Quei «18 milioni di crepe» pronti a rompersi

Quando, nel 2008, Hillary Clinton, prendendo atto della sconfitta, chiuse la sua campagna presidenziale, fece un discorso che è rimasto nella memoria di molti americani ed in particolare di moltissime donne. Alla folla raccolta al National Building Museum a Washington, Hillary disse: «Sebbene questa volta non siamo riusciti a mandare in frantumi il soffitto di cristallo più importante e più resistente, grazie a voi, ha ormai circa 18 milioni di fessure, attraverso le quali la luce risplende come mai prima d’ora, riempiendoci di speranza e della consapevolezza che il cammino la prossima volta sarà un po’ più facile». Sono passati otto anni da allora e Hillary Clinton sta per fare la storia e diventare la prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti. Dovrebbe assicurarsi la nomination, una volta chiusi i seggi nel New Jersey, indipendentemente dal risultato in California. L’Associated Press, sulla base di una propria indagine, ha annunciato infatti che Hillary Clinton si è già assicurata i 2383 delegati necessari.

Certo, non si è ancora insediata nell’ufficio ovale, ma è più vicina a rompere «quel soffitto più importante e più resistente» di quanto sia mai stata una donna negli Stati Uniti. Ed è probabile che, nel proclamare finalmente la sua vittoria nella contesa prolungata e inaspettatamente aspra contro Bernie Sanders, farà riferimento proprio al suo discorso di commiato, puntando a ristabilire l’unità del partito. Sebbene il discorso di Hillary Clinton sia celebre per il riferimento a quei «18 milioni di crepe», la cosa più importante che andò in pezzi quel giorno è stata la barriera di sfiducia tra lei e Obama. Nel suo discorso pronunciò il nome di Obama 15 volte, incoraggiando i propri sostenitori a «fare tutto quel che possiamo per aiutare ad eleggere Barack Obama». La domanda oggi in circolazione – che cosa farà Bernie? – otto anni fa, non venne in mente a nessuno. Ed è probabile che, giovedì sera, Hillary Clinton lancerà un appello all’unità del partito accennando alla propria storia. Proprio perché allora si impegnò a riunificare il partito, oggi può dire credibilmente di conoscere quel che Sanders e i suoi sostenitori stanno passando e che, nel 2008, scelse quel che davvero conta: eleggere un presidente democratico.

Non sarà una passeggiata. Ma per Hillary non lo è mai stata. La sua è stata una generazione di femministe che ha deciso che, per loro, niente era impossibile. Non tutto è andato secondo i piani. E anche quando le cose sono andate per il verso giusto, il conto è stato salato. E, nella sua carriera, ogni volta la sequenza è stata la stessa: si propone, cade, si rialza, va avanti e lavora sodo. Quando la sua prima campagna presidenziale si concluse con la sconfitta, fece quel che hai fatto molte altre volte. Si tirò sù e colse l’opportunità di lavorare per il presidente che l’aveva battuta. Non è mai stato in discussione che ci avrebbe riprovato, perché è questo il suo modo di fare. È determinata a fare la storia e l’ha fatta. Quel che non farà mai è farla sembrare facile. Nel suo recente esplosivo discorso sulla politica estera a San Diego ha rivolto un duro attacco a Trump. E la più devastante accusa che gli ha rivolto è che Trump non crede nell’America. Nella contesa il patriota è lei, è lei il credente.

 

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