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l’Unità, 29 dicembre 2015 – Aspettando Godot, per un’unità significativa dell’Europa

 

prova 2

La condizione di vulnerabilità dell’Italia (verso l’esterno, a causa della continua instabilità dei due versanti obbligati della politica estera italiana, i Balcani e la sponda Sud del Mediterraneo, e verso l’interno, a causa delle nostre debolezze politiche e istituzionali) è una costante storica, si sa. E l’ancoraggio a sistemi di alleanza con attori più forti, in grado di colmare il deficit di sicurezza internazionale ed interno del paese, è stata la risposta a questa condizione. Oggi però l’America, per dirla con Michael Mandelbaum, è diventata una «Frugal Superpower» e non ha più la scala, la forza e neppure il consenso interno per agire come Atlante che regge sulle spalle il mondo, fungendo al contempo da locomotiva economica e garante della sicurezza militare. E una crisi di coesione ancora più preoccupante continua a gravare sull’Europa, l’architrave stessa dell’opzione multilaterale dell’Italia.


L’amministrazione Obama si è insediata determinata a rovesciare quelli che riteneva fossero gli errori di Bush, per «riequilibrare», come ha subito indicato nella National Security Strategy, «le nostre priorità di lungo periodo in modo da superare con successo le guerre odierne e focalizzare la nostra attenzione e le nostre risorse su un più ampio gruppo di paesi e di sfide». Il punto di partenza è la consapevolezza, da parte di Obama, che il cuore dell’ordine liberale internazionale che gli USA hanno nutrito negli ultimi 70 anni e che è stato la cornice dello sviluppo economico, sociale e politico che si è progressivamente diffuso nel mondo, ha bisogno di essere preservato rinunciando ad avventure fuorvianti nella periferia globale. L’accordo con l’Iran esemplifica l’approccio di Obama alla politica estera: nessuna guerra, niente appeasement, uno sforzo di squadra con altre grandi potenze per cercare di realizzare una soluzione pratica ad un problema significativo ma limitato, e la creazione di condizioni in cui il progresso, nel tempo, possa avvenire su questioni più ampie. Rifiutare di accettare responsabilità per gli esiti politici interni di paesi in difficoltà, è stata comprensibilmente una scelta controversa, ma è un passo necessario per riportare gli impegni americani in linea con le possibilità americane.

Naturalmente, meno politica estera degli Stati Uniti implica anche una perdita per i non americani. Quando il mondo lamenta: «Qualcuno deve fare qualcosa!», la reazione più immediata e disinteressata non può più venire da Washington. E anche altre politiche di interesse internazionale (come garantire l’accesso globale al petrolio) possono soffrirne. Ma gli alleati dell’America non possono portare un po’ più di questo peso? Non sarebbe ora che gli europei smettessero di eludere il problema delle politiche di difesa (Obama lo ha ripetuto fino alla noia)? Non sarebbe ora che il negoziato transatlantico su commercio e investimenti venisse condotto con piena coscienza della posta in gioco? E quel che dovrebbe farsi strada é proprio la consapevolezza che in assenza di una nazione democratica sufficientemente forte da essere un punto di riferimento e contrastare le potenze emergenti del capitalismo autoritario, allora un nuovo centro capace di esercitare una funzione ordinatrice può emergere soltanto come alleanza globale tra democrazie, cementata da un mercato comune. Di più: se il mondo sta andando verso la formazione di blocchi regionali, se strutture continentali come l’America, la Cina e forse l’India e il Brasile hanno già raggiunto la massa critica, l’Europa vuol provare finalmente ad affrontare la sua transizione al rango di unità regionale? Dobbiamo rassegnarci al fatto che la realizzazione di un’unità significativa è probabile che coincida con l’arrivo di Godot? Eppure, bisognerebbe darsi una mossa: la carta dell’Europa si sta spostando verso Sud per ricomprendere di nuovo (come fecero non solo i Romani, ma anche i Bizantini e i Turchi) l’intero Mediterraneo. Sebbene la tesi di una dominazione musulmana dell’Europa sia molto esagerata, la percentuale di musulmani nei principali paesi europei (complice il crollo demografico) è destinata a raddoppiare entro il 2050. E mentre gli stati del Nord Africa evolvono in democrazie caotiche, le interazioni politiche ed economiche con l’Europa sono destinate a moltiplicarsi. Così come l’Europa è andata verso Est per includere gli ex stati satellite dell’URSS dopo le rivoluzioni democratiche del 1989, l’Europa dovrà espandersi verso Sud per ricomprendere le rivoluzioni arabe. Tunisia ed Egitto non stanno per entrare nell’Unione, ma il coinvolgimento europeo in quelle aree è destinato comunque ad approfondirsi.

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