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Il Foglio, 1 dicembre 2015 – Non è la povertà che uccide, ma la pedagogia dell’intolleranza

Il terrore islamista è nuovo, però abbiamo conosciuto qualcosa di simile negli anni 70. Sappiamo come batterlo

La povertà non c’entra nulla. Gli attentati di Parigi sono soltanto l’ultimo dei colpi sferrati da un’ideologia che cerca da decenni di ottenere il potere attraverso il terrore. È la stessa ideologia che ha ucciso i giornalisti di Charlie Hebdo e i poliziotti in servizio per proteggerli, che ha costretto a nascondersi per un decennio Salman Rushdie (condannato a morte per aver scritto un romanzo), che ha poi ucciso il suo traduttore giapponese e che ha cercato di uccidere quello italiano. È la stessa ideologia che ha ucciso 3.000 persone negli Stati Uniti l’11 settembre del 2001 e che ha massacrato Theo Van Gogh nelle strade di Amsterdam nel 2004 per aver fatto un film. È la stessa ideologia che ha dispensato stupri di massa e massacri alle città e ai deserti della Siria e dell’Iraq; che ha massacrato 132 bambini e 13 adulti in una scuola a Peshawar e che regolarmente uccide così tanti nigeriani che ormai nessuno vi presta più attenzione.


Noi, forse più di altri, sappiamo con che cosa abbiamo a che fare. Tra il 1969 e il 1985, il terrorismo di estrema destra ed estrema sinistra ha prodotto in Italia 428 morti e centinaia di feriti. Si tratta della cifra più rilevante in Europa occidentale. Le Brigate rosse sono poi tornate ad uccidere nel 1988, nel 1999, nel 2000 e nel 2003. Sotto i loro colpi sono caduti Roberto Ruffilli, Massimo D’Antona, Marco Biagi e Emanuele Petri. Il terrorismo di sinistra è un fenomeno che si è manifestato in molti paesi, ma soltanto in Italia è stato così longevo e radicato. Le Brigate rosse hanno goduto di consensi e hanno avuto numerosi ammiratori anche negli ambienti colti. Non mi riferisco soltanto ai «cattivi maestri», ma a decine di cittadini anonimi: studenti, professori, impiegati, casalinghe, disoccupati, pensionati, uomini politici. In tutte le categorie sociali è possibile, almeno una volta, imbattersi in un interlocutore che, riferendosi alle Brigate rosse, abbia detto: «Si va bene, però». Questa formula iniziale è la premessa a frasi e ragionamenti che non mutano nel tempo: «Uccidere è sbagliato però bisogna calarsi in un contesto particolare»; «mi dispiace per le famiglie delle vittime però D’Antona e Biagi hanno massacrato migliaia di lavoratori con le loro riforme del mercato del lavoro»; «i brigatisti uccidono, però non bisogna dimenticare che in Parlamento siedono un sacco di farabutti». In Italia esistono le Brigate rosse e le «Brigate rosse però». E le «Brigate rosse però» aiutano a comprendere il successo e la longevità del terrorismo rosso nel nostro Paese.
Le Brigate rosse sono state e sono, innanzitutto, un fenomeno ideologico, e anche oggi l’ideologia, una scismatica ideologia di morte, è l’elemento determinante che motiva il terrorismo jihadista. Un giovane estremista può uccidere soltanto dopo aver imparato che uccidere è lecito e doveroso, attraverso quella che Alessandro Orsini – autore di una tesi sulla «mentalità religiosa presente nel terrorismo moderno» e di «Anatomia delle Brigate rosse», un saggio che Foreign Affairs ha classificato tra i libri più importanti del 2011 – ha definito una «pedagogia dell’intolleranza». Secondo Orsini, i brigatisti «si ritenevano detentori di una conoscenza superiore destinata a pochi eletti: un manipolo di giusti, possessori della verità ultima sul significato della storia», nella «tradizione dello gnosticismo rivoluzionario, di cui possiedono tutte le caratteristiche: l’ossessione per la purezza personale; un catastrofismo radicale, secondo cui il mondo sarebbe immerso nel dolore e nella sofferenza; di conseguenza la concezione salvifica della rivoluzione come un’apocalisse che squarcia le tenebre e instaura una “società perfetta”; l’identificazione del nemico come il maligno, un mostro responsabile dell’infelicità umana e dunque da sterminare; infine la mentalità “a codice binario” che riduce tutti gli aspetti della realtà alla contrapposizione tra forze del Bene e forze del Male».
Ovviamente, si tratta di un fenomeno che non agisce nel vuoto. La nascita delle Brigate rosse avviene in un’epoca della storia italiana in cui i processi di modernizzazione del Paese sono tanto bruschi da cambiarne il volto nel giro di pochi anni, costringendo gli individui a una rapida «conversione culturale». Esiste una tensione tra la rapidità con cui muta la società e la lentezza con cui ci si adatta, che fa sì che si crei, in alcuni settori sociali, una disponibilità ad accettare soluzioni radicali contro l’ordine esistente. Lo stesso accade oggi nel mondo islamico. E ovviamente tutte quelle che comunemente vengono definite le «cause» del terrorismo (questione nazionale, reazione al sottosviluppo, lotta antimperialista, conflitti etnici e perfino frustrazioni sociali e individuali, ecc.) agiscono come substrato. Inoltre, l’esperienza delle Brigate rosse non piove dal cielo o non spunta dal nulla ma si inserisce in una tradizione rivoluzionaria ben specifica: tutte le categorie interpretative di cui si avvalsero le Brigate rosse sono ricavate, in blocco, dalle opere di Marx e Lenin. Come avviene oggi nel mondo islamico in relazione a quella «ideologia», cioè quel «coacervo di testi e di idee che abbiamo sacralizzato nel corso degli ultimi anni», che secondo il generale ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī, presidente dell’Egitto, è «ostile al mondo intero». Ma dalla nostra esperienza abbiamo appreso, appunto, che a decidere furono l’impegno e lo sforzo dei partiti e delle istituzioni e, soprattutto, le reazioni della società italiana, che continuò a vivere, agire e operare senza entrare nella sindrome da stato di emergenza e che mostrò una eccezionale capacità di tenuta. Furono queste reazioni che riuscirono a battere il terrorismo attraverso il rafforzamento del «consenso istituzionale» verso lo Stato. E un contributo di enorme importanza lo diede, appunto, il PCI che con la sua incondizionata presa di posizione a favore dello Stato repubblicano e delle sue istituzioni, riuscì a convogliare allora vasti settori di quelle che venivano chiamate le «masse lavoratrici» sui binari di un sostegno al sistema. Fu, infatti, Guido Rossa – che aveva denunciato un terrorista che distribuiva volantini all’Italsider – la prima vittima della campagna di terrore contro quella che le BR bollavano come «l’ala riformista dello schieramento politico».
Oggi siamo allo stesso punto. Lo stesso Obama, in Turchia, ha invitato di nuovo i musulmani ad una «introspezione collettiva». «Ritengo – ha detto – che la comunità musulmana debba riflettere su come ci garantiamo che i ragazzi non vengano infettati moralmente da questa idea perversa che si possano uccidere persone innocenti e che ciò sia giustificato dalla religione. E in parte, è qualcosa che deve venire dalla stessa comunità musulmana. E credo che ci siano stati periodi in cui non si è contrastato abbastanza l’estremismo (…) C’è chi dice, certo, non crediamo nella violenza, ma poi non sono disposti a mettere in discussione le concezioni e le logiche degli estremisti sul perché i musulmani si sentono oppressi. E penso che queste idee vadano combattute». Appunto.

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