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I DANNI DELLA POLITICA DELL’ANTIPOLITICA

Secondo Giovanni Orsina, la surreale vicenda del sindaco Ignazio Marino può essere considerata la quintessenza della «politica dell’antipolitica». Infatti, ha spiegato Orsina, presentando a Roma un candidato col quale, per la sua estraneità ai meccanismi di potere, sperava di poter affrontare la concorrenza grillina, la politica (vale a dire il Pd, il più «tradizionale» dei partiti italiani), ha cercato di sconfiggere l’antipolitica sul suo stesso terreno – «mascherandosi» da antipolitica.
«L’operazione però non è riuscita», constata però Orsina. «E via via che il suo fallimento s’è venuto facendo sempre più palese, sono esplose le sue contraddizioni interne. Il Partito democratico ha accarezzato l’idea di espellere al più presto il «marziano» per la sua conclamata incapacità politica e i gravi danni amministrativi e d’immagine che essa stava causando. Tuttavia, soprattutto dopo che la magistratura ha svelato la cosiddetta mafia capitale, non ha resistito alla tentazione di continuarne a sfruttare la marzianità antipolitica. Non per caso, pure quando alla fine, assai tardivamente, il Pd s’è deciso a sfiduciare il sindaco, lo ha fatto sul terreno antipolitico degli scontrini, non su quello politico dell’inettitudine amministrativa. Più in generale, anche l’interpretazione che l’opinione pubblica ha dato della crisi s’è divisa lungo il crinale del rapporto ambiguo fra politica e antipolitica: da un lato chi ha attribuito la responsabilità per il fallimento all’antipolitica, reclamando il ritorno alla politica; dall’altro invece chi ha ritenuto che fosse stata proprio la politica a boicottare la marzianità virtuosa» (Se la politica si maschera da antipolitica).

Sul punto è tornato più volte anche Claudio Cerasa: «Su questo giornale, ieri, il punto lo ha sintetizzato magnificamente il giudice Piero Tony: la piaga della corruzione va affrontata non con moralismi ma con esempi quotidiani di cultura civile e con una grande riforma di semplificazione e riordino della Pubblica amministrazione. Un sindaco para grillino non poteva che fischiettare di fronte a casi clamorosi come quelli dell’Atac e non poteva che evitare di mettere le mani su quello che è stato uno dei più grandi bubboni irrisolti della città. Atac è un’azienda tecnicamente fallita da anni con un debito accumulato da far tremare i polsi che sfiora i 600 milioni di euro e piuttosto che aprire l’azienda al mercato, spezzettandola e provando a farla diventare più competitiva Marino è arrivato al punto di aumentare del 27 per cento i contributi pubblici destinati all’azienda del trasporto pubblico, portandoli alla cifra monstre di 120 milioni di euro l’anno (delibera 273 del 6 agosto 2015). E mentre in quei giorni si provvedeva all’iniezione di nuovo capitale, come ricorda da tempo l’ex consigliere Radicale Riccardo Magi, andava deserta la gara per la fornitura dei 700 nuovi bus promessi dal sindaco ai cittadini, segno evidente che sul mercato non c’è nessuno disposto a stipulare un contratto di leasing con l’azienda. In questo senso, dunque, fa un po’ sorridere che il Pd non sia riuscito a spiegare come avrebbe dovuto che il conto che Marino doveva pagare non era quello di una cenetta al ristorante».

Nessuno però nel Pd ha avuto il coraggio di dire che Marino doveva dimettersi perché non sapeva fare il sindaco. Così riassume Cerasa: «La storia degli scontrini fa un po’ sorridere, certo, ma rientra in qualche modo anch’essa nel filone grottesco del moralismo giudiziario. Per un sindaco moralista non c’è niente di peggio che essere brutalmente moralizzato, e questo si sa, ma le dita nella marmellata di Marino sono ridicolaggini che rivelano una spassosa coazione a ripetere nel soggetto protagonista. La grancassa che batte sulla bottiglia di vino come se fosse il simbolo di un potere dissoluto e castale fa venire da piangere perché come abbiamo detto i conticini in sospeso di Marino erano altri. Ma tutto fa in qualche modo parte della grande farsa del mito della società civile al governo. E all’interno di questa farsa ovviamente va inserito anche il partito di Marino. Se si fosse concluso tre mesi fa, il disastro Roma sarebbe stato infatti solo il disastro di un sindaco marziano e piuttosto alienato. Oggi, invece, il volto del disastro non è più solo Marino ma è anche quel Pd che in questi mesi, anche con il suo segretario, Matteo Renzi, non ha trovato le parole giuste per spiegare e ricordare che un vero politico onesto è un politico capace e che un politico non capace è un politico che semplicemente il conto prima o poi lo deve pagare» (Marino e l’allegra farsa dei marziani).

Segnalo inoltre l’intervista di Giorgio Napolitano (Napolitano: “Io e il Pci di Berlinguer, quel sogno …), l’articolo di Biagio De Giovanni su Berlinguer (Berlinguer, ha vinto o è stato sconfitto?) e l’articolo di Giovanni Cominelli sul settimanale on line della diocesi di Bergamo (Renzi, la sinistra e la “mutazione genetica”). Si tratta, come direbbe Giorgio Napolitano di «contributi di riflessione storico-culturale», ma resto dell’opinione che, come si affanna a ripetere il presidente emerito della Repubblica, «una politica indebolita culturalmente, priva di autocoscienza storica e nutrimento ideale, perde anche forza di persuasione e capacità di guida».

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