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UNA CRISI SULLA RIFORMA DEL SENATO? CHISSÀ?

«Può darsi – ha scritto Salvatore Merlo sul Foglio – che la questione del Senato eleggibile o non eleggibile sia, per i futuri destini della patria, altrettanto importante di quanto non fu, poniamo, la spedizione dei Mille o la guerra di Crimea, come sembra comunicare la disputa sino all’ultimo respiro tra maggioranza e minoranza del Pd. O può darsi, piuttosto, che tutto in realtà si riduca a uno scontro di caratteri e di potere tra Bersani e Renzi, tra Renzi e D’Alema, tra Speranza e Orlando, tra candidati più o meno ufficiali alla carica di segretario, in un rimando di specchi che allude al conflitto totale, allo sterminio, ma che è solo un gioco tattico, di minacce ponderate, di equilibri e di schermaglie, insomma quasi un congresso»(La sinistra del Pd si porta avanti col lavoro e prepara già il congresso).

Può darsi, certo. Resta il fatto, però, che il dibattito sulla riforma del Senato sta raggiungendo vette surreali. E la palma, secondo Cesare Pinelli, che insegna diritto costituzionale alla Sapienza, va data a quanti vanno dicendo che solo un Senato eletto direttamente potrebbe funzionare da «contrappeso» a una Camera eletta con un sintema maggioritario. «In quasi settanta anni di bicameralismo perfetto – scrive Cesare Pinelli su l’Unità– nessuno ha mai sostenuto la tesi del contrappeso. Al massimo si è detto che una seconda camera eletta allo stesso modo, e titolare delle stesse funzioni della prima, poteva consentire qualche ripensamento delle decisioni legislative (cosa ben diversa dal contrappeso), senza mai per questo mutare l’unanime giudizio negativo dei costituzionalisti sul «doppione», frutto di uno dei pochissimi compromessi al ribasso dei nostri costituenti (…) Ne vale l’argomento che il Senato eletto direttamente dai cittadini non darebbe la fiducia al Governo: non si è mai visto un sistema parlamentare in cui un’assemblea eletta direttamente dai cittadini allo stesso modo dell’altra venga privata di questo potere, e ammesso che ci si arrivi, la divaricazione tra maggioranze avrebbe comunque conseguenze deflagranti sull’esercizio della funzione legislativa e quindi sulla legittimazione delle istituzioni rappresentative».

Sulla tesi strampalata del «contrappeso» aveva messo le cose in chiaro anche il prof. Augusto Barbera nel corso della sua audizione al Senato: «E’ stato detto sempre autorevolmente in Commissione che il Senato dovrebbe avere funzioni di garanzia in grado di svolgere una funzione di “contrappeso” alla Camera dei deputati, eletta con un premio di maggioranza. Capisco il tema dei contrappesi – e su questo tornerò fra poco – ma non riesco a comprendere la ricerca di strumenti di garanzia in una seconda Camera eletta direttamente. Nessuna democrazia parlamentare ha una seconda Camera chiamata a svolgere funzioni siffatte. Né conosco in altre democrazie parlamentari (quelle più significative almeno) nessuna seconda camera eletta direttamente. Solo la Spagna elegge il Senato per una percentuale variabile in via diretta ma da tempo è in atto in quel Paese una discussione per il superamento della quota ad elezione diretta sulla base di un argomento che potrebbe applicarsi anche al nostro Senato qualora fosse eletto direttamente, e che può così riassumersi: o la rappresentanza diretta esprime un orientamento in sintonia con quella del “Congresso dei deputati” e allora non ha alcuna funzione o significato o così non è ed allora si presenterebbero problemi di omogeneità e incisività dell’azione parlamentare (come accadeva con il Bundesrat tedesco allorché la maggioranza non era coincidente con quella del Bundestag: ed è stata questa la ragione della riforma voluta nel 2006 da democristiani e socialdemocratici che ne ha ridotto le competenze proprio per evitare o pratiche consociative o paralisi legislative). Ma – viene obbiettato – il rafforzamento del governo derivante dal premio di maggioranza grazie alla riforma elettorale esige la ricerca di adeguati contrappesi. In genere si fanno le leggi elettorali adattandolo al quadro costituzionale non viceversa (e se domani si adottasse un sistema proporzionale?) ma capisco il ragionamento. L’ho già detto in Audizione alla Camera dei deputati: non voglio mancare di rispetto ai parlamentari e agli autorevoli commentatori (compreso qualche costituzionalista) che riprendono questo argomento ma a me pare un logoro “luogo comune”. In Italia il problema non è l’assenza dei “contrappesi” ma la debolezza del “peso” decisionale di governo e Parlamento. Prendiamo l’esempio del Regno Unito, un paese in cui il premio di maggioranza (occulto certo) può avere come effetto la scomparsa di intere formazioni politiche (i liberali in più occasioni ad esempio) e che comunque sovrastima la forza politica che riesce a raggiungere il 38-40 dei voti. Ma quali sono i “contrappesi” in quel Paese – patria del costituzionalismo liberaldemocratico – dove il Primo Ministro decide l’ordine del giorno di Westminster (per i tre quarti del tempo), dove tramite il Cancelliere dello Scacchiere il Governo può porre il veto su qualunque emendamento che aumenti la spesa o diminuisca l’entrata, dove il Capo dello Stato (a differenza di quello italiano) ha solo funzioni simboliche e può leggere solo documenti preparati dal Primo Ministro, dove non esiste una Corte costituzionale come quella italiana (ora si sono dati una Suprema Corte), ove i Magistrati non hanno le garanzie che assicura ad essi la Costituzione italiana (gli inquirenti sono in pratica o funzionari del governo o la stessa polizia), ove non esistono i referendum di tipo abrogativo, dove non vigono, perché non sottoscritte, le parti dei Trattati europei che delineano la Carta dei diritti . E potrei continuare. Si ricorda talvolta il presidenzialismo americano che conosce un contrappeso nelle due Camere ma si dimentica di sottolineare che i Presidenti godono di un potere di veto inimmaginabile in un sistema parlamentare. In ogni caso noi dobbiamo rimanere dentro la forma parlamentare di governo che, come è noto, stabilisce un legame stretto fra governo e maggioranza parlamentare attraverso il rapporto di fiducia (tanto da definire il governo ”il comitato direttivo del Parlamento”). Quindi non ha senso cercare i contropoteri nel Parlamento inteso come un tutto unico ma piuttosto nei poteri che vengono riconosciuti ai singoli parlamentari e alle opposizioni. “Non i Lord ma l’opposizione a Westminster garantisce la libertà inglese”: sottolineava Winston Churchill . E’ un tema che non è, peraltro, estraneo al testo in esame. Non solo il testo valorizza i referendum abrogativi rendendo più agevole il raggiungimento del quorum , non solo rende garantito l’esame dei progetti di iniziativa popolare assicurando termini certi per la loro discussione ma fa riferimento, per la prima volta in un testo costituzionale, ad uno “Statuto delle opposizioni”. Si potrebbe rafforzare questo aspetto rendendolo meno generico oppure potrebbe essere possibile in sede di riforma regolamentare immaginare forme di riconoscimento più stringenti (vedo interessanti proposte nel testo presentato dall’on.le Calderisi). E infine, il progetto rafforza il ruolo di garanzia del Capo dello stato elevando soglie e scrutini per la elezione e rendendone più difficile la elezione da parte della sola maggioranza espressa dalle elezioni» (Nota del prof. Augusto Barbera per l’Audizione presso la …).

Segnalo, inoltre, sull’argomento l’intervento di Giorgio Napolitano (Napolitano: “Perché la riforma del Senato non minaccia la …) e rinvio alle considerazioni che ho svolto in diverse occasioni (Il Foglio, 25 luglio 2014 – Vista dal Palazzo. Intolleranza per l’innovazione e passione per la conservazione. Diario di un senatore smarrito) e che ho raccolto nell’e-book che ho pubblicato di recente (Clicca qui per visualizzare l’e-book).

Agli smemorati (e poco credibili) esaltatori del centrosinistra storico, ricordo la Tesi n. 4 della piattaforma programmatica de L’Ulivo dal titolo (inequivocabile) «Una Camera delle Regioni»:«La realizzazione di un sistema di ispirazione federale richiede un cambiamento della struttura del Parlamento. Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza. Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole. Le delibere della Camera delle Regioni saranno prese non con la sola maggioranza dei votanti, ma anche con la maggioranza delle Regioni rappresentate. I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali»(Tesi n° 4 Una Camera delle Regioni).

Va da sé che D’Alema e gli avversari di Renzi hanno tutto il diritto di battersi per un cambio al vertice del Pd. Ma propagandare questo proposito come una sorta di doveroso restauro dell’identità «storica» di un centrosinistra immaginario deturpata da Renzi, usurpatore e tiranno, è una fesseria (D’Alema, ma quando cresci?). Lo ha chiarito un vecchio «migliorista» come Umberto Minopoli: «Ma D’Alema che intende per “uomo di sinistra”? Chi interpreta il modello? Dove è esposto il manichino del leader di sinistra? È possibile che siamo ancora a questi infantilismi settari? Si facciano a Renzi critiche politiche, di merito sulle riforme che fa o non fa, su ciò che è utile o dannoso per il Paese, il bersaniano “bene comune” (che non è, però, benecomunismo), su quello, insomma, che Renzi fa o propone. Basta con questa arcaica tiritera per cui il metro di misura per giudicare Renzi non è l’interesse nazionale o ciò che serve all’Italia ma, il metro diventa, quanto è distante dalla “sinistra”. Chi fornisce la misura? Qual è la sinistra da cui Renzi si distaccherebbe? In quale tribunale o libro si legge che cosa è oggi il modo fedele di interpretare la sinistra? Un modo infantile, minoritario e scolastico di impostare il confronto nel Pd» (Perché io, già migliorista, non condivido l’attuale D’Alema). Ogni limite ha una pazienza, direbbe Totò.

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