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C’è lo sputtanamento olé …

In questi giorni mi sono ricordato di un vecchia canzone di Cochi e Renato:«c’è lo sputtanamento olé e così un bel momento olé …». Un tormentone del 1978.
Ieri (quasi) tutti i giornali ci hanno spiegato che il Pd si sarebbe suicidato perché la maggior parte dei suoi senatori non ha votato a favore dell’arresto di un senatore del Ncd. Ma è corretto commentare il voto del Senato sul caso Azzollini senza dar conto neppure in estrema sintesi di quanto risulta dagli atti giudiziali a carico dell’imputato?
Come ha lamentato Pietro Ichino in una lettera al Direttore, «nel Corriere di ieri mi ha colpito molto che nessun articolo, e neppure l’editoriale di Massimo Franco intitolato Da giustizialisti a garantisti (solo per interesse), fornisse alcuna notizia sugli argomenti sulla base dei quali il Tribunale di Trani chiede l’autorizzazione all’arresto del senatore Azzollini. Come se nella decisione del Senato «gli argomenti del giudice a sostegno della richiesta non avessero alcun peso. Le cose, per fortuna, non stanno così; e proprio il caso Azzollini, se si guarda bene ciò che è accaduto in Senato, lo dimostra» (UN CASO DI BUONA POLITICA E CATTIVA INFORMAZIONE).

Cos’è accaduto? Lo ha spiegato Giorgio Tonini:«Penso che quando si deve decidere della libertà, dell’onore e in definitiva della vita di una persona, si debba farlo prescindendo, per quanto possibile, da valutazioni di opportunità politica, che del resto, in questa circostanza, erano assai incerte. Sarebbe stato infatti sbagliato lasciarsi influenzare, nel decidere pro o contro la richiesta di arresto, sia da ragioni, tutt’altro che ignobili, di realismo politico, che avrebbero spinto a votare contro l’arresto (per salvare l’alleanza con Ncd, decisiva per la tenuta del governo, con tutto ciò che questo comporta in termini di interesse dell’Italia), sia da ragioni non meno nobili e importanti per il Paese, di consenso, almeno immediato, al Pd, che avrebbero spinto nella direzione opposta». «Penso – ha aggiunto Tonini – sia stato giusto porsi, come ho e abbiamo cercato di fare, l’unica domanda vera, che la Costituzione ci impone di porci: quelle proposte dai magistrati sono ragioni in grado di motivare la richiesta, non di processare (su quello non siamo competenti), ma di arrestare in via preventiva, cioè in fase di indagini, un parlamentare?» (Tonini: Giusto votare no all’arresto di Azzollini …). Ma davvero si può pensare che il senatore Luigi Manconi (che ha votato no) o Lodovico Sonego (che ha votato no) stessero tramando per costruire il Partito della Nazione? Ma mi faccia il piacere!, direbbe Totò.
Torno su quello che Ichino, ha giustamente definito «un episodio di difettosa informazione dell’opinione pubblica», perché l’episodio va oltre il caso Azzolini e riguarda l’identità stessa del Partito democratico, di quella che molti di noi vorrebbero poter definire una sinistra moderna, che tuttavia «quando parla di giustizia, quando si confronta su questi temi – ha scritto Claudio Cerasa – sente sempre la necessità non tanto di non avere nessun nemico a sinistra, quanto di avere il minor numero possibile di nemici sul fronte dell’orrendo moralismo da bar». E «ancora una volta il Pd sui temi legati alla giustizia, allo stato di diritto, dimostra quanto è sottile, spesso impercettibile, il filo che separa una sinistra social riformista da una sinistra social confusa, schiava cioè dei propri follower» (I sottomessi del Pd ). Non per caso, Matteo Renzi ha preso posizione dicendo «Noi non siamo i passacarte della procura di Trani».

Un giovane dirigente locale del Pd mi ha scritto: «ma a me di Azzolini interessava poco. Mi interessa però come gestiamo un problema di degrado o percezione di degrado della politica…». Semplice, ho risposto, anzitutto dicendo la verità; dicendo le cose come stanno. Tutte le volte. È da un pezzo, ad esempio, (sempre a proposito di «sputtanamento olé») che la vera emergenza democratica è legata all’uso allegramente fuori controllo delle intercettazioni telefoniche che sono ormai diventate un ingrediente abituale della nostra informazione quotidiana. Non per caso, qualche tempo fa, ho riproposto con alcuni aggiornamenti, il ddl governativo (C. 1638) approvato (dal centrosinistra!) dalla Camera dei deputati il 17 aprile 2007 nella XV legislatura, e che non vide l’approvazione definitiva a causa dell’interruzione anticipata della Legislatura (S. 1914 ). Eppure, in questi giorni, la discussione sull’uso di intercettazioni fraudolente usate a scopo diffamatorio ha preso la solita (brutta) piega. Al solito, scrive Il Foglio, «della salvaguardia della privacy e dell’onorabilità personale, che sarebbero diritti garantiti dalla Costituzione, non importa a nessuno. I parrucconi si stracciano le vesti perché in questo modo si lederebbe il diritto di informazione, che però non coincide con quello, inesistente, alla diffamazione. Si fa perfino confusione tra intercettazioni o registrazioni messe in atto dalle vittime di estorsione mafiosa, che naturalmente non c’entrano nulla con la legge in discussione» e «ciò che davvero fa impressione è che si gabelli per bavaglio o per attentato alla giustizia il fatto che si tuteli il cittadino (non indagato, non sottoposto a intercettazioni giudiziarie) dal ludibrio e dal ricatto. L’informazione libera non può travalicare i limiti della libertà delle persone, che non possono essere colpite attraverso l’uso fraudolento della registrazione di conversazioni artatamente estorte» (Meglio tutelare che origliare).

Anche Piero Sansonetti si è arrabbiato e, sul Garantista, ha trascritto il testo dell’emendamento Pagano che costituirebbe il regalo ai boss e sancirebbe lo stop alle indagini: «Chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. La punibilità è esclusa quando le riprese costituiscano prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria o siano utilizzate nell’ambito di esercizio del diritto di difesa». Si può ovviamente discutere della pena prevista, forse eccessiva. Si può precisare meglio la configurazione del reato. Ma, come scrive Sansonetti, «è assolutamente e innegabilmente chiaro che questo emendamento non danneggia nessun tipo di indagine. Non punisce le registrazioni ma la loro diffusione. Esclude qualunque sanzione a chi intercetti a scopo di indagine. Può non piacere ai giornalisti che ritengono proprio diritto sputtanare chi vogliono, e si può discutere finché si vuole, legittimamente, di questo diritto e se sia un elemento di trasparenza e di democrazia – come sostengono alcuni – o invece una tendenza all’inciviltà, o al bigottismo, o al linciaggio morale, come sostengono altri, tra i quali noi. Ma i magistrati da questo emendamento non vengono nemmeno sfiorati. Dice Gratteri che il commerciante che volesse registrare le minacce di chi gli chiede il pizzo non potrebbe più farlo. Non è così. Dice una cosa sbagliata. Oseremmo dire: dice una cosa falsa. I casi sono due, e tutti e due, francamente, preoccupanti. O Gratteri non ha letto l’emendamento (ed è possibile, anzi probabile che sia così) oppure se lo ha letto informa i lettori del “Fatto” fornendo loro notizie false per semplice amor di polemica». (Giustizia: intercettazioni, le bugie di Gratteri | Le …).
Ancora a proposito di «sputtanamento olè». Diffusa anche dal deputato Brandolin (per conoscenza, ovviamente), sta circolando, sul mio conto, una e-mail e un appello indirizzato al presidente dei senatori Luigi Zanda e depositato presso la segreteria provinciale di Udine che proclama «incredulità, imbarazzo e sconcerto» per la mia elezione a vicepresidente del gruppo, poiché sarei un cuculo, un parassita. Ognuno, si sa, è libero di pensarla come crede e di ricostruire la vicenda a suo piacimento (anche se nel testo ci sono delle affermazioni false: non è vero che all’epoca fossi incandidabile; l’unica deroga l’ha chiesta e ottenuta, dalla commissione presieduta da Enrico Letta, proprio l’allora consigliere regionale Brandolin): «c’è lo sputtanamento olé e così un bel momento olé».
Sulla faccenda ho chiarito le mie ragioni in diverse occasioni e non ci torno. Mi soffermo solo sul punto politico. Nel febbraio scorso abbiamo accolto l’invito che ci ha rivolto Matteo Renzi «a un percorso e a un approdo comuni» e abbiamo deciso di aderire al gruppo del Partito Democratico del Senato. Come abbiamo scritto, «ci ha mosso la convinzione – particolarmente sentita da quelli di noi che in altra stagione con sofferenza hanno lasciato il Pd – che fosse finalmente possibile voltar pagina rispetto ai partiti, alle ideologie e alla storia politica del secolo scorso». Infatti, l’appello che ci ha rivolto il Segretario del Pd ha un significato niente affatto scontato: nel Pd le idee liberal-democratiche che costituiscono il patrimonio di Scelta Civica hanno pieno diritto di cittadinanza. La mia elezione a vicepresidente del gruppo (senza che peraltro ci sia stato un solo voto contrario) è il riconoscimento esplicito del contributo dato dai senatori di Sc in questa legislatura e della sussunzione del relativo patrimonio politico culturale da parte del Pd di Renzi. Tutto qua. Capisco che a qualcuno possa non piacere. Ma da qui a pensare che il contributo ed il voto dei senatori confluiti nel gruppo del Pd possa andar bene soltanto quando si tratta di votare la fiducia, sostenere i provvedimenti del governo e compensare i vuoti lasciati dalla minoranza del Pd (che sulla Rai ieri, contro la linea del gruppo, ha votato insieme a Forza Italia, M5S e Lega Nord) ce ne corre, no?

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