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«Che cos’è il populismo?»

 

Con i tempi che corrono, vale la pena di leggere «What is populism?», il libro di Jan-Werner Müller, professore di Scienze politiche alla Princeton University («Che cos’è il populismo?», Egea, 16 euro, 137 pp.). Quello del populismo è un tema caldo e sull’argomento non mancano certo le analisi. Eppure, nel suo volume, Jan-Werner Müller, riesce ad aggiunge alcuni argomenti importanti e fin qui trascurati. Il suo libro è organizzato attorno a tre domande: che cosa dicono i populisti; che cosa fanno i populisti quando sono al potere; e come bisognerebbe affrontarli.

Müller definisce il populismo come una forma specifica di politica identitaria che è critica delle élite, anti-pluralista e ha una pretesa di rappresentanza morale esclusiva del popolo. Nel primo capitolo (What Populists Say), Müller rifiuta di accomunare il populismo alla «politica irresponsabile» o di farlo coincidere con le «paure» o la «rabbia» degli elettori. Queste analisi, che cercano di spiegare il fenomeno in termini psicologici, secondo l’autore, mostrano agli elettori che le cosiddette «élite liberali» sono, al solito,  condiscendenti e «non riescono ad essere all’altezza dei loro ideali democratici e a prendere sul serio quel che dice la gente». L’autore sostiene invece che le rivendicazioni populiste sono morali e simboliche e che i populisti sono coloro che si considerano gli unici genuini rappresentanti di un popolo moralmente puro e rappresentano se stessi come i veri campioni di una democrazia di cui rivendicano il monopolio. I populisti sono, cioè, quei politici che pretendono di rappresentare il 100% dei cittadini e non accettano la legittimità degli altri attori della politica che hanno pretese rappresentative. Insomma, al cuore del populismo, secondo Müller, vi è un rifiuto del pluralismo: al contrario di quel che si crede, l’elemento in base al quale i populisti pretendono di governare è la loro pretesa di una rappresentanza morale esclusiva del popolo. Va da se che l’avversione al pluralismo è in contrasto con la democrazia liberale. Se avessero sufficiente potere, finirebbero per creare uno stato autoritario che esclude tutti coloro che essi non considerano parte del popolo vero e proprio. Populisti sono Donald Trump, Marine Le Pen e Nigel Farage, che quando trionfò la Brexit, racconta Müller, interpretarono la vittoria come il trionfo del «popolo vero», come se il 48 per cento dei contrari non esistesse. Populista è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan che, dopo essere stato scelto dal suo partito come candidato presidenziale, si rivolge al Paese dicendo: «Noi siamo il popolo. Voi chi siete?». Populista è Beppe Grillo che, scrive Müller, «arriva a dichiarare che il suo movimento, in quanto unico rappresentante del popolo, vuole il cento per cento dei seggi in parlamento in quanto gli altri candidati sono presumibilmente corrotti e immorali».

Il secondo capitolo si occupa di quel che fanno i populisti una volta al potere (What Populists Do, or Populist in Power). Ora, finalmente, questa domanda sta ottenendo una certa attenzione: in Ungheria, appena arrivato al governo, Viktor Orban ha cambiato le regole della pubblica amministrazione in modo da sistemare persone di fiducia in tutte le posizioni chiave della burocrazia. In Polonia, il partito della Legge e della Giustizia, vinte le elezioni si è mosso subito per limitare l’indipendenza della magistratura e mettere il bavaglio alla stampa, ecc.  Müller rifiuta ancora una volta l’idea (sbagliata) che i populisti siano inadatti a governare e identifica tre tecniche di governo populiste: l’occupazione dello Stato; il clientelismo di massa; e la repressione della società civile. Si tratta, ovviamente, di strategie che possono verificarsi anche in altri regimi, il punto è che i governi populisti possono praticarle apertamente poiché la loro è una rivendicazione morale nei confronti dello Stato. Per i populisti è doveroso che «il Popolo» (o i suoi rappresentati) prenda il controllo delle istituzioni statali; e quando riscrivono le costituzioni cercano di perpetuare una presunta volontà popolare che li identifica come gli unici rappresentanti. Perciò l’autore critica l’espressione corrente di «democrazia illiberale» e suggerisce invece quella di «democrazia limitata» e ritorna sulla sua definizione di populismo analizzando come, nelle democrazie, coesistano diverse pretese di rappresentanza, mentre i populisti al governo (e le costituzioni che poi riscrivono) cercano di mettere fine ai perenni problemi circa i limiti delle democrazie e al loro perenne rinnovamento interno.

L’ultimo capitolo affronta la questione pressante di come rispondere ai populisti (How to Deal with Populists). Buona parte del capitolo è dedicata a spiegare l’appeal del populismo e a criticare le attuali risposte ai populisti. Müller alla fine suggerisce che per affrontare i populisti «si devono prendere sul serio le loro dichiarazioni senza prenderle alla lettera». Perciò, i politici e i media dovrebbero affrontare le questioni sollevate dai populisti ma sfidare il loro «framing». Il che significa rispondere su ogni punto alle loro critiche, smontare le loro rappresentazioni della realtà e mettere in guardia gli elettori suoi pericoli di una involuzione autoritaria. I populisti usano le promesse mancate della democrazia e il «linguaggio dei valori democratici» per deformare la democrazia. Di conseguenza, molti degli argomenti dell’autore sono un’invocazione per una rinnovamento democratico che prenda i suoi principi più seriamente.

Visto che si avvicina il Natale, «What is populism?» potrebbe essere un regalo perfetto, specie per quanti si chiedono dove siano finiti e cosa stiano facendo gli scienziati politici.

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