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Messaggero Veneto, 2 agosto 2017- L’ACCORDO ECONOMICO CON IL CANADA È UN PILASTRO DELLA POLITICA EUROPEA

Sul trattato di libero scambio con il Canada (Ceta) è in atto una gigantesca campagna di falsificazione. Il punto al centro delle contestazioni è il settore agroalimentare, con obiezioni surreali e spesso completamente false (invasioni di multinazionali, pesticidi, carne agli ormoni e Ogm, eccetera). Non è vero, ad esempio, che l’accordo potrebbe consentire la vendita in Italia di prodotti alterati con sostanze chimiche proibite da tempo nell’Unione europea: il testo non incide sulle restrizioni vigenti in Europa, in particolare sulla carne agli ormoni o sugli Ogm, e tali divieti, continueranno ad essere in vigore. Eppure, gli elementi positivi per il nostro settore agroalimentare sono tanti (non per caso Confagricoltura e i Consorzi degli Igp si sono espressi a favore) e il Ceta apre grandissime opportunità, finora precluse, proprio ai prodotti di qualità del made in Italy. Vengono abbattuti, ad esempio, i dazi (fino a 7 centesimi al litro) sul vino, che da solo vale 300 milioni di euro, la principale voce dell’export agroalimentare. Ma ci sono novità importanti anche sul fronte della tutela delle indicazioni geografiche. I detrattori del Ceta sostengono che non vengono tutelati i prodotti tipici, ma non è vero. Anzi, l’assenza di ogni tutela è la condizione attuale, mentre il Ceta, al contrario, riconosce 143 certificazioni tipiche europee, di cui 41 italiane. Certo, non sono tutte, e quelle che rimangono fuori potrebbero essere teoricamente imitate.

Ma va detto che in Italia l’80 per cento della produzione e oltre il 90 per cento dell’export agroalimentare Dop/Igp sono composti da 10 prodotti, tutti tutelati dal Ceta. Inoltre, l’accordo non si occupa solo di agricoltura ma anche di commercio, edilizia, industria. E non sarebbe male tenere a mente che l’Italia è una potenza manifatturiera con un settore dei servizi molto sviluppato, come ogni economia avanzata. L’interscambio commerciale bilaterale è in costante crescita e nel 2015 l’Italia è stata l’ottavo maggior paese fornitore con esportazioni verso il Canada per oltre 5 miliardi di euro. E non esportiamo lenticchie e patate, ma macchinari, automobili, navi, aerei, piastrelle, calzature, farmaci, mobili, rubinetti, valvole, pompe e compressori. Il Ceta liberalizza il mercato delle merci con un abbattimento del 99 per cento dei dazi, offrendo quindi enormi possibilità di espansione all’industria manifatturiera italiana e prevede anche un’ampia liberalizzazione dei servizi finanziari e postali, dei servizi marittimi, delle telecomunicazioni e dell’e-commerce, oltre al reciproco riconoscimento delle qualifiche professionali e all’apertura nel campo degli appalti pubblici. E l’Italia esporta verso il Canada anche 1,4 miliardi di euro di servizi: assicurazioni, telecomunicazioni, ingegneria, ecc. Insomma, i vantaggi economici di un trattato di libero scambio con il Canada (l’undicesima economia del mondo) sono indiscutibili, e ovviamente aumentare l’interscambio e le esportazioni vuol dire rafforzare le imprese che si internazionalizzano e creare nuovi posti di lavoro e meglio remunerati. Ma c’è di più. Gli accordi di libero scambio non sono mai solo una questione economica. Sono anzitutto uno strumento diplomatico: un modo per consolidare vecchie alleanze e forgiarne di nuove. Quando gli attuali focolai di crisi saranno solo un ricordo, il fenomeno più importante del nostro tempo rimarrà l’ascesa dell’Asia. E i negoziati in corso sono forse l’ultima grande occasione politica per l’Occidente per riuscire a influenzare in modo determinante regole e principi di funzionamento dell’economia globale. Il Ceta è, infatti, un tassello di quell’enorme mosaico di trattati in materia economica che si sta organizzando, sempre più, in macro-aree regionali; e quella di siglare ampi trattati regionali è una scelta che permette di governare proprio gli squilibri e le perdite di benessere e competitività che una politica globale rischia di comportare. Insomma, si sta ridisegnando l’ordine mondiale e il mondo sta andando verso la formazione di blocchi regionali che svolgeranno il ruolo degli Stati nel sistema vestafaliano (motivo in più per spingere l’Europa a unirsi sul serio). L’accordo commerciale con il Canada è pertanto un pilastro fondamentale della politica europea. Si tratta, infatti, di un “trattato di nuova generazione” che definisce in modo onnicomprensivo e dettagliato i rapporti economici tra Ue e Canada e regola sia le barriere al commercio che gli investimenti esteri. Questo tipo di accordi bilaterali a carattere preferenziale si è sviluppato proprio come “risposta” alla paralisi della strategia multilaterale del commercio internazionale perseguita fin dal secondo dopoguerra (che è stata per decenni uno dei motori principali di crescita e di progresso sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti) e alla necessità di accordare agli investitori stranieri diversi e più estesi meccanismi di protezione (infatti, è profondamente innovativo anche dal punto di vista della tutela giurisdizionale dei diritti fissati dal trattato). La contrapposizione sul Ceta è qualcosa di più dello scontro sul contenuto di un accordo commerciale, è una battaglia culturale sull’idea di sviluppo del paese e sulla sua collocazione nel mondo.Alessandro Maran

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