IN PRIMO PIANO

MARAN SFERZA I BERSANIANI «VIVONO FUORI DALLA REALTÀ» Messaggero Veneto, 17 febbraio 2017

UDINE – Alessandro Maran può avere tante etichette appiccicate addosso, ma tre, in particolare, calzano a pennello al senatore gradese: coerenza di visione in politica economica, fede renziana della prima ora e franchezza nell’esprimere le proprie opinioni. Per questo quando all’attuale vicecapogruppo dem al Senato si chiede un’analisi sulla tragedia greca che si sta consumando all’interno del partito, Maran parla, come sempre, senza peli sulla lingua. «La discussione sulla data del congresso è ridicola – spiega –, perché qui il nucleo centrale del ragionamento deve essere il progetto futuro del Pd, non quando e come andiamo a votare per la segreteria». Prima stilettata, questa, alla minoranza, cui ne segue un’altra di portata e intensità molto più ampia. «Il sistema proporzionale che si sta delineando – continua Maran – è sicuramente un incentivo alla frammentazione, ma io fossi in qualcuno starei molto attento nel fare i conti. È vero che al momento è previsto un premio di maggioranza esplicito soltanto alla Camera, ma al Senato c’è n’è uno implicito e tutt’altro che facile da cogliere».

Lo sbarramento all’8%, in altre parole. «Esattamente e io non sono certo – prosegue il senatore – che anche se tutta la minoranza dovesse mettersi assieme sotto un unico cappello scavalcherebbe con grande facilità quella asticella. Io ricordo bene la sicumera del 2013 di Pierluigi Bersani e vi ricordate come è andata a finire? Né Nichi Vendola né Antonio Di Pietro superarono la soglia di sbarramento previsto, allora, dal Porcellum. Il problema è che se pensano di rappresentare una qualche forma di dissenso si sbagliano, considerato che siamo già pieni di sigle che intercettano le varie proteste: M5s, Lega Nord e perfino una parte di Forza Italia. La cosiddetta minoranza è sovra-rappresentata sui giornali e nelle televisioni, ma in natura non esiste più nelle forme di prima perché le fratture sociali sono cambiate». La domanda chiave, dunque, è quanto sia vicina la scissione interna. «La vera separazione i bersaniani l’hanno già consumata – prosegue – perché vivono fuori dalla realtà. D’altronde siamo all’interno di un conflitto antico. C’è chi, come me, ritiene che la sinistra debba compiere un passo in avanti e chi, invece, pensa che debba soltanto fare rima con tradizione. È questo uno dei motivi che, nel 2013, mi convinsero a passare con Mario Monti. D’altronde mi chiedo, nel mondo attuale, quale piattaforma programmatica possano creare i bersaniani. Pensano di copiare Tziriza dicendo no all’euro e combattendo il fiscal compact? Auguri, ma per quello c’è già Beppe Grillo». E se uno dei concetti di fondo per Maran è che «una parte del Pd considera da sempre Renzi soltanto come un usurpatore della Ditta», il senatore non risparmia qualche critica anche all’ex premier. «Dopo il referendum – conclude – Renzi ha sbagliato tutte le mosse. Non ho gradito il fatto, ad esempio, che quando Angela Merkel parla di un’Unione a due velocità, il segretario del più grande partito d’Europa non apra bocca. Si è smarrito, la sua forza è sempre stata quella di essere un uomo della contemporaneità. Se perde la sua essenza non ci serve più. Ma adesso non possiamo farne a meno perché pur non condividendo tutto quello che ha fatto si è mosso all’interno di un impianto corretto per il Paese che mi auguro possa essere ancora valido».

You may also like
Un voto storico. Lo dice il Guardian.
Welcome to Weimar
#riformacostituzionale. «L’urgenza appassionata dell’adesso».