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Il problema? La paralisi dell’Europa. Ma per problemi comuni, servono soluzioni comuni.

Alla vigilia del referendum in Italia e delle elezioni presidenziali in Austria, la rubrica di Bagehot dell’Economist aveva messo in guardia dalla tentazione di interpretare, dopo l’8 novembre, qualunque cosa succeda nel mondo in relazione al trionfo di Donald Trump. Non passa giorno – avvertiva l’opinionista che scrive sotto pseudonimo – senza che un evento politico da qualche parte nel mondo non sia collegato alla vittoria sconvolgente di Trump e all’ascesa della populismo di destra. E certamente, quello di ricondurre ogni cosa ad un unico fenomeno che sarebbe in grado di dare una spiegazione a tutto, è un pericolo che, mentre l’anno sta per finire, dovremmo tenere a mente, specie se si considera l’esito delle due più recenti votazioni in Europa. Del resto, come diceva il professor Keating nel film «L’attimo fuggente», «è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva».

Proviamo a riassumere. In Italia, l’elettorato ha rigettato la proposta di riforma del sistema politico e istituzionale del Paese (un sistema balcanizzato, si sa) sostenuta da Matteo Renzi (che ha patito una sconfitta umiliante). In Austria, il leader dei Verdi, Van der Bellen, ha battuto con facilità Norbert Hofer, il leader del Partito della Libertà (FPÖ), un partito nazionalista e di destra populista. Stando alla «spiegazione» centrata sull’effetto Trump, questi risultati rappresentano una vittoria per i populisti (Italia) ed una loro sconfitta (l’Austria). Tuttavia, la realtà è più articolata e ricca di sfumature e, alla fine, forse perfino più allarmante. Otto anni dopo il grande disastro finanziario del 2008, l’Unione europea è ancora bloccata in una crisi esistenziale, che ha almeno quattro aspetti: l’economia dell’area, nonostante un recente modesta ripresa, è ancora rinchiusa nella camicia di forza dell’austerity; il problema dei rifugiati sta alimentando risentimento, razzismo e paura del terrorismo in paesi grandi e piccoli; la minaccia di una effettiva rottura nell’Unione sta diventando sempre più seria, in particolare a seguito del voto in Gran Bretagna; e c’è un deficit democratico crescente. Quest’ultimo punto si riflette nella forza dei partiti populisti come il Movimento Cinque Stelle italiano e il Partito della Libertà austriaco, che accarezzano entrambi l’idea di un referendum sull’appartenenza europea sul modello della Brexit.

Immediatamente dopo la sonora sconfitta di Renzi, il M5S ha rivendicato la vittoria e ha chiesto (senza peraltro grande convinzione) elezioni anticipate. Tuttavia, il «ripudio» di Renzi al referendum non è dipeso semplicemente dalla mobilitazione del Movimento Cinque Stelle che si è opposto alla riforma. Anche i sondaggi più recenti indicano che meno del 30% della popolazione italiana sostiene il movimento di protesta. E il fatto che il 60% dell’elettorato abbia votato contro la riforma proposta da Renzi, sta ad indicare anche che l’ex Primo Ministro (che la stampa internazionale ha spesso descritto come il Tony Blair italiano) non è riuscito a conquistare parecchi dei voti «centristi». Va detto anche che il M5S non è realmente un movimento «Trumpiano”. Sebbene attragga persone che detestano gli immigrati e i rifugiati (non per caso Grillo ha scelto cinicamente di cavalcare su questo tema la linea dura), ha anche un grande supporto tra gli ambientalisti, i patiti di internet e gli attivisti in lotta contro le multinazionali. In termini generali, è molto più giovane, più anarchico, e (forse) molto meno dipendente dalla personalità del leader di quanto sia il fenomeno Trump. Su molte questioni, compresa l’appartenenza all’Unione europea, è diviso. In realtà, l’unica cosa che lo tiene insieme è il disprezzo generale per la politica (tradizionale) e per i partiti esistenti.

Il risultato austriaco, nel contempo, è senza dubbio una sconfitta per Hofer, un politico di 45 anni (ex ingegnere elettronico) che agita uno slogan Trumpiano: «mettere l’Austria al primo posto». Ma i festeggiamenti che sono seguiti alla sconfitta di Hofer possono rivelarsi effimeri. La presidenza austriaca è in sostanza un incarico simbolico. Il vero test che dirà da che parte sta il paese arriverà nel 2018 con le elezioni del Parlamento, quando il Partito della Libertà di Hofer cercherà di ripartire dai brillanti risultati nelle elezioni amministrative e dal 46% del voto del 4 dicembre scorso. E potrebbe aver ragione Heinz-Christian Strache, il leader ufficiale del partito, che su Facebook ha scritto: «Il 2017 sarà l’anno del FPÖ! Il nostro momento é arrivato».

Va da sé che con le elezioni in arrivo in Francia, Germania e Olanda ( e in Italia, forse) sarebbe sconsiderato ignorare i pericoli che presentano Strache, Hofer e i loro colleghi di orientamento analogo sparsi in tutto il continente. Come ha osservato sul Guardian la giornalista austriaca, Julia Ebner, «il semplice fatto che un paese al cuore dell’Europa sia stato così vicino ad eleggere il primo capo di Stato dell’estrema destra dalla seconda guerra mondiale è assai inquietante». Ma quel che è ancora più inquietante è che praticamente l’intera classe politica dell’Unione europea sembra incapace di affrontare le crisi, intrecciate l’una con l’altra, che stanno spingendo l’Europa verso un punto di rottura. Grazie soprattutto allo stimolo monetario garantito dalla Banca centrale europea, che ha seguito l’esempio della Federal Reserve degli Stati Uniti, l’economia europea negli ultimi tre anni è in espansione. Ma il tasso di crescita è stato modesto (meno del 2%) e, come sappiamo, in alcuni paesi problematici come la Grecia e l’Italia, la ripresa è stata appena percettibile. In Italia, il prodotto interno lordo è ancora sotto il livello del 2007, il tasso di disoccupazione è del 11,6% e più di un terzo degli italiani tra i 15 e i 24 anni sono fuori dal mercato del lavoro. In Grecia, la disoccupazione giovanile è del 50%. Messe così le cose, è davvero così sorprendente che tanti giovani siano attratti dai movimenti anti-establishment come il Movimento Cinque Stelle?

Non c’è dubbio che l’Italia abbia bisogno di riforme. Proprio all’inizio dell’anno, sul Foglio del 12 gennaio, con un piccolo gruppo di parlamentari Pd (i soliti quattro gatti, ovviamente) avevamo indicato, in una lettera aperta, cinque priorità «per neutralizzare la paura della globalizzazione e spingere la crescita» («La svolta buona che ora serve al governo (e all’Italia). Appello a Renzi»). Ma con così tante risorse umane inutilizzate, paesi come l’Italia hanno bisogno disperatamente di un impulso di politica economica che vada oltre i bassi tassi di interesse. Tuttavia, essendo parte dell’eurozona, i singoli paesi non possono svalutare le loro monete e il patto fiscale dell’Unione europea impedisce loro di concedersi misure di stimolo fiscale considerevoli, che in ogni caso sono difficili da finanziare per via del loro debito enorme. E nel frattempo, qualunque discussione su una significativa riduzione del debito (che specie per la Grecia è assolutamente necessaria), non è ammessa. Con il suo abituale (pessimo) tempismo, Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze della Germania, nei giorni scorsi è intervenuto per scartare l’ipotesi, sostenendo che la la Grecia ha bisogno di implementare le riforme che ha concordato con i suoi creditori: più austerità nella forma di aumenti delle tasse e tagli di bilancio.

Inoltre, nonostante gli investimenti nel controllo delle frontiere e l’accordo con la Turchia, che di recente hanno ridotto il flusso di migranti dalla Siria e da altri paesi in difficoltà, la Ue sta ancora lottando per fare i conti con i 2 milioni di rifugiati in cerca di asilo che sono arrivati nel 2014 e nel 2015. E le imbarcazioni della Guardia costiera italiana continuano a raccogliere centinaia di rifugiati ogni giorno dal Mar Mediterraneo. Quest’anno, ne sono arrivati più di 170 mila. La disponibilità del governo Renzi ad accogliere temporaneamente tutte queste persone è, ovviamente, degna di apprezzamento, ma ha contribuito a minare la sua popolarità, in particolare nelle aree rurali ed in quelle più povere, dove c’è un atteggiamento di grande avversione nei confronti dei migranti.

Questa è, ovviamente, una realtà che riguarda tutta l’Europa. L’anno scorso circa 90.000 migranti sono arrivati in Austria, aumentando la popolazione del paese di più dell’1% (per capirci, in un paese come gli Stati Uniti l’afflusso corrispondente sarebbe più di 3 milioni di persone). Quest’anno il governo centrista di Vienna ha introdotto una nuova legge che restringe il diritto di asilo e permette alla Polizia di frontiera di respingere più persone al confine. Hofer ha sostenuto che le nuove misure non sono neppure lontanamente sufficienti; ha sfruttato senza pietà l’astio verso i migranti e la paura del terrorismo sostenendo, ad esempio, che il livello di allerta crescente lo ha costretto a portare una pistola durante tutta la campagna elettorale.

I politici centristi in tutta L’Europa lo hanno accusato di essere un demagogo estremista, ma almeno tre dei leader dell’estrema destra che cercheranno di aggiudicarsi le elezioni nazionali del 2017 lo considerano un patriota: Marina Le Pen del Fronte nazionale francese; Geert Wilders, del Partito per la Libertà olandese; e Frauke Petry, di Alternative für Deutschland. I sondaggi recenti mostrano che nessuno di questi agitatori ha il sostegno di più di un quarto dei loro rispettivi elettorati. Ma tutti e tre, manco a dirlo, stanno cercando di sfruttare il successo di Hofer.

Il problema è che, data la paralisi della Ue, i demagoghi della destra estrema sono in grado (a volte) di offrire argomenti che sembrano ragionevoli, in particolare a proposito di economia. Salutando il risultato in Italia, Le Pen ha descritto il voto come il rifiuto della «politica assurda dell’ultra-austerità che Matteo Renzi ha perseguito, una politica voluta dall’Unione Europea e imposta all’Italia». Le Pen ha continuato sullo stesso tono dicendo che François Fillon, il politico conservatore che sarà molto probabilmente il suo avversario alle elezioni presidenziali di aprile, è un altro sostenitore delle politiche di austerità, che vuole addirittura accelerare. «E tempo – ha detto Le Pen – che la Francia scelga un leader che possa essere il leader di un’Europa libera delle nazioni, capace di unire l’energia di tutti questi paesi nel respingere un progetto politico basato sull’austerità, il mercato e l’immigrazione».

In verità, proprio Renzi ha spinto nei mesi scorsi Bruxelles e Berlino ad allentare il regime di austerity dell’Unione Europea, senza contare che le riforme che gli elettori hanno rifiutato al referendum erano riforme politiche e non economiche. Ma, finché l’Europa è bloccata in quella che sembra una perenne e deprimente routine, senza che all’orizzonte ci sia una via d’uscita, i populisti e i demagoghi avranno sempre la possibilità di scavalcare i moderati e quelli a favore del sistema.

Il fatto è che l’Europa è un continente a cui manca ormai la speranza e l’ottimismo. La deprimente realtà dell’insuccesso economico, della paralisi politica, delle tensioni razziali e delle minacce terroristiche, ha indebolito gravemente il sogno di unità che ha spronato la costruzione dell’Unione europea. Sebbene la maggioranza degli europei sostenga ancora la Ue e valuti positivamente la pace e l’armonia (relativa) che ha contribuito a preservare per 60 anni, la passione e la sensazione di essere dalla parte giusta della storia sono tramontate. Se i leader politici che emergeranno nei prossimi 12 mesi non riusciranno a trovare un modo per far tornare la speranza – e per dare alla gente comune di tutta Europa la sensazione che c’è ancora modo di offrire loro una prospettiva, che si può garantire prosperità e sicurezza e dimostrare che gli eletti e i burocrati a Bruxelles stanno lavorando nei loro interessi – il grande progetto europeo sarà condannato a trascinarsi verso quella che potrebbe essere una sgradevole e protratta dissoluzione. E questa sarebbe una tragedia per tutti noi (e non solo per l’Europa, sia chiaro). Anche perché a problemi comuni, servono risposte comuni. Con il nuovo anno dovremo ripartire da lì. Buona fine e buon principio.

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