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Siria: perché le cose non fanno che peggiorare?

La guerra civile siriana non accenna purtroppo a finire. Nonostante le molte offensive, malgrado le conferenze di pace e gli interventi stranieri, incluse le incursioni turche di questa settimana nelle città di confine, le cose non fanno che peggiorare.

Nei giorni scorsi, Max Fischer, sul New York Times, ha cercato di spiegare, raccogliendo le opinioni degli esperti, perché le cose in Siria vanno sempre peggio e quali sono i motivi che stanno frustrando ogni tentativo di risoluzione della guerra civile. La ricerca accademica sulle guerre civili, prese nel loro insieme, rivela perché quello siriano è un caso così difficile. I conflitti di questo tipo durano mediamente un decennio, circa il doppio (finora) di quello siriano. Ma ci sono alcuni fattori che li possono far durare più a lungo, li possono rendere più violenti e più difficili da fermare. E praticamente tutti questi fattori sono presenti in Siria. Molte di queste condizioni sono la conseguenza degli interventi stranieri che, pensati per porre fine alla guerra, l’hanno invece intrappolata in una situazione di stallo nella quale la violenza si auto-alimenta e le normali strade per la pace sono tutte ostruite. Il fatto poi che lo scontro avvenga tra più gruppi anziché tra due parti soltanto, lavora contro la risoluzione del conflitto. Stando agli esperti, quello siriano è davvero un caso difficile, posto che storicamente nessun conflitto precedente ha avuto dinamiche simili.

Provo a riprendere (e a riassumere) i punti evidenziati da Max Fischer nel suo (lungo ma di grande interesse) pezzo.

  1. Il conflitto sembra inestinguibile. La maggior parte delle guerre civili terminano quando una parte perde, perché viene sconfitta militarmente, o perché esaurisce gli armamenti, oppure perché perde il sostegno popolare e deve mollare. Circa un quarto delle guerre civili finiscono con un accordo di pace, il più delle volte perché entrambe le parti sono stremate. Questo sarebbe potuto accadere in Siria: il nocciolo duro dei combattenti (formato dalle forze filo governative e dagli insorti che hanno cominciato a combattere nel 2011) sono molto deboli e non possono, da soli, sostenere la lotta ancora a lungo.Ma non sono più da soli. Ogni contendente è sostenuto da potenze straniere (Stati Uniti, Russia, Iran, Arabia Saudita, Turchia, ecc.), i cui interventi hanno sospeso le abituali leggi di natura. Le forze che normalmente avrebbero contribuito a contenere il conflitto sono assenti, consentendogli di continuare molto più a lungo. Le forze governative e quelle degli insorgenti sono insomma rifornite dall’esterno, il che significa che le loro armi non si esauriscono mai. Inoltre, possono ottenere il supporto politico dei governi stranieri che non patiscono il costo della guerra in prima persona, invece che quello delle popolazioni locali che altrimenti avrebbero spinto in direzione della pace per mettere fine alle loro sofferenze. Oltretutto, si tratta di costi materiali ed umani facili da sopportare per le potenze straniere molto più ricche. Dicono infatti gli esperti che quando c’è un intervento esterno da entrambe le parti, la durata del conflitto è significativamente più lunga. Le battaglie di terra includono anche le milizie curde, che hanno un certo sostegno straniero, e lo Stato islamico che non ce l’ha. Ma sono le forze governative e quelle dell’opposizione, che si rivolgono essenzialmente una contro l’altra, che costituiscono, con i loro sponsor, la dinamica centrale della guerra.
  1. Nessuno può perdere, nessuno può vincere. L’appoggio straniero non ha soltanto rimosso il meccanismo che poteva condurre alla pace, ma ha anche introdotto un meccanismo che consolida la situazione di stallo. Non appena una delle parti in conflitto perde terreno, i suoi sostenitori stranieri aumentano il loro coinvolgimento inviando rifornimenti ed aiuti per impedire la sconfitta del loro beniamino. E quando poi quella parte comincia a prevalere, ciò provoca, allo stesso modo, l’intervento dell’altro protettore straniero. Ogni escalation è un po’ più forte di quella precedente, affrettando il massacro senza mai cambiare l’equilibrio fondamentale della guerra. È la storia della Siria fin quasi dall’inizio. Nel tardo 2012, mentre l’esercito siriano subiva sconfitte, l’Iran è intervenuto in suo soccorso. Nei primi mesi del 2013, quando avanzavano le forze governative, allo stesso modo gli Stati ricchi del Golfo hanno inondato di aiuti i ribelli. Qualche round più tardi gli Stati Uniti e la Russia si sono uniti al conflitto. Le potenze straniere sono forti abbastanza da sostenere praticamente qualunque escalation. Nessuno è in grado di ottenere una vittoria completa perché l’altra parte può sempre rintuzzare il colpo, e così il ciclo continua. E perfino le naturali fluttuazioni nel conflitto possono innescare un altro round. L’anno scorso, per esempio, gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi siriani contro l’ISIS. Ma il rafforzamento dei curdi siriani ha allarmato la Turchia, che sta combattendo contro i propri insorti curdi. Questa settimana la Turchia è intervenuta per controllare la città siriana di Jarabulus, anche per prevenire la sua conquista da parte dei curdi. E come se le alleanze non fossero già abbastanza complicate, gli Stati Uniti hanno sostenuto questo sforzo. Tendiamo a pensare che peggio di così le cose non possano andare, ma, dicono gli esperti, possono andare molto peggio.
  1. La struttura della guerra incoraggia le atrocità. La Siria ha visto ripetute e indiscriminate uccisioni di massa di civili, perpetrate da tutte le parti in lotta. Questo non è il risultato soltanto della malvagità e della ferocia umane, ma di qualcosa di più potente: gli incentivi strutturali. Nella maggior parte delle guerre civili le forze combattenti dipendono dal sostegno popolare per prevalere. Questo “terreno umano”, come lo chiamano gli esperti della counterinsurgency, fa sì che tutte le parti abbiano un incentivo a proteggere i civili e a minimizzare le atrocità, e spesso si è rivelato decisivo. Secondo gli esperti, guerre come quella in Siria, nelle quali sia le forze governative che quelle di opposizione contano in maniera determinante sul sostegno internazionale, incoraggiano, invece, il comportamento opposto. Poiché i combattenti contano sugli sponsor stranieri anziché sulla popolazione locale, hanno pochi incentivi a proteggere i civili. Inoltre, questa dinamica trasforma la popolazione locale in una minaccia potenziale piuttosto che in una risorsa necessaria. E gli incentivi spingono a “utilizzare la violenza collettiva ed il terrore per determinare i comportamenti della popolazione”, dicono i ricercatori. Le immagini che vediamo di madri e bambini morti possono rappresentare obiettivi deliberati, uccisi non casualmente, o in uno scoppio di rabbia o per crudeltà, ma secondo un freddo calcolo razionale. Attacchi duri e indiscriminati sulla popolazione civile comportano rischi molto limitati nel breve termine e benefici reali: sgretolano il controllo o il supporto locale del nemico, tengono a bada le potenziali minacce e saccheggiano le potenziali risorse. Le forze che sostengono il governo hanno fin qui condotto il maggior numero di attacchi contro i civili, ma alcuni ne hanno condotti anche i combattenti dell’opposizione. Tra gli insorti, i gruppi che rifiutano di attaccare i civili finiscono per essere svantaggiati rispetto ai gruppi che lo fanno.
  1. La paura di perdere sostiene lo status quo. Lo stallo è anche il risultato dell’incertezza. Nessuno è sicuro di come sarà la Siria dopo la guerra, né di come arrivarci, ma tutti sono in grado di immaginare una situazione peggiore. E ciò crea una propensione verso lo status quo, nel quale i combattenti sono intenti a conservare quello che hanno, invece di metterlo a rischio per conseguire obiettivi più avanzati. Insomma, è più importante fermare l’altra parte che provare a vincere. Ciascuna delle potenze straniere, infatti, sa bene che non può vincere, ma teme davvero che una vittoria dell’avversario si riveli insostenibile. L’Arabia Saudita e l’Iran, per esempio, ritengono che la perdita della Siria, il loro attuale campo di battaglia nella lotta regionale per la supremazia, possa mettere in pericolo il loro stesso regime. Anche se, nel lungo periodo, la guerra in Siria fa male a tutti, producendo estremismo ed instabilità, nel breve periodo, la paura di perdere spinge entrambi verso il mantenimento di una guerra perpetua e impossibile da vincere. Il tutto è esacerbato dalle dinamiche decisionali di coalizioni molto ampie e dunque deboli. Ciascuna parte è composta da attori diversi con agende molto diverse e diverse priorità. Spesso l’unica cosa sulla quale riescono a convergere è sulla necessità di evitare la sconfitta. É la strategia del minimo comune denominatore. C’è ragione di credere che la Russia, per esempio, vorrebbe che Assad facesse un passo indietro, o almeno, sarebbe disposta a fare delle concessioni per ottenere la pace. Ma la Russia non può forzarlo in questa direzione, né può semplicemente abbandonare la Siria senza abbandonare i propri interessi nell’area. Assad, nel frattempo, potrebbe volere un intervento russo completo che lo conduca alla vittoria, qualcosa che Mosca non è però disponibile a fornire. Il risultato è che Assad sta al suo posto e la Russia interviene soltanto quel tanto che occorre per mantenercelo. Per ora.
  1. Le fazioni che si scontrano in Siria sono costruite per combattere, non per vincere. Il governo siriano e i combattenti ribelli sono internamente così deboli da preferire una situazione di stasi, per quanto terribile, a qualunque altra soluzione. I leader della Siria appartengono principalmente alla minoranza religiosa Alawita, che costituisce una piccola porzione della popolazione del paese, ma che rappresenta un’ampia (e sproporzionata) parte delle forze di sicurezza. E dopo anni di guerra settaria, gli alawiti hanno paura di subire un genocidio se Assad non dovesse ottenere una vittoria totale. Ma una tale vittoria sembra molto improbabile, in parte perché la condizione di minoranza degli alawiti, non consente loro di restaurare l’ordine se non con la violenza. Così i leader siriani credono che l’impasse sia il modo migliore per salvaguardare oggi la loro incolumità, anche se ciò aumenta i rischi futuri. L’opposizione siriana è altrettanto debole. È frantumata in molti gruppi. Il che rappresenta, secondo gli studiosi, un altro fattore che tende a prolungare le guerre civili e a far sì che sia meno probabile che terminino pacificamente. Uno studio rivela che lo sforzo condotto dalle Nazioni Unite dal 1945, ha funzionato nel risolvere i due terzi delle guerre condotte da due parti ma solo un quarto di quelle con in campo più di due gruppi. Il campo di battaglia della Siria è un poligono complesso, con una serie di gruppi ribelli siriani che comprendono moderati e islamisti radicali; affiliati ad al-Qaeda e all’ISIS; forze siriane e forze straniere come gli Sciiti libanesi della milizia Hezbollah; e combattenti stranieri che si sono gettati nel conflitto in nome della Jihad. Ciascuna di queste fazioni ha ovviamente i suoi obiettivi, e ciò riduce ulteriormente le possibilità di una intesa pacifica. Ciascuna fazione è inoltre incentivata a competere con gli altri gruppi per procurarsi le risorse nel corso della guerra e per ottenere concessioni dopo la guerra. Il che spiega perché le opposizioni formate da molti gruppi tendono a fallire. Anche se riescono a rovesciare il governo, finiscono frequentemente per innescare una nuova guerra tra loro.
  1. Il solo modo certo per rompere l’impasse è quello di produrre un’offensiva che il nemico non sia in grado di contenere. Poiché però la guerra civile in Siria ha risucchiato due delle principali potenze globali, Russia e Stati Uniti, probabilmente l’ostacolo potrebbe essere superato solo con una invasione vera e propria. Nel migliore dei casi, ciò richiederebbe qualcosa di molto simile all’occupazione americana dell’Iraq o dell’Afghanistan. Nel peggiore dei casi, l’invasione di una zona di guerra dove sono attivi così tanti rivali stranieri potrebbe innescare una guerra regionale di più ampie proporzioni. Un altro modo per determinare la fine della guerra è che uno dei sostenitori stranieri cambi la sua politica estera e decida di ritirarsi. Questo consentirebbe all’altra parte di vincere facilmente. Ma in Siria, poiché ogni parte è sostenuta da più potenze straniere, il loro supporto dovrebbe venire meno simultaneamente.
  1. C’è un ulteriore ostacolo alla pace. Non ci sono più peacekeeper. Gli accordi di pace di solito hanno successo o falliscono su un punto: l’intesa su chi controlla le forze militari e di sicurezza. E in Siria la fiducia scarseggia. In una guerra così brutale come quella siriana, nella quale più di 400.000 persone sono state finora uccise, i combattenti hanno ragionevolmente paura di essere massacrati se l’altra parte dovesse ottenere troppo potere. Ma un accordo che dia alle diverse parti in conflitto lo stesso potere militare, crea il rischio di tornare di nuovo alla guerra. Lo stesso accadrebbe se si consentisse ai ribelli di mantenere le loro armi e l’indipendenza: una lezione che il mondo ha appreso in Libia. Allo stesso tempo, ci deve essere una qualche forza armata che sia in grado di restaurare la sicurezza e sia in grado di fare piazza pulita dei residui signori della guerra e delle restanti milizie. Molte volte la soluzione è stata quella affidare il compito ad un’organizzazione come le Nazioni Unite che invia dei peacekeeper. Queste forze tengono tutti sotto controllo durante la transizione verso la pace e permettono la sicurezza fondamentale in modo da non spingere nessuno a riprendere le armi. Ma quale paese manderebbe i propri soldati ad occupare la Siria per un tempo indefinito, specialmente dopo l’esperienza americana in Iraq? Ogni forza straniera diventerebbe un obiettivo per i terroristi Jihadisti, e molto probabilmente dovrebbe fronteggiare una ribellione continua per anni, che potrebbe costare centinaia o migliaia di vite.
  1. Una tendenza al disastro. Gli esperti, indicando le ragioni per le quali la guerra in Siria non può terminare, sostengono che nel migliore dei casi le cose potrebbero spegnersi lentamente e scivolare verso “una sorta di insurrezione di bassa intensità con attacchi terroristici e così via”. Il peggiore dei casi è invece significativamente peggiore. Secondo gli studiosi, la vittoria militare completa in una guerra civile spesso avviene al prezzo di orribili (si arriva al genocidio) livelli di violenza nei confronti degli sconfitti, compresa la popolazione civile”. Il che oltretutto potrebbe portare innescare nuovi conflitti nel Medio Oriente. I gruppi vittoriosi in una guerra civile, a volte, cercano di utilizzare la forza ritrovata contro gli Stati vicini. E ciò conduce a guerre tra Stati. Questa è una evoluzione che nessuno vuole, ma è proprio in questa direzione che molti dei partecipanti alla guerra civile siriana, interni ed esterni, stanno portando il paese. Col rischio che il peggio debba ancora venire.
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