Alessandro Maran | sito ufficiale |


Sono Alessandro Maran, eletto alla Camera dei Deputati per il Partito democratico nella circoscrizione IX (Friuli Venezia Giulia).

Sono Vice Presidente del gruppo parlamentare del Partito democratico. Faccio parte della Commissione esteri e della delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare dell’InCe.

In queste pagine potete trovare informazioni sulla mia attività dentro e fuori al Parlamento. Se volete contattarmi direttamente potete farlo a questo e-mail:

maran_a@camera.it

 CHI SONO

 

 

 

 

IN PRIMO PIANO

 

il Gazzettino

 

 

Maran:«Senza idee non vinceremo mai»


Il Gazzettino, 15 maggio 2012

di Maurizio Bait

TRIESTE - «L’unica e vera salvezza del partito è rappresentata dalla possibilità di innescare, da oggi, una competizione di idee e personalità». Di più: «Resto persuaso che Furio Honsell si voglia candidare. Il mondo che gli sta attorno (dalla Fiom all’Anpi) ritiene (giustamente) di poter scompaginare le nostre fila, di mettere a frutto le nostre divisioni, il risentimento che cova tra i nostri militanti ed elettori, le nostre incertezze ideologiche e culturali». Vedono insomma «la possibilità di restaurare il profilo e le parole d’ordine della vera sinistra battendo i traditori della classe operaia». 

Sandro Maran, vicecapogruppo alla Camera e veltroniano del Friuli Venezia Giulia, sferza con parole dirette il Pd regionale che inforca le primarie interne, aperte all’ex sindaco pordenonese Sergio Bolzonello e semmai al sindaco di Udine Honsell. Ma sono anche l’affermazione esplicita di una volontà di potenza che induce la sinistra alla rabbia.

Sa bene, Maran come altri non sprovveduti protagonisti, che da qui a settembre saranno regole, dialettiche, farragini e scontri, ondate e risacche sugli scogli della non digeribile sudditanza degli alleati a sinistra. Un contesto d’alta marea che in teoria vedrebbe il centrosinistra della regione in favore di vento nazionale, ma che nei fatti registra la divisione dello schieramento da una parte e dall’altra una babele silenziosa sul da farsi non anti-Tondo, ma anti-paura dei cittadini, anti-disperazioni individuali che si fanno cemento diffuso nel Nordest del Nordest, dove la Bora soffia generosa sui remi affilati del grillismo.

«I democratici americani non sono arrivati a Denver da un giorno all’altro, ma dopo un anno di scontri appassionati dopo i quali si sono stretti attorno ad Obama», tuona Maran. «Non attraverso lo scontro o gli accordi tra capibastone, ma con il libero e creativo scontro di idee e di ricette che anima i partiti più dinamici. E che serve a far emergere una piattaforma e una figura in grado di ripartire e di giocarsi una nuova partita con qualche speranza».  

Di fronte alle faide per salvarsi la poltrona triestina o romana, «la politica è fare delle cose e non diventare qualcosa», dice un Maran che non ipoteca il proprio futuro in nessuna delle due città. Sicché «il punto, è proprio questo: il profilo politico del Pd come condizione perché l’alternativa a Tondo sia affidabile, credibile e praticabile».

Brucia come il fuoco la sconfitta di Gorizia, gonfalone delle consolazioni a centrodestra: «La coalizione ha ritrovato la propria unità assumendo un profilo molto radicale – è l’analisi di Maran – ma il profilo di Izquierda Unida non del PSOE. Che non per nulla ha respinto Roberto Collini come altro da sé.  E non è un caso che Romoli riesca a riunire il centrodestra dall’Udc alla Lega. Unico in Italia». Si sapeva che sarebbe potuta finire così, come no, eppure «c’è chi ha preferito perdere con un partito unito che vincere con un partito diviso». Una scelta tragica nel senso archetipico della tragedia greca, perché «una volta fatta quella scelta, pensate un attimo alla tragedia greca, tutto ciò che segue è ineluttabile».

Soprattutto, dunque, mettere in campo idee concrete da una parte e una strategia di coalizione diversa dall’altra: «Dovremmo pensare a una lista civica – ripete Maran – poiché la linea che adesso stiamo seguendo è quella della grande alleanza di tutti coloro che sono contro Tondo». Ma è «una linea sbagliata» in quanto «l’elemento ispiratore è l’anti e non il per». Il per postula naturalmente i cittadini e il loro profondo disagio di questi tempi. Un per del quale sorprendentemente poco si parla nel Pd. Stretto nel guado, come le estreme parole di Goethe, fra invocare più luce e santificare il nulla.

 Fix Congress First

 

Fix Congress First!

qdR magazine settimanale di propaganda riformista, numero 61 del 15 maggio 2012

 Arianna Huffington è una affermata opinionista americana. Presidente e direttore generale dell'Huffington Post Media Group, ha scritto 13 libri, ha lanciato The Huffington Post (un sito di notizie che è diventato rapidamente il media brand più letto, linkato e citato su Internet) ed è stata inserita da Time Magazine nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. Di recente, Arianna Huffington ha scritto un libro intitolato Third World America con l'intento dare l'allarme. «Se non correggiamo la nostra rotta - scrive la columnist americana -  potremmo diventare una nazione del Terzo Mondo - un posto dove ci sono solo due classi, i ricchi … e tutti gli altri. Pensate al Messico o al Brasile, dove i ricchi vivono dietro a recinti fortificati, con guardie armate di mitra che proteggono i loro figli dai rapimenti».

La classe media americana sta diventando una specie in pericolo. Le cause sono numerose - dal sistema educativo fatiscente ad un sistema politico giunto ad un punto morto - ma tutte stanno contribuendo alla caduta libera del paese dalla superpotenza del XX secolo al paese del Terzo Mondo del XXI secolo. Ovviamente, Arianna Huffington si propone di fare appello al Can-Do spirit degli americani (l'attitudine intraprendente e sicura di sé degli americani di fronte alle sfide) e delineare un piano per rimettere la nazione sui binari e restaurare l'American dream. «I giorni migliori stanno ancora davanti a noi - sostiene la giornalista di origine greca - ma il momento di agire è adesso». La parte finale del libro è dedicata alle cose da fare. E tra le proposte contenute nell'ultimo capitolo (Saving ourselves from a Third world future), ce n'è una (The mother of all reforms) che viene prima di tutte le altre e che, con l'aria che tira dalle nostre parti, sembra perfino paradossale.

«E' un classico comma 22: la maniera migliore per risolvere il mucchio di problemi che l'America si trova di fronte è attraverso il processo democratico - scrive Arianna Huffington -, ma il processo democratico è seriamente danneggiato. Ecco perché il primo passo per fermare la nostra inesorabile  trasformazione in una America da Terzo mondo deve essere quello di liberarsi dalla presa soffocante che il denaro degli interessi particolari ha sulla nostra politica. Ciò deve cominciare con un completo ripensamento del modo in cui finanziamo le nostre elezioni. Il modo migliore per restaurare l'integrità del nostro governo è attraverso il completo finanziamento pubblico delle campagne elettorali. E' la madre di tutte le riforme - la riforma che rende tutte le altre riforme possibili. Dopotutto, chi paga comanda.  Se qualcuno deve possedere i politici, tanto vale che sia il popolo americano. Pensateci: niente donazioni politiche, niente "Pac money", niente questua incessante per i soldi, niente favori in cambio di quattrini. Non più lobbisti seduti negli uffici di Camera e Senato intenti letteralmente a tradurre in leggi scappatoie fatte su misura. Non più omaggi alle corporazioni imbucati in enormi provvedimenti di spesa. Non più pericolosi rilassamenti delle norme di sicurezza che possono essere fatti risalire alle donazioni elettorali. Solo candidati ed eletti in debito con nessun altro che gli elettori».

Tra quelli che stanno lavorando affinché questo accada ci sono Lawrence Lessig, professore di diritto a Harvard, e Joe Trippi, che ha diretto la campagna presidenziale di Howard Dean. Insieme hanno fondato Fix Congress First!, con l'intento di costruire un movimento popolare per premere sul Congresso ed indurlo a passare una legislazione per il finanziamento pubblico. «Lo sforzo - conclude Arianna Huffington - è quello di creare 'la più grande lobby nella storia della politica americana'. E chi è parte di questa lobby onnipotente? Tu, io e il resto dei 300 milioni di cittadini degli Stati Uniti».

Va da sé che i fatti gravissimi emersi prima con il caso Lusi e poi con l'inchiesta sui conti della Lega Nord rappresentano senza dubbio la goccia che ha fatto traboccare il vaso del rapporto dei cittadini con la politica; e non c'è dubbio che - come si affanna a ripetere Giorgio Napolitano - bisogna intervenire, e bisogna farlo rapidamente, «anche per definire norme che sanciscano regole di trasparenza e democraticità nella vita dei partiti, compresi nuovi criteri, limiti e controlli per il loro finanziamento». Ed è un bene che i relatori abbiano accolto la proposta del Pd di dimezzare da subito i rimborsi elettorali. Ma quella del finanziamento pubblico, come sostengono i fondatori di Fix Congress First!, «non è una questione democratica o repubblicana - è una questione fondamentale circa il tipo di democrazia che vogliamo avere». Come direbbe Arianna Huffington, «Pensateci!».

Washington. U.S. House of Representatives

Capitol Hill

9 maggio 2012. Rayburn House Office Building. Incontro con Ileana Ros-Lehtinen (R – FL) Chairman of the Committee on Foreign Affairs

 

Istituzioni forti e stato leggero

L’Opinione, 10 maggio 2012

 

Quirinale

Ha ragione Mario Barbi. Dal crollo della Prima repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Oggi, invece, il bipolarismo, il maggioritario la personalizzazione, l'elezione diretta (tutti, indistintamente, accomunati sotto l'etichetta del populismo personalistico) sono diventati, nella narrazione che ha preso piede, il segno della fine della democrazia, della abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi. 

A ben guardare, la crisi economica europea (che cresce, si complica e potrebbe mettere in discussione la stessa integrazione europea) si è incaricata di dimostrare che il problema fondamentale dell'Italia non è la presunta «emergenza democratica» di cui si è molto parlato negli anni scorsi lamentando il bipolarismo «forzoso e incivile», ma la mancata modernizzazione del paese. Ed ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che la politica non tornerà «normale» con l'uscita di scena di Berlusconi. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un'invasione degli Hyksos. E tolto di mezzo il Caimano, non ritornerà l'età dell'oro (che non è mai esistita: la Prima repubblica non era affatto una democrazia priva di difetti). Nel '94 non si è causata una ferita che attende di essere sanata, ma sono saltate gerarchie culturali che non è possibile ripristinare. Senza contare che la prima vittima della crisi finanziaria è stato il mito della sovranità nazionale. Tanto per capirci, da tempo in Europa non esistono più gli stati nazionali ed esistono invece gli stati membri dell'Unione europea.

Diciamoci la verità: la competizione bipolare è stata costantemente ipotecata dalla persistenza del precedente sistema istituzionale e da una struttura incoerente e frammentata delle due principali coalizioni. Ma la nostra repubblica non è più quella di prima, è già cambiata (in modo spesso involontario e imprevisto: Ilvo Diamanti l'ha definita argutamente una «repubblica preterintenzionale») e oggi risulta incompiuta, a metà. Il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale, quanto la forma di governo, cioè la qualità della forma di stato. E con questo rivestimento istituzionale, l'Italia prima o poi sbatterà la testa contro il muro. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell'investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso.

Oggi in molti prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella forma e quel sistema politico siano i migliori. E dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibili di quella esperienza. Questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice. Ma come si fa a pensare di poter ripristinare il vecchio sistema con un semplice intervento di restauro? Quel che è avvenuto in questi anni (a partire dalla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti) non è un incidente di percorso. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l'identificazione e l'appartenenza (all'ideologia, all'utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l'unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l'esercizio della cittadinanza nello stato. Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica.

Caduti gli stimoli del passato, come si riattiva la partecipazione alla politica? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l'unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? Specie se si considera che il nostro paese deve fare i conti anche con una dirompente sfiducia nello stato. Una costante nella storia d'Italia che la mancata modernizzazione del paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale. Me lo chiedo da tempo: visto che bisogna ricostruire il sistema dei "check and balance" tra poteri e istituzioni dello stato, perché non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del (semi)presidenzialismo come complemento necessario dell'Italia «federale»? La scelta semi presidenziale (alla francese, per intenderci) non è forse una «strada europea»? E non è tempo di riconoscere la necessità di uno stato più leggero (il che significa ridurre le occasioni di intermediazione della politica nel funzionamento della società e dell'economia) e di istituzioni più forti?

 

Rewrite the world.

Rewrite the world

Nella foto con Emma Reynolds, Ministro Ombra per l’Europa del Partito Laburista (UK) e Matt Browne, Global Progress (USA).

 

  

 Dal blog

L’Apocalisse dietro l’angolo

      

pk

«Di colpo, è diventato chiaro a tutti che l’euro – quel grande, imperfetto esperimento di un’unione monetaria senza unione politica – potrebbe cadere a pezzi. Non stiamo parlando di una prospettiva lontana. Le cose potrebbero precipitare con una velocità sorprendente, si tratta di mesi, non di anni. E i costi – sia economici che, più importante ancora, politici – potrebbero essere... 

 
Azioni sul documento