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Un nuovo patto per il Nord

Il Piccolo, 18 marzo 2008

IL DIBATTITO

Se c'è un tratto unitario che ha contraddistinto, in termini di orientamenti diffusi, gli ultimi quindici anni, questo è il "risentimento". L'atteggiamento di avversione o animosità verso qualcuno è, infatti, l'elemento comune alle contrapposizioni più evidenti: classe politica-cittadini, destra-sinistra, laici-cattolici, Nord-Sud. Perché? Perché nel Paese c'è una profonda crisi di fiducia (una progressiva perdita di coscienza di sé, come nazione) che nasce dall'intrecciarsi di tre problemi. Anzitutto, un gravissimo problema di efficienza economica. Il prodotto per ora lavorata, in Italia, è cresciuto, tra il '95 e il 2000, del 1,1%.

Nello stesso periodo, nell'Europa a 15 è cresciuto del 1,8% all'anno e negli Usa del 2,2%. E tra il 2000 e il 2005, abbiamo fatto peggio: in Italia, la crescita del prodotto è stata dello 0,2% all'anno. Nell'Europa a 15, del 1,2% all'anno. Negli Usa del 2,5. In Europa (lasciamo pure perdere il confronto con gli Usa) la produttività è cresciuta negli ultimi dieci anni a un ritmo almeno triplo rispetto all'Italia. E il Pil per abitante, in Italia, è cresciuto - tra il 2000 e il 2005 - dello 0,8% all'anno mentre nella Ue a 15 cresceva più del doppio (2%). Ecco spiegati la caduta della nostra quota di commercio mondiale e l'emergere della "questione salariale". Per questo il progetto del Pd assume l'aumento della produttività (del lavoro e dei fattori) come obiettivo principale: se non c'è un "salto" su questo fronte, non c'è politica redistributiva che tenga.
In secondo luogo, un gravissimo problema di disuguaglianza e immobilità sociale. L'indice Gini è un misuratore del livello di disuguaglianza: è 0 nel caso di perfetta equidistribuzione del reddito; è 1 nel caso di massima disuguaglianza. Nella Ue a 15, tra il '95 e il 2005, l'indice medio è pari a 0,30. La Svezia è il paese più "eguale" con 0,23. L'Italia ha un indice 0,33. È tra i più diseguali, con un valore del 10% superiore alla media. L'indice di povertà relativa, in Italia, segnala che il 19% della popolazione (più le donne dei maschi, più i giovani degli adulti) è in grave disagio economico. In Svezia questa percentuale è al 9%, in Germania e in Francia al 13%. Inoltre, in Italia gli effetti redistributivi dell'intervento pubblico sono molto deboli. Mentre in Spagna, nei paesi del Nord e in Olanda, dopo l'intervento pubblico i redditi sono molto meno concentrati, in Italia il livello di concentrazione diminuisce di pochissimo. E, quel che è più grave, la nostra posizione in graduatoria dei 15 paesi Ue è migliore prima dell'intervento pubblico (10ª posizione), che dopo (14ª). Per le forze di centrosinistra, si tratta di un dato drammatico. Il centrosinistra giustifica l'intervento dello Stato in nome dell'aiuto a chi è "lasciato indietro" dal mercato. Ma lo Stato è così poco efficace che - a paragone con gli altri paesi Ue - peggiora il risultato di "eguaglianza" ottenuto dal mercato. Per questo il progetto del Pd vuole cambiare profondamente qualità e quantità dell'intervento statale per renderlo capace di aiutare davvero i più poveri; e vuole chiamare di più il mercato a risolvere i problemi sociali.
Infine, un gravissimo problema di efficienza e di credibilità del sistema politico-istituzionale. La politica non decide, rappresenta poco e male e non risponde a requisiti minimi di etica pubblica. Per questo il progetto del Pd assume la buona politica come architrave, sia nel senso di capacità di decidere e rappresentare (sistema elettorale, sistema istituzionale, ecc.), sia nel senso di capacità di riformarsi eticamente.
Questi tre problemi si incrociano, si sostengono, sono l'uno causa ed effetto dell'altro. La crescita, ad esempio, produce anche democrazia. Rende la società più aperta e più giusta. Ma è vero anche che apertura, tolleranza e democrazia fanno crescere e rendono sostenibile nel tempo lo sviluppo. E questo reciproco sostegno tra democrazia e sviluppo c'è quando i suoi frutti sono accessibili a un grande numero di "cittadini". Se lo sviluppo non è inclusivo, è più debole e dura di meno.
In Italia le risorse su cui far leva per aggredire contemporaneamente i tre problemi ci sono. Migliaia di imprese si sono ristrutturate, si sono internazionalizzate e ora si sono riproposte da leader dell'economia globale. Ci sono centinaia di migliaia di giovani e meno giovani che fanno volontariato, per aiutare chi resta indietro. Ci sono stati tre milioni e mezzo di cittadini che si sono messi in fila per far nascere il Pd. E altri milioni ai gazebo per creare il Pdl. Insomma, l'Italia e il Nord sono molto diversi da quel paese impaurito descritto dalla destra che Tremonti vorrebbe proteggere con i dazi. Basterebbe che Renzo Tondo trovasse il tempo per parlargli di Eurotech che dalla Carnia ha conquistato una nicchia mondiale in un settore, quello dei nanocomputer, che sembrava riservato esclusivamente alla California.
Cosa serve allora per collocare, come ha scritto Sergio Baraldi, il Nord (e con esso la nostra Regione) dove è sempre stato, al centro della crescita civile del Paese? Serve un modello e un obiettivo, com'è avvenuto sul terreno economico sociale con il Patto del Luglio del '93. Allora quel modello aveva un obiettivo unificante: la stabilizzazione economico finanziaria. E fu decisivo per conseguirla con l'Euro. Ora serve un nuovo modello con un nuovo obiettivo: l'incremento della produttività totale dei fattori. E, in questo contesto, tutti devono "cambiare" comportamenti e capacità di rappresentanza. Ed è tempo anche di rimuovere molti vincoli. La regolamentazione pubblica deve giustificare il perché di divieti, ostacoli, strettoie che si frappongono fra la libertà individuale e la possibilità per ciascuno di perseguire il proprio progetto di vita. "Fuggire da Roma" non serve a nulla. Serve invece che abbiano successo le tre modernizzazioni (economica, sociale e della politica) che il Pd ha indicato nel suo programma. È questa la vera partita del Nord-est.


Alessandro Maran
Deputato del Pd

 

 

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