Più spazio alle donne
Il Piccolo, 3 aprile 2008
Da anni l’Italia cresce pochissimo. Cresce poco dal punto di vista economico e cresce ancor meno dal punto di vista demografico. I due fenomeni sono collegati: va da sé che una società «vecchia» fatica a tenere il passo con società più giovani e dinamiche. Per rilanciare la crescita si devono fare molte cose: un fisco più
leggero per imprese e lavoratori, liberalizzazioni, mercati più efficienti, più incentivi per ricerca e innovazione.
Ma c’è una cosa più importante su cui puntare: il lavoro delle donne. Per far ripartire il Paese, si deve «fare largo alle donne», dare più spazio alle loro aspirazioni, ai loro talenti, ai loro bisogni. Senza le donne l’Italia non può tornare a crescere, soprattutto a crescere bene. È questa la tesi proposta nel bel libro di Maurizio Ferrera, Il Fattore D. L’Italia non può crescere perché glielo impedisce un circolo vizioso: troppe donne a casa, troppe culle vuote, troppi bambini poveri.
Le donne sono infatti diventate il vero motore dell’economia mondiale. Nell’ultimo decennio l’incremento dell’occupazione femminile nei Paesi sviluppati ha contribuito alla crescita del Pil globale (quello di tutto il pianeta) più dell’intera economia cinese. Da noi solo il 46,3% delle donne ha un’occupazione: uno dei valori più bassi d’Europa. E nelle regioni del Sud (sommerso incluso) solo il 31%. Se aumentassimo la percentuale di donne che lavorano al livello degli uomini (circa il 70%), il reddito italiano crescerebbe di quasi il 20%.
Aumenterebbe ovviamente il reddito delle famiglie. E se anche la donna guadagna, le famiglie hanno non soltanto maggiore capacità di consumo, di risparmio e di investimento, ma diminuisce anche il rischio di povertà e vulnerabilità e aumenta la disponibilità ad accettare flessibilità e cambiamenti, favorendo il dinamismo dell’economia e della società.
Inoltre l’occupazione femminile crea altro lavoro. Per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi: assistenza all’infanzia, agli anziani, ricreazione, ristorazione, ecc. Infine, più donne occupate significa più nascite e meno bambini poveri. In tutto l’Occidente sono le donne che hanno un impiego (e che sono aiutate a conciliare impegno professionale e vita domestica) quelle che mettono al mondo più figli e che sono in grado di garantire loro una buona educazione. Nel nostro Paese il 17% dei minori vivono in famiglie monoreddito, al di sotto della soglia di povertà, e al Sud il fenomeno interessa il 28,8%.
Ma per immettere nel circuito produttivo questa risorsa inutilizzata – Il Fattore D - bisogna riorientare le politiche di welfare a favore delle famiglie e mettere al centro della politica sociale le libertà e le opportunità dei singoli individui e, in particolare, quelle di ciascuna singola donna, come succede in tanti Paesi vicini a noi. Per lavorare e fare figli una donna francese o scandinava non deve essere per forza Wonder Woman.
Può, ad esempio, appoggiarsi agli asili nido (che sono aperti molte più ore) e a servizi di ogni tipo: noi abbiamo solo 15 posti nel nido ogni cento bambini al Nord e addirittura due al Sud. E una donna francese o scandinava può contare su un sistema fiscale che incoraggia l’occupazione femminile. Da noi la scoraggia in quanto le detrazioni diminuiscono al crescere del reddito familiare.
E non è vero che i programmi sono tutti uguali. Il programma del Pd prevede, ad esempio, anche riduzioni fiscali a favore delle donne lavoratrici a basso reddito, mentre il programma del centrodestra punta unicamente su sgravi a favore dei lavoratori che fanno gli straordinari. Ma gli straordinari sono in prevalenza svolti da uomini e sono molto più frequenti nelle imprese del Nord. Dunque il centrodestra favorisce lavoratori uomini del manifatturiero delle aziende del Nord e con reddito medio-alto, il centrosinistra favorisce le giovani donne del Sud con figli e reddito basso. E per riequilibrare gli effetti distributivi di genere e territorio, il Pd propone la detassazione del salario da contrattazione integrativa: i beneficiari di tale misura sarebbero prevalentemente nel Nord e nelle medie e grandi imprese. Insomma, con le misure proposte dal Pd si cerca anche di «fare largo alle donne», con quelle del centrodestra, si andrebbe nella direzione opposta a quella dell’aumento della partecipazione lavorativa delle donne che tutti, a parole, auspicano.
Bisognerà convincere Berlusconi che il problema del lavoro femminile non si risolve prendendo per marito qualcuno dei suoi figli, ma richiede una svolta epocale nel welfare. Altrimenti la società del futuro sarà grigia e avvizzita.














