Newsletter n.57/11
Giovedì 21 aprile 2011
Hanno trovato il nemico contro cui aizzare l’opinione pubblica che tra qualche settimana dovrà votare a Milano, Napoli e in altre città italiane: l’Europa. Non è una novità. Che si tratti di economia o di immigrazione, da un pezzo la colpa è sempre dell’Europa. Ora ci si è messo pure Tremonti paventando la revisione dei trattati.
La destra di casa nostra ha scoperto che l’Unione è solo il contenitore di egoismi nazionali, ma questa è la loro Europa. Non ci hanno detto che le istituzioni comunitarie dovevano contare sempre meno e il volere degli stati sempre di più? Non bisognava opporsi al grande super-Stato europeo? E ora che il vento dell'ultradestra sconvolge l’Ungheria e «Veri finlandesi» lanciano lo slogan:«I finlandesi prima di tutto», scoprono che più l’interesse nazionale prevale su quello comune, più il nostro interesse nazionale soccombe a quello dei più forti?
L’Unione europea, oggi più che mai, ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose. Alla prova della crisi, l’Europa si è dimostrata divisa, incapace di fornire risposte comuni. Al punto da avere messo a repentaglio la stessa sopravvivenza della moneta unica. E con l’aria che tira, le prospettive per un rilancio del processo di integrazione sembrano allontanarsi. Ma il nostro futuro dipenderà dalla capacità dell’Europa di agire davvero come Unione. Perché l’Europa è semplicemente quello che i suoi stati vogliono o non vogliono che sia. Le posizioni della maggioranza di governo sono l'espressione di quello che Riccardo Perissich ha chiamato «il complesso di Calimero»: quel sistematico vittimismo che ha afflitto il nostro Paese in tutta la sua avventura europea. Non per caso, la difficoltà a gestire un'economia strutturalmente debole ha fatto riemergere tutti i nostalgici del vecchio statalismo e nuove correnti protezionistiche. Non per caso, l'Europa viene additata come lo strumento per privare il Paese del suo patrimonio e del controllo sulla sua economia. L'euroscetticismo di casa nostra è l’effetto della necessità pressante di colmare il divario tra l'adesione ideale all'integrazione europea e le scelte concrete di politica interna. Insomma, la maggior parte dei nostri problemi sono interni e vengono da lontano: il declino del nostro sistema educativo e la stagnazione degli investimenti, tanto per fare un esempio, non nascono certo oggi. Ma la triste parabola del governo Berlusconi si è incaricata di chiarire se Berlusconi passerà alla storia per quello che ha fatto o per quello che non ha fatto. E poiché il governo non è in grado di guidare la modernizzazione di cui il Paese ha bisogno, di far sì cioè che il Paese diventi europeo anche nei fatti, conviene prendersela con l’Europa. Europa senza leadership Europa, 20 aprile 2011
La tempesta che scuote l’Europa non è soltanto economica è soprattutto politica. Al banco di prova della crisi, l’Europa si è dimostrata divisa, spenta, incapace di fornire risposte comuni. Al punto da avere messo a repentaglio la stessa sopravvivenza della moneta unica. E ora che il vento dell’ultradestra agita perfino la Finlandia, le prospettive per un rilancio del processo d’integrazione sembrano allontanarsi. Eppure il nostro futuro dipenderà dalla capacità dell’Europa di agire davvero come Unione. «Solo così – ha ricordato, infatti, il Capo dello Stato – si potrà non solo superare l’attacco all’euro e una insidiosa crisi finanziaria nell’Eurozona, ma aprire una nuova prospettiva di sviluppo dell’economia e dell’occupazione nel nostro continente, ed evitare il rischio della sua irrilevanza o marginalità in un mondo globale che cresca lontano da noi».
L’Unione europea, oggi più che mai, ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose. La crisi dell’euro rende evidenti i termini della questione: o si abbandona la moneta unica o si va avanti.
La moneta unica, basata sulla cessione di sovranità in campo monetario, non potrà, infatti, reggere in eterno senza un’eguale concessione di sovranità fiscale e politica.
Senza contare che la nuova sfida dell’Ue è quella di impostare una nuova politica di sicurezza e cooperazione diretta verso Sud che, pur nella diversità degli strumenti, punti ad essere almeno altrettanto efficace di quella condotta con lo strumento dell’allargamento verso Est. Anche perché il debito, il deficit di bilancio e il costo dei programmi di protezione sociale, imporranno agli Usa un’agenda internazionale più modesta: per l’Europa è l’occasione a lungo attesa per accelerare il decollo della difesa comune.
Ma l’Unione europea ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose per molte ragioni. Bisogna superare l’affievolimento delle ragioni costitutive del processo di integrazione, una «debolezza ideologica» che nasce dalla difficoltà di individuare nuovi traguardi e orizzonti comuni. Occorre affrontare il distacco crescente fra i cittadini e le istituzioni politiche dell’Ue: un distacco reso evidente dal calo delle percentuali di partecipazione al voto per il Parlamento europeo e dal fatto che la Commissione è percepita dai cittadini come la più distante tra le istituzioni europee.
Bisogna rilanciare il dinamismo politico del sistema comunitario.
Oggi il sistema d’integrazione progressiva e funzionale sembra aver esaurito lo stimolo che aveva permesso i progressi dell’unificazione europea, col rischio che si sviluppi una forza centrifuga non solo fra gli Stati membri, ma al loro interno.
Inoltre, l’Unione europea ha bisogno di leadership e di scelte politiche coraggiose perché all’aumento delle competenze, ai progressi istituzionali degli ultimi decenni, non è corrisposto un aumento dei poteri di controllo e partecipazione democratica da parte dei cittadini europei.
Al contrario, è aumentata la distanza fra le istituzioni della Ue (che si sono rafforzate) e i cittadini europei: i processi politici prevalenti sono quelli nazionali (perché democraticamente più controllabili) mentre lo spazio europeo resta sfibrato, svigorito.
Di conseguenza, il processo di riforma istituzionale non ha un sufficiente sostegno da parte dell’opinione pubblica.
Per queste ragioni l’Unione europea ha bisogno di una leadership che sappia far valere il punto di vista europeo di fronte al riemergere di spinte intergovernative e nazionaliste; che possa trovare la sua fonte di legittimazione non solo nei governi nazionali e nel Consiglio, ma anche e soprattutto nel Parlamento e nella cittadinanza europea, e perciò sia portata ad esprimere costantemente un punto di vista originale ed autonomo, tramite il quale ridare slancio alla prospettiva europea; e che sia chiamata poi a rispondere delle posizioni assunte.
I tempi sono maturi per una scelta, quella di un presidente eletto direttamente e dunque legittimato dalla maggioranza degli elettori europei, caldeggiata dagli studiosi di questioni europee (rinvio a un documento dell’Istituto affari internazionali del marzo 2009) e che i cittadini europei, in vario modo, chiedono da tempo.
Una «semplificazione» che potrebbe evitare l’approfondirsi del divario tra poteri e competenze europee e l’interesse del cittadino, che vuole poterli controllare democraticamente.
L’elezione diretta del Presidente, può aiutare a rovesciare la sempre più evidente tendenza alla sfiducia dei cittadini nell’Unione europea e consentirebbe ai partiti politici europei di dotarsi di un portavoce del programma con il quale essi intendono presentarsi alle elezioni europee, rendendo così più semplice, per i cittadini europei, la scelta del partito politico da appoggiare; una scelta ancora oggi troppo spesso condizionata dagli interessi politici nazionali.
La Ue ha bisogno di un simbolo dell’unità d’Europa e di qualcuno che la rappresenti. E di fronte all’affievolimento delle ragioni costitutive del processo di integrazione, di fronte all’afasia delle famiglie politiche europee, è venuto il momento, come suggeriva Tommaso Padoa-Schioppa di «dare un volto alla democrazia europea».Def
Deludente su crescita e sviluppo e, come noi diciamo da tempo, purtroppo arriva la manovra correttiva
Approda in Aula per essere votato il Def (documento di economia e finanza), perno della programmazione del governo fortemente criticato anche da Confindustria e da Rete imprese Italia. Un piano deludente con misure poco incisive che non abbattono il debito pubblico e non puntano alla crescita. Il governo ancora una volta nasconde la verità al paese e non dice che subito dopo le elezioni arriverà la manovra correttiva per tentare di raggiungere gli obiettivi del 2011 e 2012 che altrimenti sarebbero mancati e per poi arrivare a 40 miliardi di tagli e tasse al 2014: purtroppo questa è un'altra brutta notizia che noi avevamo previsto e che si sarebbe potuta evitare con adeguate misure redistributive e di stimolo all'economia. Il Piano nazionale di Riforma non dà le risposte giuste. Anzi non le dà proprio. Manca un piano energetico e la politica industriale; la riforma fiscale viene annunciata per l'ennesima volta, ma non c'e' niente di concreto. Così non si riparte e senza crescita il rientro dal debito sarà un salasso. Noi abbiamo chiesto un dibattito serio in Parlamento sul 'Piano nazionale di Riforme' e avanzato una proposta organica che si basa su tre punti cardine: una riforma fiscale che alleggerisca il peso su lavoro e impresa e lo carichi su rendita e evasione; misure contro la precarietà, rendendo più alto il costo del lavoro precario rispetto a quello stabile; politiche economiche a sostegno di alcuni settori produttivi, in pratica quelli indicati nel documento 'Industria 2015'. Come ha detto il segretario del Pd Bersani gradiremmo un cenno dal governo.
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