Newsletter n. 35/09
Lunedì 14 settembre 2009
In questo numero:
Ultimo
post: Il Pd deve attirare gli elettori o procurarsi gli
alleati?
Dal blog:
Il Pd deve attirare gli elettori o procurarsi gli
alleati?
Giovedì scorso, sul Corriere della Sera, Angelo
Panebianco, ha rimproverato al Pd la (perdurante) scarsa credibilità
della sua «offerta politica» complessiva, vale a dire, l’assenza di un
insieme di idee e di proposte in grado di convincere (almeno
potenzialmente) una parte di quegli elettori che finora si sono tenuti
alla larga dal partito.
«Di più - ha scritto Panebianco -, mi pare
che ci sia, in settori significativi del Pd, la sfiducia nella
possibilità stessa che una forte offerta politica possa essere
confezionata. Come altro si può interpretare il fatto che il gruppo
dirigente oggi non speri, per vincere di nuovo, nelle virtù e nelle
capacità proprie ma unicamente negli incidenti di percorso altrui? Non è
forse vero che, per tornare al governo, il Pd si affida solo alla
speranza di una uscita di scena di Berlusconi e della disgregazione del
centrodestra? Non è forse vero che esso ripone le proprie chances,
anziché nella capacità di attrarre elettori, in quella di attrarre
alleati? Puntare le proprie carte, piuttosto che sulle possibilità di
sfondamento nell’arena elettorale, sulle manovre nell’arena
parlamentare, significa sostituire la tattica alla strategia, sperare
che il tatticismo e le capacità manovriere possano sopperire ai ritardi
culturali e alle inadeguatezze politiche».
Panebianco ha delineato la
sostanza del confronto in corso nel partito. Oggi è infatti in
discussione la funzione e la cultura politica del Pd. Con tutte le
ambiguità, le ipocrisie e le insufficienze di una competizione che
alterna toni nuovisti, adatti a conquistare giovani e mondo del web,
insieme a contenuti piuttosto tradizionali, l’alternativa che passa il
convento (e che sembra l’ennesima conta interna tra le stesse anime che,
nel bene e nel male, abbiamo già visto all’opera negli ultimi quindici
anni) non è una finzione. Le divergenze e il contrasto di fondo sono
autentici.
Da una parte, con Franceschini, c’è chi vuole confermare
la strada imboccata con il Lingotto e l’andare «da soli», cioè
l’aspirazione a dotarsi di un progetto autonomo; l’ambizione di darsi un
profilo politico-programmatico e una leadership buona per rappresentare
la maggioranza della gente. Dall’altra, con Bersani, chi invece coltiva
l’illusione di poter contrastare il centro destra facendo il mestiere
di sempre, cioè rappresentando minoranze. E ancora, da una parte, con
Bersani c'è chi pensa che il bipolarismo della Seconda Repubblica,
imposto con le leggi elettorali maggioritarie, sia stato una sciagura e
ritiene che l'unica strategia perseguibile, per partecipare ad un futuro
governo, sia quella della creazione di un centro indipendente con il
quale il Pd possa allearsi. D’Alema non per caso vuole introdurre la
legge elettorale «alla tedesca», che significa il ritorno al
proporzionale e ai governi che si fanno e che si disfano in Parlamento.
Dall’altra, con Franceschini, c’è chi ritiene invece che questa
eventualità sarebbe una disgrazia: gli elettori non sarebbero più in
grado di scegliere e si tornerebbe ai problemi della Prima Repubblica.
Ha ragione Panebianco. Tutto il confuso discutere di alleanze ha origine nella «sfiducia», di una parte del Pd, nelle possibilità di crescita autonoma del partito (ma dove sta scritto che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere tale?). Col rischio che il congresso si concentri esclusivamente sull’individuazione del partner giusto per una nuova tattica delle alleanze politiche. Chi dobbiamo scegliere, Di Pietro o Casini? Oppure entrambi, aggiungendoci magari qualche pezzo di sinistra, se solo riuscissimo a trovare il modo di tenerli assieme.
Certo che ci vogliono le alleanze. «Ma – come sostiene Panebianco - le alleanze vengono dopo la proposta politica. E’ nella proposta politica la vera debolezza del Pd». Diciamoci la verità: la «vocazione maggioritaria» oggi in discussione non ha niente a che vedere con la pretesa di autosufficienza. Cos’è invece se non la determinazione nel pretendere da noi stessi non tutte e subito le risposte giuste, ma la cultura politica e il radicamento sociale e territoriale necessario a farci le domande giuste? «Sempre – ha scritto Enrico Morando -, anche quando sono domande che “disturbano” le minoranze che tradizionalmente rappresentiamo». Come può un lavoratore autonomo che si spacca la schiena per dodici ore al giorno pensare che il Pd lo capisca se percepisce che, per noi, il lavoro «vero» è solo quello subordinato? Perché per la scuola, la giustizia, la sicurezza spendiamo come e più degli altri grandi paesi dell’Ocse e otteniamo di meno? E sono solo esempi per dare l’idea.
Ecco il punto. Il governo non è in grado di offrire risposte efficaci. La credibilità di Berlusconi è diminuita (un po’ per gli scandali e soprattutto per la distanza tra promesse e realizzazioni), ma il Pd non riesce ad approfittarne proprio perché sembra più preoccupato di rappresentare le minoranze minacciate dagli interventi confusi del governo che di rappresentare la maggioranza degli italiani, interessata (almeno potenzialmente) ad un cambiamento ispirato ai suoi valori. Certo che, come scrive Panebianco, «costruire una offerta politica adeguata ai tempi può essere, per il Pd, una impresa faticosa, destinata anche a suscitare forti conflitti interni». Ma se il Pd resta legato alle posizioni più tradizionali della sinistra, «ripetendo fino alla noia vecchi slogan», finisce per infondere il dubbio perfino sulla sua capacità di «capire» le domande della maggioranza degli italiani.
Il Pd ha scelto le primarie e quello statuto, proprio perché identificava la sua funzione nella «vocazione maggioritaria», cioè nell’essere l’asse dello schieramento progressista; proprio perché metteva al centro quel cambiamento del Paese che le deboli coalizioni di centrosinistra erano state incapaci di realizzare. Per questo il suo segretario doveva essere scelto da tutti gli elettori di centrosinistra che vogliono partecipare e che vogliono farlo in modo trasparente. Per questo il gruppo dirigente del Pd aveva scelto di farsi giudicare dall’intera platea dei suoi elettori. Qualche mese fa, alla festa dell’Unità di Roma, D’Alema ha sostenuto che «le primarie per l’elezione del segretario sono una regola assurda, figlia di una concezione che ha portato la società civile a invadere, occupare il partito» (ANSA, Roma 5 luglio). Ma davvero i cittadini che votano alle primarie sono degli «invasori»? E’ questa la nostra preoccupazione? Sbaglierò, ma secondo me è un’altra cosa (e un’altra domanda) che ci deve assillare: il Pd rinuncia ad assumere su di sé questa funzione e ridimensiona le sue ambizioni di cambiamento del Paese?














