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Newsletter n. 34/09

Martedì 1 settembre 2009

In questo numero:
Ultimo post: Ricomincio da tre

Dal blog:
Ricomincio da tre
Il nostro è davvero uno strano paese. Nel corso dell’estate non ci siamo fatti mancare nulla (prima lo scandalo delle performance sessuali del premier, poi le battaglie della Lega e ancora le polemiche governo/chiesa e la querelle tra Il Giornale (l’house organ di casa Berlusconi) e l’Avvenire (il quotidiano della Cei, ossia dei vescovi), la guerra tra Berlusconi e Fini e le dispute sull’impiego delle frecce Tricolori a Tripoli e sulle regole d’ingaggio dei nostri soldati in Afghanistan, ecc.), eppure è toccato al governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, con il suo discorso al Meeting di Comunione e liberazione, mettere i piedi nel piatto (dicendo, in soldoni: la crisi sta finendo, ma l’Italia ne uscirà più tardi e più lenta di altri, non per colpa del governo Berlusconi ma a causa dei «suoi vecchi problemi» mai risolti, i nodi strutturali, le riforme mancate, alle quali, in questi mesi, il governo con la maggioranza parlamentare più forte della Seconda Repubblica non sta certo mettendo mano) e definire una lista di riforme incentrate sul sostegno ai disoccupati e l’investimento nella formazione degli italiani.

Certo, la Banca d’Italia continua ad esercitare quel ruolo di stimolo alle riforme che riveste ormai da molti anni nel nostro Paese, ma il compito di tracciare i contorni di un manifesto politico alternativo a quello del governo non spetterebbe all’opposizione? Il guaio è che il confronto congressuale nel Pd sembra davvero volersi ridurre a «una partita giocata tutta nella propria metà campo», ad una resa dei conti tra quelle stesse «anime» che, nel bene e nel male, abbiamo visto all’opera negli ultimi quindici anni. E credo davvero abbia ragione Andrea Romano quando osserva che quel che manca al centrosinistra italiano, per esempio nel confronto con i casi francese e britannico, è «essenzialmente un punto fermo, la piena consapevolezza dell’esaurimento di un ciclo storico e del bisogno di cercare una strada diversa. E quindi la predisposizione ad ascoltare l’Italia, prima ancora del proprio tormento interiore». 

Messe così le cose, suggerirei di ricominciare (come raccomandava Massimo Troisi nel suo film d’esordio:«ricomincio da…cioè…tre cose me so' riuscite dint'a vita, pecché aggia perdere pure chelle? Aggia ricomincià da zero? Da tre!» ) da tre articoli che vale la pena di leggere. La prima delle riflessioni estive che segnalo è quella di Romano Prodi sul Messaggero di Ferragosto («Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente»). Tra i temi di merito e di prospettiva che possono permettere un confronto serio e (perfino) animare un congresso che si svolge in un contesto segnato dall’insuccesso della sinistra italiana e europea, Prodi ha tirato fuori forse quello più importante. Come mai, si è chiesto Romano Prodi, la sinistra perde proprio nel corso della crisi del capitalismo più grave dopo quella degli anni Trenta del secolo scorso? Dico subito che non trovo convincenti la spiegazione offerta da Prodi di questo «paradosso» e la sua critica della Terza Via, ma non c’è dubbio che il tema meriterebbe di essere al centro del dibattito congressuale, e magari irrobustito da proposte adatte alla situazione italiana.

Da non perdere poi, per gli spunti che offre, il testo integrale del discorso (http://www.openleft.co.uk/2009/08/19/spreading-power/) che James Purnell (deputato laburista ed ex ministro del lavoro di Brown) ha pronunciato al seminario sullo stato del movimento progressista ospitato da Michelle Bachelet a Santiago del Cile il 17 agosto scorso, di cui Europa ha pubblicato il 27 agosto ampi stralici («La politica che sa emozionare»).

Aggiungo una considerazione. «Per vincere – ha scritto Prodi – i riformisti devono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario». Si tratta, ha detto con altre parole Purnell, di «convincere gli elettori che lo Stato può proteggerli». Ma in Italia non è forse questo il problema?  Non è un mistero per nessuno che nel nostro Paese la limitatissima fiducia nello Stato e nelle istituzioni si è ulteriormente ridotta e che oggi è proprio lo Stato - cioè, la gravissima crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico-istituzionale - il nostro «peggior problema». Senza contare che la dirompente sfiducia nello Stato ne investe ormai ogni livello territoriale e non viene più surrogata dalla fede in un superiore destino europeo. Per capirci, quello che più sorprende un italiano che legga il rapporto Attali è il costante ricorso a misure che implicano un intervento delle amministrazioni pubbliche o a misure legislative che stabiliscono sanzioni e incentivi per cittadini e imprese. Il presupposto è infatti che l’intervento delle pubbliche amministrazioni ci sarà e sarà efficace e che le misure legislative incideranno effettivamente sul comportamento dei cittadini e delle imprese. Ma non è proprio questa la premessa che in Italia non può essere data per scontata? Perché il nostro è un paese in cui la legge in generale è poco osservata, le amministrazioni pubbliche sono mediamente poco efficienti e lo Stato, in alcune regioni, non riesce ad assolvere nemmeno al primo dei suoi compiti, quello di essere l’unico titolare della violenza sul territorio. Come se non bastasse, in Italia gli effetti redistributivi dell'intervento pubblico sono molto deboli. Mentre in Spagna, nei paesi del Nord e in Olanda, dopo l'intervento pubblico i redditi sono molto meno concentrati, in Italia il livello di concentrazione diminuisce di pochissimo. E, quel che è più grave, la nostra posizione in graduatoria dei 15 paesi Ue è migliore prima dell'intervento pubblico (10ª posizione), che dopo (14ª). Per le forze di centrosinistra, si tratta di un dato drammatico. Il centrosinistra, si sa, giustifica l'intervento dello Stato proprio in nome dell'aiuto a chi è «lasciato indietro» dal mercato. Lo Stato è infatti chiamato a correggere e integrare il mercato quando questo non funziona o produce risultati ingiusti, ma lo Stato è così poco efficace che - a paragone con gli altri paesi Ue - peggiora il risultato di «eguaglianza» ottenuto dal mercato. Per questo il progetto del Pd deve cambiare profondamente qualità e quantità dell'intervento statale per renderlo capace di aiutare davvero i più poveri; e deve chiamare di più il mercato a risolvere i problemi sociali. E’ venuto, insomma (e da un pezzo), il momento per uno sforzo grande di riforma dello Stato. E bisogna cogliere l’occasione della crisi per un atto di coraggio culturale e politico. Perché quel di cui abbiamo bisogno non ha niente a che vedere con la riedizione di quel mix tra sindacalismo e assistenzialismo che ha avuto i ben noti e devastanti effetti sulla capacità di governo del centrosinistra. E anche perché, come sostiene James Purnell, dobbiamo avere «un concetto più avanzato di uguaglianza». E «dovremmo concentrarci sulla capacità della gente di raggiungere i propri obiettivi nella vita. E questo significa dare loro potere, così che nessuno potrà impedire loro di raggiungerli – né un’eccessiva burocrazia, né un mercato iniquo». «Questa –prosegue Purnell – può essere una grande causa. Diffondere il potere, che sia attraverso radicali esercizi di democrazia, la riforma dell’istruzione o l’abolizione della povertà infantile, così che tutti abbiano la loro chance nella propria vita. Diffondere il potere per riformare il capitalismo. La gente vuole sentire di poter essere in controllo del proprio destino. Vogliono essere protetti dalle peggiori conseguenze della globalizzazione. Ma vogliono anche avere la possibilità di raggiungere i propri obiettivi. Ecco perché dobbiamo dar loro potere, dobbiamo restituire loro il controllo sul proprio destino».

Per cominciare, non sarebbe male riconoscere che Berlusconi non è una anomalia, una parentesi, un incidente di percorso. Su questo punto importante si è soffermato Franco Debenedetti il 27 agosto scorso sul Riformista in un articolo dal titolo «Quando il Pd capirà che il Cav. non è una anomalia». «Ricordo - scrive Debenedetti – la campagna elettorale del’94: parlavamo di partito di plastica, dell’imprenditore, anzi impresario, che entra in politica per salvare le sue tv, e non coglievamo la novità del suo irrompere nelle sclerotiche giaculatorie di un Paese iperstatalista dominato dai grandi collettivi (Partito, Stato, Corporazione), della sua proposta di «una via individualista alla felicità» (…) Oggi un po’ per gli scandali, assai più per la distanza tra promesse e realizzazione, la sua credibilità è diminuita: l’odierno Berlusconi «situazionista» fatica a coprire con una politica degli annunci il suo sostanziale immobilismo. Ma non è cresciuta per nulla la credibilità della sinistra: avrebbe dovuto procedere a una revisione radicale dei propri fondamenti ideologici, e invece è stata timida, lenta, contraddittoria. Lo è stata nel suo nucleo centrale, quello degli eredi del Pci e della sinistra Dc: le voci di Prodi, di Visco, di Veltroni, volevano solo rassicurare che la parentesi era chiusa, e che l’anomalia era rientrata. Non si accorgevano che così finivano per proporre la continuità ad un Paese che voleva cambiamenti». Non sta scritto da nessuna parte che debba continuare così. Riporto di seguito i tre articoli. Buona lettura.

«Riformisti, il coraggio di parlare controcorrente»
Il Messaggero, 14 agosto 2009

Il dibattito sulla crisi del riformismo in Europa ha tenuto banco per qualche settimana dopo le elezioni europee. Poi è sparito nel nulla senza aver prodotto alcun apparente risultato. Lontano dalle polemiche elettorali e favoriti dalla quiete estiva conviene ritornare sull’argomento. Che i partiti riformisti siano in profonda crisi non è contestabile: il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti.

Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan- Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti. Con un pizzico di esagerazione, ma anche per esaltare il ruolo italiano in questo processo, si era arrivati perfino a parlare di “ulivo mondiale“.

La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore.

Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale. Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento. Durante il momento più acuto della presente crisi abbiamo assistito a una breve fase di sdegno nei confronti della remunerazione di alcuni dirigenti, ma poi tutto è stato dimenticato. Come se vivessimo in una società immutabile, come se la realtà esistente e le convinzioni dell’opinione pubblica fossero così forti da non essere riformabili. Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti.

A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli “estremisti” del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel. Per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti su tutti i temi elencati in precedenza. Ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito. Approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita. Rinnovando il funzionamento del sistema scolastico, della ricerca scientifica e del sistema sanitario. Ripensando al grande processo di superamento del nuovo nazionalismo politico ed economico con una forte adesione agli obiettivi di coesione europea e di solidarietà internazionale. Non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi. Non accontentandosi di mostrare un giorno la faccia feroce e il giorno dopo un viso sorridente verso gli immigrati, ma preparando una organica politica di legalità ed accoglienza.

Mi rendo conto che tutto ciò significa avere il coraggio di scontentare molti e aver la forza di scomporre e ricomporre il proprio elettorato. Mi rendo conto che nessun politico affronta a cuor leggero questa azione di scomposizione e ricomposizione, ma mi rendo anche conto che la crisi economica sta cambiando percezioni e mentalità. Essa rende più accettabili le proposte innovative e coraggiose che il centro-sinistra deve elaborare per essere ritenuto in grado di governare la nostra società. Un compito difficile, tutto in salita e, in una prima fase, addirittura contro corrente. Tuttavia chi non è capace di nuotare contro corrente non sarà mai in grado di risalire un fiume. Romano Prodi

La politica che sa emozionare
Europa, 25 agosto 2009


In tutta Europa i partiti di centro sinistra stanno soffrendo, sia stando al governo che all’opposizione. Com’è accaduto? Penso ci siano tre ragioni principali.
Innanzitutto, i partiti socialdemocratici in Europa sono bloccati da una manovra a tenaglia. Stiamo perdendo il voto della classi lavoratrici, che va verso i partiti di destra, e quello eticamente impegnato, che va verso i verdi, o i “terzi partiti”. In questi tempi duri, il cuore del nostro elettorato ha subìto il fascino dei messaggi più chiari ed emotivi della destra, su temi come criminalità e immigrazione. Ma quando poi i partiti di centrosinistra si mettono a usare lo stesso linguaggio di quelli di destra sull’immigrazione, allora perdiamo quei voti della nostra coalizione che su quei temi tendono a esser più liberal. In secondo luogo i partiti della destra hanno avuto successo nell’impadronirsi del nostro linguaggio sulle questioni della tutela sociale e della riforma del capitalismo. Dove la sinistra è sembrata più cauta nell’insistere sulle regole, o sui banchieri, la destra – a partire, evidentemente, da Nicolas Sarkozy – si è espressa con voce più chiara. Terzo, non siamo riusciti a spiegare cosa succederà dopo il credit crunch. I nostri elettori sono stati ben lieti di sapere che siamo apparentemente riusciti a impedire alla recessione di trasformarsi in depressione. Ma sono anche impauriti dai debiti che abbiamo contratto – e nel Regno Unito i conservatori sono riusciti a confondere il debito accumulato nel rispondere al credit crunch coi livelli di debito che esistevano già prima che ci colpisse.
Che cosa deve fare il centrosinistra? Tre cose. Primo, riscoprire le emozioni della politica. Secondo, convincere le classi lavoratrici che lo stato può proteggerle. Terzo, tornare a convincere gli elettori che siamo un partito improntato all’etica, che crede nel combattere per le cause difficili. Lasciate che approfondisca su questi punti.
Innanzitutto, la riscoperta delle emozioni nella politica. Nel Regno Unito i politici laburisti tendono a trattare la politica come un seminario. Formuliamo le nostre statistiche vincenti, affiniamo le nostre posizioni politiche, e ripetiamo costantemente alla gente che noi abbiamo ragione, e loro torto. Fin troppo spesso finiamo per adoperare parole in cui non crediamo per assecondare gli elettori su temi sui quali temiamo non siano d’accordo con noi. E ovviamente finiamo per incartarci. Da noi questi sintomi sono visibili quando si parla di immigrazione. In altri paesi succede quando si parla di liberismo o dell’ingresso della Turchia nell’Ue. Ora, la risposta non la si trova ricorrendo a parole toccanti. La risposta è avere il coraggio, come una volta ha detto Tony Blair, di dire ciò che si crede e di credere in ciò che si dice. Se crediamo in ciò che diciamo, il linguaggio verrà di conseguenza. E oggi l’opinione pubblica è abbastanza sofisticata da capire che non potrà essere sempre d’accordo su tutto – anzi, da rispettare coloro che hanno il coraggio di fare scelte difficili e complicate, come quelle che Barack Obama ha ripetutamente compiuto.
In secondo luogo, convincere gli elettori che lo stato può proteggerli. Ritengo che tanti elettori in Europa abbiano rinunciato a una democrazia sociale perché negli ultimi dieci anni ci hanno sentito cantare le lodi della globalizzazione, senza peraltro sentirci ammetterne le difficoltà: il fatto è che abbiamo usato la globalizzazione solo per spiegare come mai alcune problemi non potessero essere risolti – perché i posti di lavoro non potevano essere protetti, o i salari aumentati. Abbiamo bisogno di rimpiazzare le argomentazioni negative sulla globalizzazione – il ritornello del «non possiamo farci niente» – con argomentazioni positive. Ossia sostenendo che la globalizzazione non è una forza della natura.
È un fenomeno concepito dal’uomo che, sulla base delle opportunità che ci offre, è una cosa buona. Ma abbiamo bisogno di ammettere che sposta il peso del rischio, soprattutto per la gente normale. E abbiamo bisogno di affrontare quel rischio. Invece di affrontare un dibattito sull’immigrazione che non possiamo vincere, dobbiamo intraprenderne uno sui posti di lavoro, che invece possiamo vincere. Il che significa tornare a dimostrare che uno stato sociale può proteggere la gente.
Ma abbiamo altresì bisogno di dimostrare che la politica di centrosinistra è ancora in grado di ottenere dei grandi cambiamenti, che siamo ancora dei partiti che credono nelle grandi cause, e non solo nelle migliori politiche. Per gran parte del ventesimo secolo alla gente piaceva il Partito laburista, e piacevano i nostri valori, ma erano preoccupati dalla nostra competenza. Fino al tempo del New Labour, temevano in particolare che non fossimo in grado di mandare avanti l’economia. La strategia elettorale del ’97 può essere sintetizzata in questo modo: incassare la scelta dei nostri valori da parte della gente, pur rassicurandola che non rappresentavamo un rischio. Dodici anni dopo la gente non teme più che il Labour sia contrario al mercato. Ma abbiamo liquidato un bel po’ di quella buona volontà che avevamo in cassa sul tema dei valori. La guerra in Iraq è stata, chiaramente, il tema più difficile per noi. Ma è successo anche in tanti altri piccoli momenti. Il che è inevitabile al governo, dove ogni qual volta prendi una decisione finisci per offendere qualcuno. Ma eravamo così preoccupati dal rassicurare la gente, io credo, che a volte abbiamo dimenticato di entusiasmarla .
Guardando indietro agli ultimi dodici anni, infatti, la gente ci dà più credito per i temi sui quali si sono combattute le battaglie più dure – la creazione dello stipendio minimo, il matrimonio omosessuale e la riforma della sanità e dell’istruzione. Lasciatemi esser chiaro: ritengo che abbiamo seguito un sentiero etico e di centro-sinistra.
Ma troppe volte lo abbiamo nascosto – e una delle altre cose che possiamo imparare dall’amministrazione Obama è proprio quella prontezza a lottare per ciò che è giusto, ad abbracciare le grandi cause. Quale dovrebbe essere quella causa? Per me, si tratta del potere.
Il libro più diffuso nelle ventiquattr’ore dei politici, quest’anno, è l’Idea della giustizia di Amartya Sen. Questo libro stupendo mostra alla destra che la libertà dall’interferenza non basta – che la gente deve avere il potere di raggiungere i propri obiettivi, oltre che di sceglierli. Ma mostra anche alla sinistra che dobbiamo avere un concetto più ambizioso di uguaglianza.Che dovremmo concentrarci sulla capacità della gente di raggiungere i propri obiettivi nella vita. E questo significa dare loro potere, così che nessuno potrà impedire loro di raggiungerli – né un’eccessiva burocrazia, né un mercato iniquo. Questa può essere una grande causa. Diffondere il potere, che sia attraverso radicali esercizi di democrazia, la riforma dell’istruzione o l’abolizione della povertà infantile, così che tutti abbiano la loro chance nella propria vita. Diffondere il potere per riformare il capitalismo.
La gente vuole sentire di poter essere in controllo del proprio destino. Vogliono essere protetti dalle peggiori conseguenze della globalizzazione. Ma vogliono anche avere la possibilità di raggiungere i propri obiettivi. Ecco perché dobbiamo dar loro il potere, dobbiamo restituire loro il controllo sul proprio destino. Stralci del discorso pronunciato da James Purnell, deputato laburista ed ex ministro del lavoro di Brown, al seminario sullo stato del movimento progressista ospitato da Michelle Bachelet a Santiago del Cile il 17 agosto scorso (traduzione di Stefano Pitrelli). James Purnell

Quando il PD capirà che il Cav. non è un'anomalia
Il Riformista, 27 agosto 2009

di Franco Debenedetti

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