editoriale di Alessandro Maran
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| Comunicazioni del Governo sulla situazione politica generale |
| Resoconto stenografico dell'Assemblea - Seduta n. 375 di mercoledì 29 settembre 2010 |
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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Presidente del Consiglio, lei potrà, forse, raccogliere i voti necessari per tirare avanti con una maggioranza risicata, ma il suo Governo è giunto al capolinea e la sua leadership è al tramonto. Lei che, tra i primi, ha compreso che la politica contemporanea è una campagna elettorale permanente potrà, forse, conservare la sua popolarità, anche perché il suo controllo dei mezzi di comunicazione non ha precedenti in una grande democrazia, ma non è su un nuovo effetto annuncio che potrà recuperare credibilità e, tanto meno, sperare ed illudere gli italiani che farà adesso le riforme che non è riuscito a fare dal 1994. Il suo problema non è, soltanto, quello di ripristinare la compattezza della sua maggioranza, ma anche quello di spiegare perché - anche quando è unita - essa non riesce a realizzare nemmeno una delle grandi riforme, mille volte promesse e altrettante volte rinviate e contraddette. Lei - che ha dedicato buona parte della sua carriera a dimostrare che quel che conta è l'apparenza e non la realtà e che è possibile sostenere che processi penali ben documentati siano, soltanto, montature politiche, create dagli avversari - questa volta troverà difficile convincere gli elettori del fatto che stanno bene, mentre, in realtà, non è così e gli italiani faticano a tirare avanti. Se ci si basa su puri dati statistici, i Governi da lei presieduti sono stati un totale fallimento. Nei primi anni Novanta, l'economia italiana superò, per un breve periodo, quella inglese, piazzandosi al quinto posto nella classifica mondiale. Sedici anni dopo la sua discesa in campo, l'economia del Paese è del 20 per cento inferiore a quella del Regno Unito. Dieci anni fa, eravamo intorno ai livelli della Germania per prodotto pro capite e produttività del lavoro, ora, invece, registriamo un arretramento di circa 10 punti, sia rispetto alla Germania, che rispetto all'area dell'euro. Ovviamente, le ragioni del declino dell'Italia sono numerose e complesse. L'Italia è stata colpita più duramente di altri Paesi europei dai cambiamenti strutturali dell'economia mondiale. Il punto, tuttavia, è che l'Italia ha fatto poco o nulla per prepararsi al futuro. La Spagna ha avuto un incremento del 700 per cento della popolazione universitaria dopo la metà degli anni Settanta e oggi il 29 per 100 della sua popolazione adulta è laureata, mentre l'Italia è rimasta al palo, con un 12,9 per cento. La paralisi e la stagnazione del Paese hanno ovviamente molti padri, ma nessun singolo individuo ha responsabilità più grandi delle sue, onorevole Berlusconi. La sua colpa più grande non è quella di avere reso l'Italia meno democratica, ma di non aver mantenuto nessuna delle sue migliori promesse: più liberalizzazioni, più meritocrazia, più crescita, meno tasse, meno sprechi, meno burocrazia. In tanti anni non abbiamo visto realizzare nessuna di queste cose. Eppure la promessa di una rivoluzione liberale risale al 1994. Nel 2013, quando torneremo a votare, se la sua maggioranza non si squaglierà prima, saranno passati vent'anni, tanti quanti ne durò il fascismo, di cui gli ultimi dodici anni quasi interamente sotto la sua stella. Lei ha lasciato intendere in più occasioni che non avrebbe fatto le riforme perché la Costituzione, così com'è, non gliel'avrebbe consentito e che solo disponendo di maggiori poteri le sarebbe possibile farlo. La Repubblica presidenziale nel mondo delle democrazie occidentali è un sistema di Governo tanto democratico e liberale quanto quello parlamentare. Ne sono un esempio gli Stati Uniti e la Francia, ma il punto non è questo. Ma per fare le riforme, bisogna chiederci. Non sarà la Repubblica presidenziale a dargliene la forza (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico), se quella forza lei non ce l'ha o non può tirarla fuori per ragioni di convivenza con le molte lobby nel Paese e all'interno del suo partito. La missione centrale del suo Governo non era quella di introdurre nel Paese dosi massicce di meritocrazia, responsabilità ed equità? Eppure, nell'università i tagli sono stati lineari, senza alcun riguardo alle enormi differenze di efficienza tra i diversi atenei e le diverse facoltà. Eppure, nella scuola la promessa di destinare il 30 per cento delle risorse risparmiate con i tagli della prima manovra - era il 2008 - ad un premio per gli insegnanti più meritevoli è stata sospesa, per non parlare dei ripiani, più o meno parziali, dei debiti degli enti locali, che hanno visto via via graziate Catania, Palermo e Roma. O ancora della dilazione del pagamento delle multe per le quote latte: un favore, onorevole Bragantini, ad un manipolo di allevatori del nord, che mortifica tutti i produttori onesti (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) che hanno rispettato le quote. La verità è che il suo Governo è debole, ogni giorno che passa è più debole, così debole che ogni trovata della Lega, dalla difesa delle province alla tutela corporativa degli allevatori è in grado di condizionarne la politica economica. È così debole che non riesce a introdurre tagli selettivi nelle università, nelle regioni e negli enti locali; così debole da ricorrere ad un'incerta campagna acquisti dopo aver preso però in considerazione sia l'ipotesi di allargare la maggioranza all'Unione di Centro, sia l'ipotesi di riportare il Paese al voto, nonostante una maggioranza parlamentare senza precedenti. La triste parabola del suo Governo si è incaricata di chiarire se lei passerà alla storia per quello che ha fatto o per quello che non ha fatto. La verità è che lei ha promesso mari e monti, ma fin qui di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi. Faccio un solo esempio, quello della giustizia. Il punto che interessa più da vicino i cittadini è la cattiva qualità del servizio. I dati sull'eccessiva durata dei procedimenti giudiziari sono ormai stranoti e non è vero che in Italia si spende troppo poco per la giustizia, anche se questo non vuol dire che si spenda sempre bene. Ma la sua maggioranza di Governo non ha mai affrontato seriamente il problema della riforma della giustizia. Quando lo ha fatto, lo ha fatto con un occhio di riguardo alle sue posizioni personali e in ogni modo con proposte difficilmente realizzabili, che tradiscono una sostanziale ignoranza delle reali esigenze del nostro sistema giudiziario. Il più delle volte le riforme sono state citate come possibili ritorsioni verso decisioni non gradite, poi abbandonate appena passato il pericolo, o hanno consistito in misure molto limitate intese unicamente a risolvere i suoi guai. al punto che è lecito il sospetto che lei non sia veramente interessato ad una riforma della giustizia, ma che voglia sfruttarne le disfunzioni per alimentare il suo vittimismo davanti all'opinione pubblica. Lei, onorevole Berlusconi, ha imboccato la strada dello status quo e l'Italia è impantanata nel conservatorismo sociale e istituzionale. Ma l'immobilismo costa, perché non produce, ma consuma ricchezza. Non è il suo Governo a scrivere lo spartito, ma sono i costi dello status quo. Il Paese ha bisogno di cambiare, ma gli italiani devono ormai prendere atto con stanchezza che le sue grandi promesse sono annegate in un mare di chiacchiere, nei gorghi delle rappresaglie, dei colpi bassi, dei massacri mediatici, che non ispirano ottimismo e fiducia, ma che rivelano e diffondono cinismo. C'è mai stato nella nostra storia un Governo che ha messo così regolarmente e sistematicamente se stesso, i suoi interessi e gli interessi del suo Presidente prima di quelli degli italiani. Che fine ha fatto la grande promessa di sburocratizzare con lo sportello unico per le imprese o la riduzione fiscale con tanto di taglio dell'IRAP? Che fine ha fatto la legge anti corruzione che sulla spinta di «Criccopoli» sembrava essersi imposta come priorità nazionale? Si è arenata perfino la legge sugli indennizzi alle imprese italiane, espropriate dal regime libico del colonnello Gheddafi, suo amico, onorevole Berlusconi. Il berlusconismo non denota l'esistenza di una filosofia politica, ma la sua assenza. Conta solo una cosa per lei: tenere assieme il suo Governo e il suo partito, mentre l'Italia va a rotoli. Noi vogliamo conquistare quelle parti di elettorato che hanno creduto alla promessa di un miracolo italiano facendo proprie le loro istanze, facendo proprie, cioè, sulla base dei nostri valori, quelle domande e quelle aspirazioni sul fisco, sulla giustizia, sulle libertà economiche, che esse esprimono e che lei lascia ancora insoddisfatte. Diciamo loro, ai dipendenti, agli imprenditori, agli agricoltori, ai professionisti, ai commercianti, che siamo dalla stessa parte, siamo nella stessa squadra. L'Italia merita di meglio, può fare di meglio, può essere meglio di così. Noi siamo fiduciosi: costruire una democrazia capace di decidere, onesta, in grado di gestire servizi pubblici efficienti, provvedere a un sistema giudiziario ben funzionante è possibile, e lavoreremo affinché, con noi, si impegnino altre forze sociali e politiche in numero e qualità sufficienti ad imprimere la svolta di cui il Paese ha bisogno. I giorni del suo Governo sono finiti, onorevole Berlusconi. Non le sono mancate le soddisfazioni e altre non le mancheranno in futuro, ma cambiare l'Italia non fa per lei. Ne prenda atto e giriamo finalmente pagina.
(Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico - Congratulazioni).
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crisi di governo
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Berlusconi fallisce il suo obiettivo, adesso ci sarà da ballare
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Il governo ha incassato una fiducia dimezzata: la fiducia del cerino l'ha ribattezzata Pierluigi Bersani riassumendo in questo modo una crisi di cui nessun protagonista ha avuto il coraggio di prendersi la paternità. I 342 voti favorevoli ottenuti mercoledì impongono adesso al governo di tradurre in atti concreti le 5 priorità della propria iniziativa, ma non permettono a Berlusconi di avere l'autosufficienza politica. L'esito del voto attesta che il gruppo dei 'finiani' e quello dell'Mpa sono ormai determinanti per ogni singolo passaggio parlamentare. E si prevede un gran ballare. Basti pensare che anche per l'approvazione del discorso di Berlusconi, il governo è dovuto ricorrere alla fiducia a causa di una litigiosità talmente profonda che ha portato i 4 gruppi di maggioranza a presentare 4 risoluzioni distinte per dire esattamente la stessa cosa. Vedremo allora cosa succederà quando in discussione vi saranno quei provvedimenti su cui le differenze appaiono insanabili: dal mezzogiorno alla giustizia, dalla cittadinanza alla legge elettorale. Obiettivo fallito dunque e a pagarne le spese saranno i cittadini (tutti benestanti per il presidente del consiglio!) che si trovano nelle mani di un governo goffo e incapace di prendere decisioni che pur di restare attaccato alla poltrona ha messo in atto una scandalosa compravendita di parlamentari.
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