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Newsletter n. 28/10

7 agosto 2010

La nostra mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo
Non può rimanere al suo posto, la maggioranza non c'è più

La Camera ha respinto la mozione che avevamo presentato per chiedere le dimissioni di Giacomo Caliendo, sottosegretario alla Giustizia, coinvolto nella vicenda della P3. Nonostante l'esito del voto, è venuta alla luce la crisi politica della destra. Alla Camera non esiste più la maggioranza che ha vinto le elezioni nel 2008 dal momento che i deputati che hanno votato contro le dimissioni di Caliendo sono stati 299, quando la maggioranza dell'assemblea è di 316. Solo i voti di astensione hanno permesso al governo di non essere messo in minoranza. Durante gli interventi in aula abbiamo espresso le nostre motivazioni per la richiesta di dimissioni di Caliendo. Per noi non può mantenere un incarico di governo una persona sulla quale ci sono sospetti che abbia fatto pressioni sulla Corte costituzionale per condizionarne le sentenze o sul Csm per influenzare le nomine di magistrati. Abbiamo fatto una battaglia a favore dell'etica pubblica e in difesa dello Stato di diritto e non perché siamo mossi da uno sterile giustizialismo. Abbiamo, infatti, presentato la mozione prima che il sottosegretario venisse indagato. In altri paesi europei per vicende molto meno gravi, esponenti di governi, anche conservatori, si sono dimessi (vedi speciale). Il governo Berlusconi è a fine corsa.


 

Dal 25 luglio all'8 settembre? di Alessandro Maran

«Neanche il democratico più ottimista – ha scritto ieri Europa – avrebbe sperato, due anni fa, di ritrovarsi oggi a contemplare lo squagliamento dello schieramento avversario che aveva stravinto». Vero. Tuttavia, non sappiamo se la leadership di Silvio Berlusconi sia davvero prossima al tramonto. Non sappiamo neppure se Berlusconi si farà da parte e si arriverà a un governo di transizione: c’è da dubitare che il Cavaliere abbia davvero intenzione di mollare; è più probabile che cercherà di arrivare al voto anticipato e di farsi eleggere al Quirinale.

Cosa sappiamo, allora?

Sappiamo che cambiare il sistema di voto (ogni ipotesi di governo di transizione in circolazione ha al suo centro la riforma della legge elettorale) non è così semplice. E’ certo facile criticare il sistema elettorale in vigore (la «porcata» di Calderoli), ma è molto più complicato proporre un nuovo sistema elettorale in grado di raccogliere un consenso sufficiente. E non è un mistero per nessuno che anche nel Pd c’è chi ritiene debba essere consentito di scegliere i propri rappresentanti e chi pone la condizione di non manomettere il diritto degli elettori a scegliere il governo.
Sappiamo che il ritorno al proporzionale e ad un sistema che non sarebbe più bipolare, significherebbe, per il Pd, abbandonare l’ambizione di esercitare una funzione centrale. Ma il bipolarismo è la ragione stessa dell’esistenza del Pd: l’idea di aggregare e fondere esperienze, tradizioni e culture politiche diverse in un unico partito ha senso solo nella logica  del bipolarismo.
Sappiamo che la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena del Caimano. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. Con il berlusconismo dovremo fare i conti; e all’opposizione di oggi serve un nuovo «corso sugli avversari», cioè uno sforzo di analisi paragonabile a quello che, in tutt’altra e ben più grave circostanza storica , richiesero i conti con il fascismo.
Sappiamo anche che il problema del Pd rimane quello di costruire un’alternativa credibile: questo governo si sta via via sfaldando senza però che i consensi per il centrosinistra aumentino.
Sappiamo inoltre che, per conquistare la credibilità necessaria per costruire (ovviamente, con le necessarie alleanze) una alternativa di governo, il Pd deve definire la propria identità e la propria cultura politica. «E - scrive Claudia Mancina - proprio perché non ha ancora completato il suo processo di conversione a un liberalismo sociale, il Pd avrebbe bisogno di una riflessione ancora più vasta e profonda su cosa significa oggi essere di (centro)sinistra».
Sappiamo, infine, che per capire davvero dove andare, dobbiamo sforzarci di capire dove va il mondo. Si è detto che, alla fine di questa crisi (inedita, indomabile e globale), nulla sarà come prima; ma già adesso nulla è come nel passato.
Con il no alla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Caliendo, la Camera dei Deputati ha iniziato la pausa estiva dei lavori. Approfittiamone per rifletterci su. La vera partita comincerà in autunno.

 P.S.: Sappiamo anche che la crisi politica della destra ha ragioni profonde. Non per caso Europa mercoledì scorso ha aperto con un pezzo sul terzo polo intitolato "Il vero patto dei quattro è contro il federalismo di Bossi". Ragioni che, come sostiene Mario Barbi, "attengono alle contraddizioni generate dalla crisi economica e finanziaria e dalle tensioni sociali e territoriali che ne dervano e che sono acuite dalle misure dure, ancorchè frammentarie e indiscriminate, resesi necessarie per arginare le emergenze del debito e della spesa pubblica. Se la maggioranza di destra si sfasciasse in modo palese in Parlamento significherebbe che la destra ha fallito la prova di governo". Partiamo da qui.

i temi della settimana

Tirrenia
No al decreto, nostre perplessità confermate dal fallimento della gara

Abbiamo votato contro questo decreto perché riteniamo che il percorso di privatizzazione abbia avuto tempi troppo lunghi e poco trasparenti: la scelta di tenere insieme Tirrennia e Siremar è stata un peso eccessivo per i potenziali clienti che avrebbero potuto fare offerte più vantaggiose se le due strutture si fossero presentate separatamente e inoltre si è passati da una società pubblica a una parapubblica in cui la Regione Sicilia sarà l'azionista di maggioranza relativa. A confermare le nostre perplessità è stato il fallimento della gara; la Regione Sicilia infatti non si è presentata alla firma del contratto. Abbiamo chiesto quindi al Governo di riferire immediatamente al Parlamento dell'inspiegabile mancata privatizzazione di Tirrenia iniziata male e finita, purtroppo, peggio.


energia
Occasione mancata per affrontare nodi importanti

Il decreto sull'energia approvato alla Camera è un'occasione persa per intervenire efficacemente su una materia particolarmente delicata. Per questo abbiamo votato contro. Nel provvedimento approvato c'è uno squilibrio a favore del potere centrale a scapito delle autonomie locali. E questo non va bene, non solo per motivi giuridici e di legislazione concorrente tra governo centrale e Enti locali, ma anche perché alle autonomie locali non devono essere imposte dall'alto le opere ma devono poter diventare protagoniste di ciò che le riguarda. Nel decreto manca poi un disegno complessivo sull'energia, materia sulla quale continua a pesare l'assenza ormai da più di tre mesi del ministero allo Sviluppo economico. Assenza grave per quanto riguarda la materia dell'energia ma altrettanto grave anche per quello che riguarda la politica industriale in un momento di crisi economica come questo.

  video della settimana

 
 

     Tutte le interrogazioni e le interpellanze presentate

 
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