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Newsletter n. 26/10

24 luglio 2010

DOSSIER MANOVRA ECONOMICA 2010

Equità e sviluppo assenti nella finanziaria
Le nostre proposte per un manovra alternativa

Le proposte di modifica avanzate dal gruppo del Pd sono la base di una vera e propria manovra alternativa e, anche se il governo ha incredibilmente annunciato il voto di fiducia con settimane di anticipo, abbiamo continuato su queste la nostra battaglia in commissione Bilancio. Equità e sviluppo sono i cardini delle nostre proposte e toccano questioni molto concrete come la rateizzazione delle tasse per gli abruzzesi colpiti dal terremoto, la riduzione dei tagli per gli enti locali, l'aumento degli assegni familiari e delle detrazioni per i figli, solo per fare alcuni esempi. Nei link dello speciale potrete trovare i dettagli. Proprio sui temi della famiglia dobbiamo però ricordare che abbiamo sfiorato una clamorosa vittoria in commissione che avrebbe riaperto i giochi della manovra. Siamo stati battuti infatti solo per un voto su un nostro emendamento. Stavolta però a causare la sconfitta sono state le assenze fra i banchi dell'opposizione dei componenti dell'Italia dei Valori.

 

Cercando un altro welfare

di Alessandro Maran

Nei giorni scorsi, a Bagni di Val Masino, nell’ambito di un convegno organizzato da Libertà Eguale, ho introdotto il dibattito «Democratici e progressisti nel mondo e in Europa di fronte alle grandi sfide del cambiamento » con una lunga relazione, come si conviene a incontri nei quali si cerca di mettere meglio a fuoco o addirittura di «produrre» quell’idea generale nuova che è la ragione della nascita del Pd.
Provo a soffermarmi su uno dei tanti punti che ho toccato, tentando di superare, con un esempio concreto, la domanda che ci divide nelle risposte: siamo o non siamo socialdemocratici? La nomina di Massimo D’Alema a presidente della Fondazione europea progressista (Feps) ha scatenato una disputa che continuerà a far brontolare ancora a lungo la costola cattolica del Pd. Anche questa volta però la socialdemocrazia è (per dirla con Giuseppe Berta) una «metafora»: in assenza di qualunque autentica distinzione sui contenuti concreti delle politiche da realizzare, rifiutare di diventare socialdemocratici ha solo il significato di esprimere contrarietà ad accettare una leadership e una forma politica derivate dalla storia del Pci-Pds-Ds (la cui cultura era peraltro lontanissima da quella della socialdemocrazia). Ma la crisi di strategie e di idee che attraversa i partiti socialisti e socialdemocratici è esattamente la stessa che attraversa il partito di centrosinistra italiano; e difficilmente il Pd potrà trovare la sua strada isolandosi dai partiti che oggi sono in tutta Europa, partiti di centrosinistra, come il Pd. Il problema, semmai, per loro come per noi, sono le politiche. «E da questo punto di vista, la difficoltà è comune – ha scritto Claudia Mancina – comune è la ricerca, e le soluzioni, se ci saranno, saranno probabilmente abbastanza simili. A meno che non vogliamo rinchiuderci in una dimensione nazionale, una cosa palesemente assurda di questi tempi».
Vengo a un esempio. Si è detto da più parti che la funzione storica della socialdemocrazia sta proprio nella difesa e nello sviluppo del sistema del welfare, anche attraverso nuove forme istituzionali. Non sottovaluto l’apporto delle formazioni cristiane europee alla costruzione del welfare, sia chiaro. In Italia però per decenni abbiamo chiamato il nostro sistema sociale lo «Stato assistenziale». Era una definizione più corretta, perché distingueva l’originale versione democristiana dai sistemi edificati dalle socialdemocrazie europee. Poi (forse per colpa dei giornali) abbiamo cominciato a chiamarlo welfare. Ma il welfare in Italia non esiste. Non è Lord Beveridge il padre dello stato assistenziale all’italiana. «Il nostro modello – ha scritto Antonio Polito – è piuttosto figlio della cultura del mutuo soccorso, di origine sindacale e del solidarismo cattolico, il cui peso piano piano è stato trasferito sulle spalle dello stato. Il soggetto di questa assistenza non è il singolo, il cittadino individuato nella sua neutralità come avviene in Inghilterra, ma la sua appartenenza ad un gruppo sociale protetto, ad una associazione, una gilda, una corporazione». Il sistema italiano non è fondato sull’individuo, ma sulla famiglia; e le rimesse dello stato, essenzialmente sotto forma di pensioni, sovvenzionano il nucleo familiare, che poi funziona al suo interno come distributore di ricchezza. Tanto per capirci, dopo sedici anni di Thatcher, in Gran Bretagna il sostegno ai giovani in cerca di lavoro, la cura degli anziani, dei malati di mente, dei bambini è compito dello Stato. In Italia sono compiti della famiglia.
Ora, che non si possa andare avanti così, ce lo dicono da tempo studiosi e osservatori. In primo luogo, perché le famiglie diventano più piccole e la rapida riduzione delle dimensioni del nucleo familiare rende sempre più marginale il ruolo della redistribuzione operata dalla famiglia. In secondo luogo, perché la redistribuzione all’interno della famiglia è resa sempre più difficile dall’aumento della disoccupazione fra gli adulti: con essa, aumentano le famiglie in cui nessuno lavora. Infine, perché la famiglia usata come “ammortizzatore sociale” comporta dei costi in termini di efficienza: presuppone la condivisione dell’abitazione, fattore che ostacola la mobilità della forza lavoro ed è legata alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro perché assegna a mamme e mogli importanti funzioni di cura.
Inoltre, il nostro sistema di protezione sociale, come è stato ampiamente documentato, è fra quelli che meno contribuiscono a ridurre le disuguaglianze in Europa non soltanto perché è largamente incentrato sulle pensioni, ma anche perché le risorse lasciate libere dalle prestazioni pensionistiche sono male utilizzate. Il motivo per cui in Italia il modello di stato sociale universalista socialdemocratico non si è sviluppato ha ovviamente a che fare con la natura familistica democristiana di quello che è stato costruito (con i suoi pregi e i suoi molti difetti), ma ha anche a che fare con il modo sempre assai incerto con cui la sinistra italiana ha coltivato il suo rapporto con il riformismo europeo. Per quanto si vogliano attribuire al Pci dei grandi meriti nell’aver disciplinato alla condotta democratico costituzionale una sinistra italiana da sempre massimalista e al Psi di aver comunque garantito a tutto il mondo progressista lontano dal comunismo luoghi di dibattito e di rappresentanza, non ci sono dubbi che essi sono rimasti troppo a lungo estranei alla cultura riformista europea.
E ora che abbiamo deciso di «fare come in Europa» (adesso che l’Italia ha urgente bisogno di un nuovo e più efficace sistema di welfare e che la soluzione è forse più complicata di quanto non si pensasse), i progressisti italiani possono restare separati ancora una volta dai processi di rinnovamento che ha vissuto e sta ancora vivendo la socialdemocrazia europea? Possiamo restare ai margini della scena europea? Certo che i progressisti europei devono mettere in discussione tesi, analisi e riferimenti culturali datati e devono guardare al di là dell’Atlantico, stabilendo relazioni solide con i Democrats, il cui successo è dipeso anche dal tipo di «liberalismo non ideologico », promosso da Obama. Se l’obiettivo della giustizia sociale da conseguire attraverso politiche redistributive del governo federale è stato riconfermato come la ragione sociale del partito, Obama ha posto l’accento sulla necessità di sperimentare metodi diversi per perseguire tale obiettivo, associando sempre le sue proposte di espansione di diritti ai doveri di responsabilità individuale che ogni nuovo diritto comporta. E dobbiamo apprendere dalle loro esperienze. Ma il futuro del nostro paese è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. E non può essere che, per noi, l’Europa sia tutto solo nei giorni di festa.


i temi della settimana

missioni internazionali
Governo battuto in aula

E' ormai sotto gli occhi di tutti che la maggioranza si regge solo con i voti di fiducia. Anche durante l'esame del decreto che rifinanzia le missioni internazionali l'opposizione è riuscita a mettere la maggioranza in scacco insieme al governo permettendo l'approvazione di due nostri emendamenti. In particolare, siamo riusciti a riportare la gestione dei pur scarsi fondi per la cooperazione allo sviluppo nelle aree di crisi sotto la direzione generale della stessa cooperazione allo sviluppo.


conti pubblici
Confermati errori del governo sulla politica economica

Abbiamo votato no sia all'approvazione del rendiconto generale dello Stato che all'assestamento di bilancio perché in questi provvedimenti vediamo le conferme delle scelte sbagliate della politica economica del governo e del'incapacità di tenere sotto controllo i conti pubblici, come dimostra il livello record toccato dal debito pubblico.

dalle commissioni

intercettazioni
La legge resta inaccettabile

Grazie alla nostra opposizione ci sono stati importanti passi in avanti sul piano della libertà di stampa, ma la tanto declamata tutela della legalità è ancora molto lontana: il depotenziamento degli strumenti di investigazione rende il nostro giudizio sul provvedimento ancora molto critico. La nostra battaglia continuerà in aula dove non escludiamo il ricorso al voto segreto su quelle parti che compromettono la lotta alla criminalità, come l'immotivata abrogazione della legge Falcone. Nello speciale tutti i particolari della nostra iniziativa: ciò che siamo riusciti a migliorare e le ragioni per cui questa legge è ancora inaccetabile.

SPECIALE INTERCETTAZIONI

bicamerale per il federalismo fiscale
Tante parole grosse per annunciare nuovi balzelli

Si è svolta l'attesa audizione del ministro dell'Economia Giulio Tremonti che ha usato toni insolitamente cauti. L'unica cosa certa che si è potuta capire al termine del suo intervento è che la tassazione locale aumenterà. Anche se parla di semplificazione spiegando l'Imu (tributo unico per i Comuni), la sostanza non cambia: aumenterà la tassazione perché solo attraverso nuovi balzelli i Comuni potranno compensare la perdita della vecchia Ici. In sostanza i sindaci diventeranno i nuovi esattori. Il Consiglio dei Ministri, nel frattempo, ha approvato il secondo decreto attuativo che riguarda l'indicazione dei fabbisogni standard di comuni e province. Il testo ora passerà all'esame della Conferenza Stato-Regioni e della commissione bicamerale per il federalismo fiscale per poi tornare dopo l'estate in Cdm per il via libera definitivo.


commissione Antimafia a Palermo
Avanti nella ricerca della verità sulle stragi

Abbiamo sempre sostenuto che la commissione Antimafia deve poter contribuire alla ricerca della verità sulle stragi che hanno insanguinato il paese tra il '92 ed il '93. Vanno proprio in questa direzione le audizioni svolte a Palermo con il procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, l'aggiunto Nico Gozzo e i sostituti Nicolò Marino e Giovanni Di Leo. Le audizioni, che sono state secretate per ovvie ragioni di tutela delle indagini in corso, sono state incentrate sulla svolta investigativa degli ultimi tempi in particolare sulla strage di via D'Amelio, dove furono uccisi Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.


Caliendo non segua ddl
Dopo P3 è politicamente inopportuno

Il Partito democratico ha chiesto in commissione Giustizia alla Camera che il sottosegretario Giacomo Caliendo non segua più a nome del governo il ddl intercettazioni perché politicamente inopportuno visto il suo coinvolgimento nell'inchiesta sulla cosiddetta P3. La questione, decisa nell'ufficio di presidenza del gruppo dei democratici di Montecitorio, è stata avanzata in apertura di seduta dalla capogruppo in commissione.

 

  il question time

 

  video della settimana

 
Agenda

Csm
Proseguono le votazioni per i componenti eletti dalle Camere

Proseguono martedì prossimo le votazioni del Parlamento in seduta comune per eleggere gli 8 membri 'laici' del Consiglio superiore della Magistratura. Nelle quattro votazioni tenute finora non è stato raggiunto il quorum richiesto che è pari, per le prime due, ai 3/5 dei componenti dell'assemblea e, dal terzo scrutinio, ai 3/5 di quanti effettivamente partecipano al voto. Il presidente Napolitano ha fatto appello alle forze politiche perché trovino un accordo in modo da rendere operativo il nuovo organo di autogoverno della magistratura quanto prima.

CSM e poltrone
Una risposta di Dario Franceschini
ad Antonio Di Pietro

energia
Il presidente dell'agenzia per la sicurezza nucleare non deve avere incarichi politici

La prossima settimana la Camera sarà chiamata a discutere il decreto sull'energia. È un provvedimento che non affronta i veri problemi del settore energetico e che cancella l'incompatibilità per l'incarico di presidente dell'Agenzia per la sicurezza nucleare con incarichi politici. È una scelta molto grave che lede l'autonomia dell'agenzia che avrà compiti delicati e che la destra inizialmente non aveva neanche previsto; è stata introdotta infatti su nostra proposta.


trasporti
Al voto decreto su Tirrenia e autotrasporto

Arriva alla Camera il decreto approvato al Senato che contiene norme per assicurare la regolarità del servizio pubblico di trasporto marittimo e che, in sostanza, tende a facilitare la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia. Nel decreto anche una serie di norme per il settore dell'autotrasporto.


Il calendario dell'Aula della settimana
 
Tutte le interrogazioni e le interpellanze presentate
 

 
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