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Newsletter n. 20/10
12 giugno 2010
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Enrico Morando, la storia dei «miglioristi» e la manovra 2010 di Alessandro Maran
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Enrico Morando, membro del Comitato costituente del Partito democratico, è stato l’estensore del programma elettorale del 2008 e il coordinatore del governo ombra. Ma Morando, candidato nel 2001 alla segreteria dei Democratici di sinistra, è stato anche il leader della componente Liberal del partito. In questi giorni è uscito un suo libro (Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I «Miglioristi» nella politica italiana, Donzelli editore) nel quale ripercorre la storia dei «miglioristi» tra il Pci e i Democratici. Roba d’altri tempi? Sicuramente è storia vecchia. Ma non si capisce nulla dei nostri guai e dell’evidente deficit di identità che affligge la sinistra e il centrosinistra italiani se non si torna alle sue origini. «Siamo in epoca di discontinuità – ha scritto nell’introduzione Biagio De Giovanni - , tutto appare dissacrato e in movimento e labile. Ma la memoria conta. E se non si fanno i conti con essa, arrivano le repliche dure e ironiche della storia. La sinistra italiana è stata oggetto di queste repliche, più ironiche che dure. E dunque pensare e studiare non le farà male, anche se oggi la politica sembra germinare sulla dimenticanza e la dissacrazione». Il termine di «miglioristi» (un appellativo in quei tempi al limite dell’insulto) negli anni Ottanta e nei primi Novanta indicava, nel Pci, quelli che non volevano più promuovere la fuoriuscita dal capitalismo e si ponevano, più modestamente, l’obiettivo di migliorare l’esistente. Quello di Morando è il racconto dell’ultima stagione di quello che oggi appare un ossimoro (Riformisti e comunisti?), che un gruppo agguerrito di dirigenti e militanti del Pci provò a declinare, in Italia, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nei decenni precedenti, la «destra comunista», prima con Giorgio Amendola e poi con Giorgio Napolitano, era sembrata più volte al limite dello strappo. Ma il crollo precipitoso del colosso sovietico, con gli esiti nostrani della «Bolognina», apriva ora nuove opportunità e non lasciava più tempo agli indugi. Fu tra il 1989 e il 1994 che si consumò, in effetti, la parabola della corrente «migliorista». Il suo intento dichiarato era di superare l'anomalia della sinistra italiana, promuovendo la costruzione di un grande partito socialista a vocazione maggioritaria. Ma tre fattori ne limitarono le potenzialità: la concezione del partito e della lotta politica interna; un'eccessiva ricerca dell'equilibrio tra istanze di continuità ed esigenze di rottura; e infine la difficoltà a considerare come compiutamente propria la cultura liberalsocialista. La tesi Morando, uno tra i principali protagonisti di quell'esperienza, è netta: se i riformisti del Pds avessero operato più tempestivamente per la sintesi tra socialismo e liberalismo e si fossero candidati alla guida del processo d'innovazione capace di incarnarla, l'Italia si sarebbe dotata già a metà degli anni novanta di un vero partito di «centrosinistra». E oggi sarebbe un'altra Italia... A proposito di un’«altra» Italia, di Enrico Morando riporto di seguito gli Appunti sulla crisi e la manovra 2010 del 3 giugno scorso: 1- La domanda (a proposito di crisi e di difficoltà dell’Europa) è: che cosa è andato storto, cosa non ha funzionato? Molti, anche nel nostro campo, rispondono così:”Primo: unʹUnione Valutaria non può funzionare senza una integrazione - o almeno convergenza - delle politiche di bilancio. Secondo: non ci sono stati incentivi sufficientemente forti a disciplina di bilancio”. Riposta poco convincente: a parte la Grecia (la più indisciplinata), Italia, Francia e Germania hanno sfondato il 3% deficit/PIL più spesso di Irlanda e Spagna. Ma sono queste due quelle più nei guai. Come mai? Crisi causata da enormi bolle finanziarie e immobiliari. Queste bolle, favorite entrambe da creazione Euro: coi tassi di interesse bassi, anche Paesi con gravi squilibri hanno potuto vivere al di sopra delle loro possibilità. Perché? Perché la creazione dell’Euro ha incoraggiato l’afflusso di enormi capitali verso i Paesi in crescita, a condizioni molto favorevoli. Intanto, Germania e Olanda accumulavano un enorme surplus della bilancia dei pagamenti e commerciale. Quando sono esplose le bolle (finanziaria e del mattone), il debito privato è diventato insostenibile, ed è esploso il debito “di sistema”(il debito privato, nel frattempo era diventato in parte pubblico). Morale: il settore privato è almeno colpevole quanto quello pubblico. - Dunque, erano e sono indispensabili misure di emergenza. Che sono state assunte (il Piano Grecia e quello dei 750 MLD), sia pure in ritardo. Ora, è in corso una forte correzione dei debiti pubblici. Servirà? Sì, ma senza correggere gli squilibri interni all’area dell’Euro, non può bastare: non ci sarà ritorno alla stabilità se non ci sarà ritorno alla crescita. In particolare, i Paesi “periferici”devono veder crescere il proprio export. Si può fare? Forse sì, e lʹEuro più debole è un aiuto. Ma questi paesi scambiano beni e servizi più tra di loro che con lʹesterno all’area Euro. Quindi, dall’indebolimento dell’Euro viene qualcosa, ma non granché. Quindi? Quindi, con le misure straordinarie “europee” e con le manovre di bilancio nazionali ci siamo comprati un po’ di tempo. Ne avevamo assolutamente bisogno. Ma in questo tempo dobbiamo creare le condizioni per una crescita più forte. Lʹazione da sviluppare è duplice: a - Alla dimensione europea. Germania insiste per vincoli di bilancio prefissati ʹin Costituzioneʹ. È il modello degli Stati che compongono gli USA. Si potrebbe anche fare (e forse si farà: è difficile dire di no a Germania). Ma, negli USA, il bilancio federale svolge una vigorosa funzione anticiclica (che compensa la pro-ciclicità della regola imposta ai singoli Stati). Se lʹUnione Europea sceglie questa strada, ci vuole una politica fiscale europea (comprensiva di scelte coordinate di gestione dei debiti pubblici). Problema: fare ora - in questo contesto - il salto politico ʹcostituenteʹ che non si è fatto prima, in tempi più tranquilli. Ma, si sa, la difficoltà aguzza lʹingegno. E la paura fa novanta... cʹè un alternativa alla soluzione ʹtedescaʹ? Sì, ma non è più agevole: la costruzione degli Stati Uniti dʹEuropa subito. Niente di meno. b- Alla dimensione nazionale. I fattori di scarsa competitività non sono uguali, per i diversi Paesi. Quindi, le riforme capaci di rimuoverli (più realisticamente: di avviarli a progressivo e lento superamento - ecco perché bisognava guadagnare tempo; ed ecco perché non possiamo più perderne altro) sono diverse da Paese a Paese. Noi dobbiamo individuare quelle prioritarie in Italia. (Le osservazioni di questo punto 1 sono ʹliberamenteʹ tratte da uno studio di Marco Annunziata, dell’Ufficio Studi Unicredit). 2- La crisi Greca nasce da enormi squilibri macroeconomici. La questione non è se sia vero o no che gli ʹspeculatoriʹ si sono accaniti sulla Grecia. La questione è: perché lo hanno fatto? La risposta è la più semplice: perché il Paese presenta un debito pubblico e privato elevato e crescente e una competitività bassa e calante. Non cʹè bisogno di essere un genio della finanza per pensare che un Paese messo così potrebbe non essere in grado di onorare i suoi impegni. Con conseguente ʹscommessaʹ... Da anni la situazione della Grecia è insostenibile: produttività del lavoro bassissima. Quota dellʹoccupazione pubblica sugli occupati: 25%; quota delle retribuzioni pubbliche sul monte retribuzioni: 35%. Tasso di rendimento implicito dei contributi previdenziali superiore al 2,5 (in Germania non arriva ad 1). Totale mancanza di trasparenza dei conti pubblici: nel 2005, la Commissione Europea ed Eurostat criticano la qualità delle statistiche; nuovamente, nel 2008; infine, nel 2009, il deficit 2008 viene rivisto dal 5 al 7,7 del PIL. Per il 2009, la stima del deficit passa dal 3,7 al 12,5 PIL. Bilancia commerciale e dei pagamenti in enorme e crescente disavanzo. È utile notare che la situazione italiana è complessivamente migliore di quella greca - lo è in particolare per la sostenibilità del sistema provvidenziale: evidentemente, fare riforme strutturali (1992: intervento “d’emergenza”; 1995: riforma Dini), paga.. .In conclusione,anche a proposito di crisi greca: gli interventi di emergenza (piano da 750 MLD) servono per prendere tempo. Il tempo serve per fare riforme (europee e nazionali) che correggano gli squilibri macroeconomici. In particolare: Germania e Olanda devono far crescere i consumi e il mercato interno; i Paesi mediterranei devono ridurre il debito (pubblico e privato), riequilibrare bilancia dei pagamenti e commerciale, aumentare capacità competitive (produttività del lavoro e dei fattori). 3- Eʹ vero che lʹItalia ha resistito meglio alla crisi? Se il riferimento è a Grecia, Portogallo e Spagna, la risposta è sì. Se il riferimento è alla media dell’Area Euro, la risposta è no. Secondo il FMI, tra il 2008 e il 2011 la crescita media annua del PIL italiano sarà pari a -1. Questo, ci colloca al penultimo posto nell’Area Euro (11° su 12 Paesi). Se guardiamo a bilancia commerciale e dei pagamenti (e al saldo delle partiti correnti), tra il 2008 e il 2011 il FMI ci colloca al 9° posto su 12: facciamo meglio solo di Spagna, Portogallo e Grecia. In conclusione: abbiamo i nostri punti di forza (basso debito privato, consolidata vocazione manifatturiera), ma soffriamo di un gravissimo deficit di competitività (aumento del costo del lavoro e bassa crescita della produttività) rispetto ai grandi partners dell’Unione monetaria (soprattutto, Germania). Questo rende meno “performanti”anche i nostri fattori di forza: è vero che le famiglie risparmiano e hanno pochi debiti, ma sono poco patrimonializzate le imprese, che soffrono più che altrove - di conseguenza - la stretta del credito; è vero che siamo forti nel manifatturiero, ma la talpa della scarsa produttività sta scavando da tempo e ci indebolisce, anche relativamente: valore del manifatturiero cresciuto - tra il ʹ90 e il ʹ07 - del 76% in USA, del 65% nel Regno Unito, del 44% in Italia. Anche da noi, infine, la dinamica dei salari nel settore pubblico è più elevata di quella dei settori esposti alla competizione internazionale. Ma la produttività del settore pubblico non è più elevata di quella del settore privato. Dunque, il nodo da sciogliere è quello della debole (o nulla) crescita della produttività del lavoro: negli ultimi 10 anni, in Italia è cresciuta del3%. Nell’Area Euro è cresciuta di 14 punti. Hic Rhodus, hic salta. 4- Il problema del debito pubblico. Un Paese con debito pubblico elevatissimo e crescente (sta tornando vicino al 120% del PIL, dove stava nel 1996, mentre era ridisceso fino al 104% all’inizio degli anni 2000: ecco il “conto” che lʹItalia paga a Berlusconi e Tremonti della fase 2001-2006) e una prospettiva di crescita attesa inferiore all’1%, è un Paese che vive molto al di sopra delle sue possibilità. Il dato del buon livello del risparmio privato spiega la relativa stabilità del sistema finanziario. Ma non ci mette al riparo dai rischi più gravi.
5- La manovra e le riforme di struttura. È del tutto evidente che ci vogliono misure immediate, per far sì che il livello di indebitamento della Pubblica Amministrazione si riduca e, soprattutto, che il volume globale del debito torni a ridursi, come ha fatto tra il ʹ96 e il 2000 (anche qui: è stato un caso o il ciclo di finanza pubblica ha avuto qualche rapporto col ciclo politico?). Il punto di distinzione non è tra chi pensa (il Governo) che bisogna agire subito e chi pensa (il PD) di avere davanti i tempi lunghi delle riforme strutturali. Lʹalternativa è la seguente: a- Subito un organico Piano triennale di rilancio della competitività - fatto di cambiamenti profondi della Pubblica Amministrazione, del fisco, dei mercati dei beni e dei servizi più rilevanti - contestuale ad immediate misure di risanamento dei conti pubblici; oppure b- Subito le misure correttivi dei conti pubblici - perché “ce lo impone lʹEuropa” - mentre le riforme strutturali possono attendere. Il Governo di centro-destra insiste da due anni: “durante le crisi non si fanno riforme” (Sacconi). I dati della realtà spingono a sostenere lʹopposto: solo le riforme ci faranno uscire dalla crisi. Perché solo un sistema organico di riforme può farci superare il gap di produttività accumulato. Perché solo questo disegno di cambiamento apre una speranza. Che a sua volta bisogna suscitare, se si vuole che il Paese sia consapevole al tempo stesso della drammaticità della situazione e della possibilità di uscirne. E sia così indotto ad accettare i sacrifici necessari (come fece nel ʹ92 e nel ʹ96). In conclusione: se il Governo è disponibile ad abbandonare la linea conservatrice fin qui tenuta (non si fanno riforme durante le crisi), il PD è pronto a misurarsi sia sulle riforme strutturali, sia sulle misure di più breve periodo, entrambe indispensabili. Se il Governo insiste sulla linea seguita fin qui, non può chiedere al PD di condividere la responsabilità di un così grave errore. Ciò non significa, ovviamente, che il PD non debba misurarsi a fondo con le singole scelte della manovra dicendo la sua su ognuna di esse.
6- Quali riforme strutturali farebbe il PD? Se vogliamo che il nostro giudizio sulla manovra del Governo non appaia strumentale, dobbiamo rispondere con precisione a questa domanda. Selezionando molto, penso che potremmo fare quattro proposte, relative a: a- Pubblica Amministrazione; b- Fisco; c- Apertura dei mercati; d- Trasparenza dei conti pubblici.
6a- Pubblica Amministrazione. La manovra è piena di tagli orizzontali, rinvii, blocchi. È un film già visto: quando i pagamenti rinviati vengono effettuati; quando il ʹbloccoʹ viene superato, la spesa corrente primaria torna a correre come e più di prima. Altra cosa è se rinvii e blocchi sono accompagnati da valutazione di tutti i segmenti della Pubblica Amministrazione; comparazione sistematica per individuare le migliori pratiche; definizione di precisi obiettivi; premi e penalizzazioni per tutti, a partire dai dirigenti. Ora cʹè una legge - la Brunetta-Ichino, non a caso una delle poche leggi bipartisan della legislatura - che può dar luogo a questa strategia, lʹunica che può portare, entro tre anni, a far crescere la spesa corrente primaria meno del Prodotto e meno dell’inflazione (recuperando lo ʹsfondamentoʹ avvenuto in questi anni: negli ultimi dieci, più del 4,6% all’anno; sei punti di PIL in più). Subito, un solo Ufficio Territoriale del Governo centrale, solo nei capoluoghi di Regione. Entro tre anni, un solo corpo di Polizia per il controllo del territorio. E uno di Polizia ʹfederaleʹ, per il contrasto alla grande criminalità organizzata. Sui costi della politica, due proposte emblematiche: superamento di tutte le Province (organo politico: Assemblea dei Sindaci, presieduta dal Sindaco capoluogo); riduzione degli emolumenti dei dipendenti degli organi costituzionali pari a quella dei parlamentari (-10%), così da riportarle ad una evoluzione di poco superiore (sì, superiore) a quella avuta dalle retribuzioni del settore privato negli ultimi 10 anni; metodo di calcolo delle pensioni dei dipendenti degli organi costituzionali analogo - se non identico - a quello definito dalla Dini del ʹ95: calcolo retributivo per chi nel ʹ95 aveva più di 18 anni di contribuzione; calcolo retributivo/contributivo pro rata temporis per chi aveva meno di 18 anni di contribuzione nel 1995; calcolo interamente contributivo per chi è stato assunto dopo il 1° gennaio 1996. 6b- Fisco. Le misure ʹimmediateʹ di Berlusconi Tremonti recuperano - in qualche caso - scelte antievasione di governi di centro-sinistra. Per il resto, le maggiori entrate verranno dal minicondono ʹcatastaleʹ (che va visto nei dettagli, perché qui spesso si nasconde il diavolo). Il PD potrebbe presentare due proposte buone per lʹemergenza, e tre proposte capaci di fare il senso di cosa intenda per fiscalità pro-sviluppo. Le due proposta per lʹemergenza: a- Dalle persone alle cose (Tremonti)? Giustissimo: si torni all’ICI prima casa modello Governo Prodi (60% delle famiglie già esenti); b- Dal lavoro alle rendite (Tremonti)? Giustissimo: si facciano pagare altri 3 punti sui patrimoni ʹscudatiʹ. Avevamo detto - come Paese - che non lʹavremmo fatto? Si, ma avevano anche detto che non cʹera bisogno di manovra. Le proposte pro-sviluppo, di tipo strategico: a- Aliquote IRPEF significativamente più basse per il reddito da lavoro delle donne. Tutte: dipendenti, autonome, professioniste, parasubordinate. “Più basse” vuole dire esattamente questo: a parità di reddito da lavoro, il lavoratore maschio paga più IRPEF di una lavoratrice femmina, su tutti gli scaglioni di reddito. Nel senso, ovviamente, che il lavoratore maschio mantiene le aliquote attuali. Nel Sud - per compensare lʹulteriore svantaggio delle donne nel Mezzogiorno rispetto a quelle del centro-nord- ulteriore detrazione a favore delle donne lavoratrici (vedi proposta di legge Morando e altri, depositata in Senato, anche per la ʹcoperturaʹ). b- Unificazione al 23% (la ʹprima aliquota IRPEF) delle aliquote di prelievo sulle rendite da capitale; aliquota unica (23%?) sull’ʹaffitto percepito, accompagnata da significativa detrazione (19% fino a 6.000 Euro annui) su affitto pagato. c- Prelievo fiscale ʹstraordinarioʹ sul valore assoluto della leva finanziaria degli istituti di credito, quando le dimensioni di questa leva superano livelli prudenziali (vedi proposta di legge Morando e altri, già citata, per fiscalità ʹprivilegiataʹ per le donne). 6c- Apertura dei mercati. Un recente studio dell’OCSE dimostra che lʹItalia recupererebbe in 10 anni una bella fetta della capacità competitiva che ha perduto se operasse una robusta azione di apertura dei mercati chiusi, in particolare nei settori dell’energia e dei servizi professionali. Dieci anni sono tanti? Sì, ma se non si comincia mai... Il PD potrebbe, per esempio, proporre di dare finalmente attuazione - entro i prossimi tre anni - alla legge che dispone la separazione proprietaria di Snam ReteGas dallʹEni, adottando una soluzione analoga a quella da tempo in essere per la Rete elettrica. Non cʹè nemmeno bisogno di una legge del Parlamento. Basta che il Governo emani subito il decreto che da anni i Governi (questo, come quelli precedenti) sarebbero tenuti ad emanare. 6d- Trasparenza dei conti pubblici. La vicenda Greca dimostra - se ce nʹera ancora bisogno - che la trasparenza dei conti pubblici - la loro affidabilità, la loro attendibilità ʹcertificataʹ - costituisce un fondamentale bene pubblico e un fattore fondamentale del merito di credito di un Paese. Di qualsiasi Paese. Se poi è un Paese con elevato debito pubblico... Nelle settimane scorse, grandi Paesi europei - il Regno Unito, col discorso della Regina per la formazione del nuovo Governo; lʹUngheria - hanno annunciato la formazione di autorità indipendenti dal Governo per lʹanalisi e la costruzione stessa dei conti pubblici. In Italia - specie per ciò che riguarda i dati, i criteri e le metodologie di costruzione del Bilancio a legislazione vigente - una struttura governativa (Ragioneria generale dello Stato) detiene il monopolio della conoscenza. Una situazione che non giova al Paese e neppure al Governo pro-tempore. Di qui la proposta: anche in vista della piena attuazione del titolo V della Costituzione e della riforma del Parlamento, con la formazione della Camera delle Regioni, si costituisca subito lʹUfficio del Bilancio del Parlamento italiano, assumendo a modello il CBO degli USA. Ci vorranno molti anni per avere qualcosa di paragonabile? Sì, ma se ne facciamo passare altri senza fare nulla...
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Basterebbero le leggi ordinarie per aiutare il Paese di Pierpaolo Baretta
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Il governo tenta, con una manovra di 24 miliardi, di riparare ai danni del bilancio pubblico che vengono da lontano ma che negli ultimi due anni sono aumentati a causa dell'esplosione della spesa corrente e del fallimento dei tagli lineari. Ma questa manovra purtroppo è inefficace, iniqua e improduttiva. E dico purtroppo, perché il Paese è in difficoltà seria e sarebbe grave un altro fallimento di politica economica del governo. La manovra è inefficace: il problema non è infatti l'entità dell'intervento e la intangibilità dei saldi di cui parla Berlusconi, ma, semmai, l'assenza di una strategia per uscire dall'angolo. E' iniqua perché è priva di interventi sui redditi alti e sulla rendita. Non affronta cioè la questione centrale dello spostamento di risorse dal patrimonio al lavoro, intendendo con esso sia quello dell’imprenditore che del lavoratore. Per non affrontare la questione fiscale Berlusconi e Tremonti irrompono provocatoriamente sulla scena con la modifica dell’articolo 41 della Costituzione. Ma, per semplificare e favorire la libertà di impresa, davvero e subito, basta le legge ordinaria. Infine questa manovra sarà improduttiva, nel senso che non produrrà alcuna crescita del Paese. Mancano, infatti, quelle riforme strutturali che orientino allo sviluppo. (leggi tutto)

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governo battuto due volte in aula
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L’opposizione del Pd ferma l’attacco della destra alla sanità pubblica
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La maggioranza è stata battuta in aula sulla votazione di due emendamenti del Pd alla proposta di legge sul governo clinico. Dopo questa sconfitta, la destra ha dovuto capitolare e riportare il provvedimento in commissione. Si tratta della sconfitta numero 50 in questa legislatura. È stata così bloccata una legge dannosa per la salute dei cittadini, una beffa per gli operatori sanitari. Quella che il centrodestra chiamava pomposamente legge che valorizzava i medici e limitava il potere della politica nella sanità, sarebbe stata, invece, un colpo duro alla sanità pubblica a vantaggio di quella privata.
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Comunicati di: Dario Franceschini, Erminio Quartiani, Livia Turco, Donata Lenzi, Luciana Pedoto, Margherita Miotto
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i temi della settimana
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| abusivismo |
| Bocciato scempio del paesaggio e della legalità tentato dal governo |
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Le opposizioni hanno fermato uno scempio ai danni del Paese e della legalità. A Montecitorio è stata infatti approvata la pregiudiziale di costituzionalità sul provvedimento che fermava le demolizioni delle case abusive in Campania, una Regione dove le infiltrazioni della camorra nel settore dell'edilizia hanno segnato in modo devastante il territorio. La maggioranza ha tentato di invertire questo risultato chiedendo addirittura una nuova votazione e accusando di cattiva gestione dell’aula il presidente di turno dell’assemblea, Rosy Bindi. Un tentativo, accompagnato da insulti violenti all’indirizzo del presidente Bindi, respinto al mittente dal nostro Gruppo.
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Comunicati di: Dario Franceschini, Alessandro Maran, Rosa Villecco Calipari, Ermete Realacci, Livia Turco |
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| pubblica amministrazione |
| Ddl Brunetta è un pannicello caldo |
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Abbiamo votato contro il disegno di legge sulla semplificazione dei rapporti della Pubblica amministrazione voluto dal ministro Brunetta. Lo abbiamo fatto anche se siamo ancora molto lontani dalle esigenze di semplificazione del Paese e dalle promesse che lo stesso titolo del provvedimento reca. La verità è che sotto l'azione di questa maggioranza la pubblica amministrazione è tornata ad essere un problema, un orpello, un macigno da aggirare e non il tema che merita una politica riformatrice vera e propria. E lo dimostra la manovra economica che interviene nel settore solo per tagliare e discriminare, un pannicello caldo che non innova e che non migliora il rapporto dei cittadini con la pubblica amministrazione.
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Dichiarazione di voto di Oriano Giovanelli |
Comunicati di Raffaella Mariani e di Cesare Damiano e Donella Mattesini |
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| Monsignor Padovese |
| Non disperdere il patrimonio di relazioni e indagare sulle cause dell’omicidio |
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Nel corso del dibattito in aula sull’informativa del governo sull’uccisione di monsignor Padovese, abbiamo espresso il nostro cordoglio per la perdita di un sacerdote e diplomatico di grande statura morale. Il gesto folle dell’autista va indagato a fondo per escludere altre ipotesi. È importante che il lavoro svolto dal religioso non venga disperso: le relazioni promosse in questi anni devono continuare a svilupparsi per promuovere il rispetto delle diverse identità e del pluralismo culturale.
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Testo dell’infomativa urgente, intervento di Giovanni Sanga |
Intervista a Giovanni Sanga |
Comunicato di Enrico Farinone |
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| commercio |
| Bene via libera a mozione Pd per commercio ambulante |
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E' stata approvata una mozione presentata dal Pd sul commercio ambulante. Il testo chiede che il governo si attivi in sede della conferenza delle Regioni per individuare criteri minimi e omogenei su tutto il territorio nazionale per le attività di commercio ambulante. Il documento approvato è anche un passo avanti nella lotta all’illegalità economica, alla contraffazione, al commercio sleale e all’evasione fiscale e contributiva.
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Intervento in aula di Andrea Lulli |
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| Cuba |
| In aula mozioni di tutti i gruppi ma il governo non c’è |
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Sono state votate in aula le mozioni di tutti i gruppi sui diritti umani a Cuba ma il Governo ha affrontato una questione così complessa incaricando un sottosegretario estraneo alla Farnesina, scegliendo dunque di farsi rappresentare in modo del tutto inadeguato. Un atteggiamento irresponsabile, visto che le mozioni presentate affrontavano temi serissimi e delicati, una delle quali addirittura proponeva sanzioni contro l’isola. Ma il governo era praticamente assente.
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Comunicato di Alessandro Maran |
Il dibattito in aula |
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il question time e le interpellanze urgenti
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in agenda la prossima settimana
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| carta autonomie |
| Salta abolizione province, siamo al ridicolo |
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Salta il taglio delle province inserito nella carta delle autonomie e l’aula discuterà un testo ormai svuotato nei suoi contenuti. E’ una Carta delle autonomie sempre più piccola, un coriandolo insignificante senza alcuna ambizione d’innovazione. Si trattava invece di un provvedimento molto atteso dagli Enti locali per rilanciare il loro ruolo di istituzioni essenziali per il funzionamento del Paese, ma il governo si è mosso malissimo dando prova di un pericoloso centralismo di ritorno, in barba al tanto sbandierato federalismo. Sulle province, maggioranza e governo erano partiti con un atteggiamento donchisciottesco che sembrava volerle abolire tutte in un sol colpo, si è poi passati ad una ventina, poi a quelle coincidenti con le aree metropolitane, poi a quattro, adesso siamo arrivati a nessuna. Comunicato di Gianclaudio Bressa
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| agricoltura |
| Galan ci dica come intende superare la crisi dell’agroalimentare |
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Vogliamo sapere come il governo intende rispondere alla profonda crisi che sta attraversando il settore agricolo e agroalimentare italiano. Per questo, chiederemo al ministro Galan di accogliere la nostra mozione che chiede impegni concreti e la definizione di un piano di interventi strutturali che tenga conto delle interconnessioni che esistono con la tutela dell’ambiente, la salvaguardia del territorio, la sicurezza alimentare, la tutela della salute dei cittadini, la necessità di combattere le infiltrazioni criminali. Mozione di Nicodemo Oliverio
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| crisi greca |
| Sì agli aiuti ma serve più coesione in Europa |
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