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Newsletter n. 14/10

30 aprile 2010

L'editoriale
di Alessandro Maran
I dibattiti televisivi tra Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg (mandati in onda da SkyTG24) andrebbero trasmessi a reti unificate. Anzitutto, per afferrare «certe differenze» ed apprendere alcune regole di «civiltà televisiva», come  ha scritto, dopo il primo dibattito, Aldo Grasso sul Corriere della Sera . Ma c’è dell’altro. Nei sondaggi, lo spostamento dell’opinione degli elettori inglesi non è mai stato così ampio. I Liberaldemocratici  (il terzo partito) sembrano avviarsi verso il loro miglior risultato dal 1923. E le elezioni del 6 maggio potrebbero riscrivere le regole della politica inglese. Nick Clegg ha indubbiamente approfittato dell’opportunità offertagli dal confronto televisivo per mettersi in vetrina. Ma la dimensione insospettata del gradimento per la performance di Clegg suggerisce che gli elettori stanno facendo qualcosa di più che scegliere il vincitore di un concorso di bellezza. La questione che si pensava avrebbe dominato la campagna elettorale, vale a dire come rimediare all’enorme buco nei conti pubblici, è stata dimenticata (anche se in che modo tagliare la spesa pubblica sarà la vera sfida per il prossimo governo) e, come ha osservato Philip Stephens sul Financial Times, la campagna ora si basa su quel che pensano gli elettori della politica e dei politici. E non ne pensano molto bene, alle prese con una dolorosa recessione e con lo scandalo dei rimborsi spese gonfiati dai deputati, che hanno fatto scoprire all’opinione pubblica inglese l’esistenza di una «casta» che abusa dei propri privilegi.  La fortuna o il genio di Nick Clegg è stato quello di un uomo di partito che ha assunto la guida del partito dell’anti-politica. Eppure, Clegg è uno dei figli più coccolati dell’establishment, l’erede di un ricco banchiere e l’allievo di una delle scuole più costose d’Inghilterra che, prima diventare un Lib Dem, a lungo si è trastullato con l’idea di aderire ai Conservatori; e quanto alle politiche, ha alcune idee sensate sulle libertà civili e la politica estera e alcune idee («strampalate», scrive il FT) sulle tasse. Ma non importa. Quel che davvero conta è il riferimento continuo agli «old parties», Labour e Conservatives, i partiti vecchi ed esausti. Il suo successo ha mostrato quanto sia infondata la pretesa di Cameron di aver rifondato il suo partito, rimodellando i Conservatori come un partito centrista in sintonia con le preoccupazioni degli elettori. In questi ultimi due anni pareva indubitabile che gli elettori considerassero esaurita la stagione del Labour e sembrava scontato che i vincitori dovessero essere i Conservatori. Ora, il fatto che nessuno è più sicuro di come andrà a finire è un segno di quanto le cose sono cambiate. Ecco, seguire il confronto tra i tre leader inglesi ci aiuterebbe a tenere presente che i tempi sono parecchio cambiati. Da quant’è che dalle nostre parti si discute della crisi della politica come se l’erosione della fiducia fosse dovuta a fattori (il bipolarismo «forzoso e incivile», la deriva populistico-plebiscitaria del premier, ecc.) propri solo del nostro paese? Certo, gli italiani non ne possono più delle distorsioni della politica, ma in realtà in tutte le società industriali avanzate la gente è diventata più autonoma e sfida le élite. L’accrescersi della sicurezza esistenziale, le condizioni di prosperità economica raggiunte dalle società industriali avanzate, hanno generato, come ha documentato Ronald Inglehart, una nuova visione del mondo che si accompagna alla de-enfatizzazione di tutte le forme di autorità (da quella burocratica a quella religiosa, come stiamo vedendo) e a un’erosione di molte delle istituzioni chiave della società industriale, prima fra tutte quella politica. Queste tendenze, che portano alla democratizzazione (nelle società autoritarie) e a una democrazia più partecipativa ed orientata ai problemi (nelle società già democratiche), stanno rendendo la posizione dell’élite di governo più difficile ovunque. In un libro pubblicato non molto tempo fa da Polity Press con un titolo emblematico, «Why We Hate Politics», Colin Hay ha esaminato le ragioni della disaffezione per la politica e del disimpegno nelle società occidentali. Hay osserva che, tanto negli USA che nel Regno Unito, i dati sembrano suggerire tre cause principali dell’insoddisfazione degli elettori e della sfiducia nei politici. In primo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche di rovesciare l’interesse pubblico collettivo, di cui ci si proclamano cinicamente guardiane, nella gretta ricerca dell’interesse di partito o personale. In secondo luogo, la (percepita) tendenza delle élite politiche, nell’inseguimento di tale ristretto interesse di partito o personale, di finire preda dei grandi interessi (spesso interessi corporativi). Infine, la (percepita) tendenza del governo all’uso inefficiente delle risorse pubbliche. Tutte cose che dovrebbero suonare familiari anche alle nostre orecchie. Bisognerà, prima o poi, farsene una ragione: oggi nessuno partecipa più alla politica come in passato. Per questo la ricostruzione del rapporto fra partiti e democrazia in una forma sostanzialmente uguale a quello del passato non è praticabile e non è auspicabile. E per questo bisogna passare definitivamente da una concezione e da una pratica politica fondata su una dichiarazione e una scelta di appartenenza, a una concezione e una pratica politica fondate sulla responsabilità della scelta per il governo del Paese. Specie se si considera che il nostro Paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l’attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello Stato. Una costante nella storia nazionale che la mancata modernizzazione del Paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale. Naturalmente per i «costituenti» impegnati nell’ormai trentennale dibattito sulle riforme, la frequenza alle «lezioni di inglese» dei leader britannici è obbligatoria. Se non altro, per mandare a memoria l’ammonimento di Giovanni Sartori: «Occorre ricordare che la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». Se ancora ce ne fosse bisogno, la meschina campagna delle regionali, lo scontro dell’altro giorno tra il premier e il presidente della Camera, l’attesa rinascita di un grande centro e la stessa ipotesi di un Cln, mostrano che l’idea di trapiantare il modello Westminster alle nostre latitudini è fatta, direbbe un’altro grande inglese, della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.
 

Governo ancora battuto
di Donata Lenzi

Ancora una pesante sconfitta del governo e della maggioranza. Grazie alle nostre proposte i temi che interessano veramente gli italiani sono arrivati in aula e siamo riusciti a batterli nonostante i numeri che hanno in Parlamento. Abbiamo vinto su un aspetto importante che riguarda i diritti dei lavoratori dopo il rinvio, da parte del Presidente della Repubblica alle Camere, delle norme imposte dal governo. Troverete in questa newsletter la spiegazione di cosa abbiamo ottenuto e delle ragioni della nostra contrarietà alle politiche sul lavoro del governo. Nonostante le loro gravi divisioni, con arroganza, governo e maggioranza hanno continuato a dire no anche alle nostre proposte sugli ammortizzatori sociali, rinunciando, in sostanza, a sostenere i più deboli in questa fase di crisi. Ma l'inadeguatezza di queste politiche e le difficoltà del centrodestra cominciano a emergere in modo sempre più chiaro.

lavoro

Abbiamo portato in aula i problemi veri del paese. Dalla maggioranza chiusura totale

 

Grazie all’iniziativa del Partito democratico, nella settimana appena conclusa alla Camera si è discusso di diritti dei lavoratori e di sostegno al reddito. La destra ha votato contro tutte le nostre proposte volte a dare un aiuto a chi è colpito dalla crisi e, in particolare, a chi non percepisce lo stipendio da mesi o non ha più diritto alla cassa integrazione. Dalle file della maggioranza si sono distinti per le molte assenze e per il grande silenzio: pochissimi deputati del Pdl e della Lega sono intervenuti nel corso del dibattito. Siamo riusciti a far approvare un nostro emendamento sull’arbitrato che, almeno su questo punto, corregge un grave attacco ai diritti dei lavoratori. Su questa proposta il governo aveva dato parere negativo; è stata la 46° sconfitta della maggioranza dall'inizio della legislatura.

 
 

i temi della settimana

 
ammortizzatori sociali
Dalla destra grave voltafaccia sul sostegno al reddito per i lavoratori cassaintegrati

La maggioranza deve spiegare al Paese il suo voltafaccia sugli ammortizzatori sociali. Dopo un accordo sull'allungamento della cassa integrazione ordinaria, la destra ha fatto marcia indietro. Palpabile al momento della votazione l’imbarazzo nelle file del Pdl e della Lega, addirittura l'ex capogruppo Cota è uscito dall’aula. Mentre sul territorio fanno la voce grossa contro la crisi, fanno poi finta di niente e votano no quando in Parlamento si presenta l’occasione di sostenere gli operai di molte aziende in difficoltà. La destra, con la Lega, ha anche votato contro la possibilità di pagare lo stipendio a quei lavoratori che non sono né in cassa integrazione né in mobilità, come nel caso di Eutelia. Purtroppo al momento della votazione su questo punto erano assenti anche molti deputati dell’Italia dei Valori, la cui presenza avrebbe permesso l’approvazione di questa importante novità.

Comunicati di Cesare Damiano, Ettore Rosato e Teresa Bellanova
 
ddl lavoro
Provvedimento che mina i diritti dei lavoratori. L’approvazione di un nostro emendamento, contro il parere del governo, migliora il testo

Durante l’esame del ddl sul lavoro, rinviato al Parlamento dal Presidente della Repubblica, il governo è stato battuto su un nostro emendamento che restituisce ai lavoratori la possibilità, in caso di controversia con il datore di lavoro, di scegliere volta per volta se ricorrere alla giustizia ordinaria o all'arbitrato. Al contrario del testo del governo che, di fatto, imponeva ai lavoratori un'unica e definitiva scelta all'inizio del rapporto di lavoro. Con questa piccola, ma significativa, modifica si recepisce appieno, su questo punto, il senso del messaggio del Capo dello Stato. Nell’insieme però la nostra valutazione sul provvedimento è profondamente negativa perché mina le tutele e i diritti dei lavoratori.

Testo integrale del messaggio del Presidente Napolitano alle Camere
Dichiarazione di voto finale di Cesare Damiano
Comunicati di Dario Franceschini, Rosa Villecco Calipari e Cesare Damiano
Intervista a Cesare Damiano: "Perché dichiamo no al Dl lavoro"
 

il question time e le interpellanze urgenti

 

Tutte le interrogazioni e le interpellanze presentate

I video

in agenda la prossima settimana

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dl incentivi

Soldi già finiti prima dell'esame alla Camera

I 300 milioni stanziati dal governo per il decreto incentivi sono esauriti ancor prima che il provvedimento - sarà ricordato per questa assurdità - arrivasse all'esame dell'aula. Le misure contenute e le poche modifiche della maggioranza sono solo pillole totalmente inadeguate rispetto ai veri problemi dell’economia italiana, dei suoi settori produttivi, delle famiglie. Tra l'altro, a fronte di spese certe, le coperture proposte si rifanno a entrate eventuali come quelle che si dovrebbero ottenere dalla lotta all'evasione fiscale. Dopo aver conquistato alcune modifiche in commissione, presenteremo pochi e mirati emendamenti rinnovando la nostra disponibilità ad un confronto costruttivo.

Comunicati di Raffaella Mariani e Paola De Micheli, Federica Mogherini, Andrea Lulli, Alberto Fluvi, Luigi Bobba, Margherita Mastromauro
 

previdenza

Sì a un contributo integrativo per le attività libero-professionali

Ci auguriamo che sulla proposta di legge per un contributo integrativo previdenziale per le attività libero professionali si raggiunga un ampio grado di condivisione: rappresenta, infatti, un passo in avanti in direzione di un sostegno concreto per gli iscritti alle casse professionali. I liberi professionisti, al pari dei lavoratori dipendenti, hanno diritto a beneficiare di adeguate prestazioni previdenziali e assicurative, ma attualmente percepiscono pensioni significativamente basse, soprattutto quando si tratta di professioniste donne.

Intervento in Commissione di Maria Luisa Gnecchi

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