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Newletter n.49/11

Lunedì 28 febbraio 2011

Quello che l'UE può fare di Alessandro Maran
Europa, 26 febbraio 2011
Davanti alle violenze che, come ha dichiarato Obama, «violano le norme internazionali e qualunque standard di decenza comune », la difesa del passato non è più una possibilità, comunque vadano le cose a Tripoli. L’Unione europea si prepara finalmente ad adottare sanzioni contro la Libia (che includono l’embargo sulle armi, il congelamento dei beni, il divieto di visto, contro esponenti del regime) e non esclude un intervento militare a scopo umanitario per assistere l’evacuazione dei propri cittadini.
L’Europa però non sembra in grado di giocare un ruolo all’altezza dei rischi che corre. È circondata da un arco d’instabilità che ne minaccia la sicurezza. Ma, alle tradizionali carenze di proiezione esterna della Ue, si sono aggiunte le risposte tardive alle crisi in Tunisia e in Egitto, le esitazioni nel contribuire ad una soluzione della crisi politica in Albania (che potrebbe rimettere in discussione le tappe dell’allargamento e, dunque, la stessa politica europea nei Balcani occidentali) e, più in generale, la mancata comprensione dei cambiamenti delle società arabe.
Eppure, la crisi in Medio Oriente potrebbe offrire all’Europa l’occasione per riacquistare credibilità presso il mondo arabo. Si è aperta una concreta prospettiva di cambiamento democratico che potrà realizzarsi solo se avrà il sostegno di attori esterni, in particolare dell’Europa oltre che degli Usa.
Quel che sta accadendo dimostra che la stabilità può essere illusoria e che è rischioso limitarsi a sostenere i regimi al potere affidando la nostra sicurezza alla loro stabilità. Sebbene sia necessario lavorare con i regimi esistenti (per quanto moralmente ripugnanti) per conseguire obiettivi regionali, è impossibile prevedere quando la presa del regime verrà meno. E quando accadrà, l’assenza di forti istituzioni politiche capaci di gestire la transizione può condurre a una situazione di pericolosa instabilità. Anche perché per gli atrofizzati e disorganizzati gruppi di opposizione, ottenere la stabilità è ancora più difficile. Per quanto possa essere arduo, dovremmo perciò incoraggiare, in quei paesi, lo sviluppo di istituzioni politiche più forti, più autonome, e di alternative credibili. Il che significa regole, partiti, sindacati.

Il ministro degli esteri Franco Frattini ha affermato che, a suo avviso, l’Ue «non deve interferire» nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di esportare il proprio modello di democrazia. Bisognerebbe, invece, ripensare (sempre che non sia già troppo tardi) le politiche europee progettate per portare stabilità e democrazia in queste aree. Non si tratta di adottare deleterie politiche di diffusione della democrazia con la forza, ma di offrire un riferimento e aiuti economici, sociali e culturali alle società civili e alle forze disponibili all’avvio di un processo di partecipazione popolare più ampio. La stabilità non può più essere perseguita al prezzo della democrazia.
Non sarebbe male ricordare che, dopo la caduta del Muro di Berlino e la dissoluzione della Jugoslavia, l’estensione all’Europa centrorientale di uno spazio di pace, di diritto e di democrazia (che fa dell’Europa a 27 il più grande agglomerato al mondo di uomini liberi e benestanti) è stato un successo storico innegabile, tanto più che per realizzarlo è bastata la sola forza di attrazione del modello europeo, la sua capacità di creare un cambiamento. Il disegno che ha guidato l’allargamento dell’Unione ai paesi ex comunisti è lo stesso disegno di pace architettato alla fine della Seconda guerra mondiale, di cui prima la Comunità europea e poi la successiva Unione europea sono la parte centrale: la guerra sarebbe stata «non solo impensabile ma effettivamente impossibile» a causa del livello d’interdipendenza che si sarebbe creato tra gli Stati della nascente comunità.Questo modello deve servire ai paesi europei per promuovere i propri valori anche fuori dall’Europa.
Nel corso della discussione sulla ratifica del trattato Italia- Libia che ha chiuso un contenzioso che ha origine nella guerra coloniale (oggi di fatto sospeso), ne abbiamo denunciato gli aspetti negativi, ma raccomandandone l’approvazione abbiamo ribadito che «lo Stato non è soltanto un governo, è un territorio popolato con un governo nazionale e una società. In altre parole, è un paese, e la nostra scommessa è quella che l’aumento dell’interdipendenza determini un cambiamento non soltanto nelle relazioni tra gli Stati ma anche nelle relazioni interne a quello Stato, determini, in altre parole, l’avanzare della società civile internazionale». Gli arabi stanno scoprendo un potere che non sapevano di avere. Ora si tratta di stare dalla loro parte. Il governo sembra ridurre il dramma della Libia (che non per caso è visto da Bossi come un utile diversivo) al pericolo di un’ondata migratoria. C’è in gioco, invece, una grande questione di libertà che impegna anche noi.
 
Informativa urgente del Governo sugli sviluppi della situazione in Libia
Seduta del 23 febbraio 2011
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, signor Ministro, le dimensioni del massacro non possono che suscitare emozione e disgusto. La comunità internazionale ha condannato duramente il colonnello e le imprese dei suoi sgherri. Siamo dovuti arrivare, però, a lunedì affinché il Presidente del Consiglio dichiarasse finalmente di considerare inaccettabile l'uso della violenza contro la popolazione civile. Fino a lunedì, signor Ministro, abbiamo trascurato quei principi umanitari nei quali proclamiamo di credere. Anche lei, signor Ministro, che il 17 gennaio scorso, sul Corriere della Sera, ha indicato Gheddafi come il modello per il mondo arabo.
Noi non sottovalutiamo che, nel futuro della Libia, l'Italia ha una posta in gioco importante; è, forse, il primo vero test di politica estera da parecchi anni a questa parte. Abbiamo in gioco interessi economici consistenti che riguardano le forniture energetiche e la partecipazione libica al capitale sociale di grandi banche ed imprese italiane. Inoltre, a differenza delle rivolte di Tunisia ed Egitto, la sollevazione in Cirenaica ha una forte, storica ed esplicita connotazione religiosa e c'è il rischio della divisione in due del Paese. Senza contare che il crollo di Gheddafi potrebbe far saltare gli accordi bilaterali con cui abbiamo contenuto i flussi migratori verso le nostre coste e ci troveremmo di fronte ad una nuova ondata migratoria.
Non si tratta, perciò, di un'occasione per combattere una battaglia di politica interna, ma le posizioni espresse in questi giorni dal Governo svelano la tentazione dell'astensione da qualunque forma di pressione esplicita nella convinzione - questa sottintesa, tacita - che la repressione di Gheddafi funzionerà tutelando anche gli interessi italiani.
Il ritorno al principio della non ingerenza, dopo gli anni dell'esportazione forzata della democrazia che qui ricordo soltanto, è a sostegno di questa visione di realpolitica e il silenzio mantenuto dal Presidente del Consiglio fino a lunedì è figlio di tale scommessa azzardata, non sufficiente a proteggere i nostri interessi e contraria ai nostri valori.
Di fronte al moltiplicarsi delle violenze, la politica libica dell'Italia non può essere la stessa. Una posizione cinicamente realpolitica è insostenibile e sbagliata. È insostenibile davanti alle dimensioni del massacro, è insostenibile perché rischia di farci pagare un prezzo, sul piano degli interessi, con chi verrà dopo, oltre che su quello dei valori. È sbagliata perché, anche se non è chiaro ancora se esistono interlocutori alternativi, la relazione speciale di Gheddafi con l'Italia è destinata a finire, comunque vadano le cose a Tripoli. È sbagliata perché si è aperta una concreta prospettiva di cambiamento democratico che potrà realizzarsi solo se avrà il sostegno di attori esterni, in particolare dell'Europa, oltre che degli Stati Uniti d'America. E quel che sta accadendo ricorda all'Europa che la stabilità può essere illusoria ed è illusorio limitarsi a sostenere i regimi al potere affidando la nostra sicurezza alla loro stabilità. Sebbene sia necessario lavorare, com’è ovvio, con i regimi esistenti per quanto moralmente ripugnanti, per conseguire obiettivi regionali, è impossibile prevedere quando la presa del regime verrà meno. E quando accadrà, l'assenza di forti istituzioni politiche capaci di gestire la transizione può condurre ad una situazione di pericolosa instabilità. Per i gruppi di opposizione atrofizzati e disorganizzati conseguire la stabilità è ancora più difficile e, perciò, sebbene possa essere complicato, dovremmo incoraggiare, in quei Paesi, lo sviluppo di più forti, più autonome, istituzioni politiche e di alternative credibili.
Una posizione cinicamente realpolitica è sbagliata perché la crisi in Medio Oriente potrebbe offrire all'Europa l'occasione per riacquistare credibilità presso il mondo arabo. Lei ha affermato che, a suo avviso, l'Unione europea non deve interferire nei processi di transizione in corso nel mondo arabo cercando di esportare il proprio modello di democrazia.
Bisognerebbe invece - è questa più Europa - ripensare le politiche europee disegnate per portare stabilità e democrazia in queste aree, sempre che non sia già troppo tardi. Non si tratta di adottare toni paternalistici o politiche controproducenti di diffusione di democrazia con la forza, ma di essere di riferimento e fornire aiuti economici, sociali e culturali a favore delle società civili e delle forze disponibili all'avvio di un processo di partecipazione popolare più ampio.
L'attuale crisi dei Paesi arabi come mai in passato permette una piena sovrapposizione ormai della retorica europea pro stabilità e di quella pro democrazia. La stabilità non può più essere perseguita al prezzo della democrazia. È sbagliata questa posizione proprio perché in ragione dei rapporti importanti del nostro Paese con la Libia e alla luce della positiva chiusura del contenzioso coloniale con la firma del Trattato di amicizia e di cooperazione, l'Italia ha il diritto e il dovere di alzare la voce contro Gheddafi e i suoi metodi. È sbagliata perché l'imbarazzo rivela una gestione del Trattato di natura propagandistica, disposta a concedere a Gheddafi e a sopportare i suoi capricci (penso all'harem e alla tenda di villa Doria Pamphilj), pur di ottenere risultati di immagine in materia di immigrazione, come ha fatto lei, signor Ministro. Come si fa ad invocare l'Europa in materia di immigrazione se le direttive, a cominciare da quella del 2008, non sono state ancora recepite dal nostro Paese?
Gli arabi stanno scoprendo un potere che non sapevano di avere ed è tempo di dare loro una mano. Noi ci impegnamo, il nostro impegno non è in discussione, ma sarebbe ora di accantonare definitivamente quella che, vedendo Berlusconi sbucare della fontana dietro la Merkel, il Financial Times ha definito «la politica del cucù», la «peekaboo politics»; una concezione dei rapporti internazionali in cui la chiave è il grado di intimità...

PRESIDENTE. Deve concludere.

ALESSANDRO MARAN. ...che il Presidente del Consiglio riesce a stabilire con i leader stranieri, una strategia che con Gheddafi ha prodotto risultati grotteschi e indecorosi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). 
 

Milleproroghe

Solo nuove tasse e nessun aiuto per le famiglie

Per evitare lo smottamento della maggioranza, il governo è ricorso alla fiducia per l'approvazione del cosiddetto milleproroghe. Si tratta di un provvedimento pasticciato, censurato da tutte le istituzioni che hanno avuto modo di esprimersi e disconosciuto addirittura da chi lo ha presentato. E' stato infatti lo stesso Presidente del Consiglio Berlusconi a definirlo un ippopotamo e a scaricarne le responsabilità del 'pasticcio' sul ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Sul testo è intervenuto anche il Capo dello Stato che ha richiamato il governo al rispetto delle istituzioni parlamentari. La maggioranza aveva, infatti, cercato di approvare il provvedimento bypassando le commissioni di merito e forzando i regolamenti. L'intervento di garanzia di Napolitano ha stoppato questo tentativo e costretto il governo ad una ripulitura di tutti quei micro interventi settoriali inseriti al Senato per ricompensare quei presunti 'responsabili' che hanno deciso di entrare a sostegno della squadra governativa. Il milleproroghe era diventato la prova provata, la pistola fumante, della spregevole campagna acquisti che sta avvenendo in parlamento. L'intervento della presidenza della Repubblica ha permesso di correggere le questioni di metodo, ma nel merito il provvedimento resta molto negativo; non rappresenta certo la promessa di una frustata all'economia e contraddice il refrain berlusconiano di 'meno tasse per tutti'. Il maxiemendamento è infatti pieno di nuovo balzelli: quello che aumenta di 1 euro il prezzo del biglietto del cinema, quello sui cittadini vittime di calamità naturali che si dovranno pagare da soli le loro disgrazie, quelli sulla benzina e sulla luce che serviranno a finanziare i servizi di pulizia delle città. Solo i 'furbetti delle quote latte' amici della Lega vedranno slittare il termine entro cui dovranno mettersi in regola con il fisco: un'altra tassa che il Carroccio impone agli italiani peraltro prelevando i soldi dall'assistenza dei malati oncologici. Un vero e proprio scandalo.

 
 

i temi della scorsa settimana

Libia: una tragedia enorme
Il nostro governo si dimostra inadeguato

Una tragedia inaspettata ed enorme. Le notizie, anche se frammentarie e spesso confuse, non lasciano speranze: i morti sono tantissimi, è una guerra civile. Di fronte ad un evento così inaspettato e violento, è purtroppo emersa l'inadeguatezza del nostro governo, incapace di stare sulla scena internazionale e di gestire in modo coerente e dignitoso le relazioni con un paese vicino, rese complicatissime da una lunga storia, dalle ricche forniture petrolifere e dai flussi migratori. Berlusconi ha sostituito alle relazioni diplomatiche l'intimità dei rapporti e questo è la negazione della politica estera. Abbiamo chiesto al governo di chiarire in che modo intenda affrontare la crisi e la risposta è stata confusa, incomprensibile, al di sotto anche delle minime necessità.


Difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi

Dario Franceschini ha lanciato la proposta di una grande mobilitazione in difesa della scuola pubblica, dopo le critiche del premier Silvio Berlusconi. "Tutti di nuovo in piazza, come le donne il 13 febbraio senza simboli e bandiere, a difendere la scuola pubblica dagli insulti di Berlusconi", è l'appello del presidente dei deputati del Pd.

 
Agenda dell'Aula
federalismo fiscale

Governo sordo ai nostri rilievi sul fisco municipale

Mentre è stata avviata in commissione Bicamerale la discussione del decreto legislativo sul federalismo regionale, il governo resta sordo ai nostri gravi rilievi sulle norme in merito al fisco municipale. Dopo lo stop del presidente Napolitano, che non ha voluto firmare il testo senza la sua approvazione parlamentare, martedì prossimo in Aula si voteranno le comunicazioni del governo: in ballo c'è una riforma che non può essere varata a colpi di fiducia. Abbiamo dimostrato che le nostre critiche non sono pregiudiziali ma fondate sul merito: così come è stato scritto, il nuovo fisco significa soltanto moltiplicazione delle tasse. Noi continuiamo costruttivamente ad apportare il nostro contributo sul fisco regionale: abbiamo chiesto che venga ascoltata in Commissione la Corte dei Conti che solo pochi giorni fa ha fornito dati drammatici sulla corruzione nella pubblica amministrazione.

  • Comunicati di Francesco Boccia, Sergio D'Antoni, Stefano Graziano

  • siti contaminati

    La nostra mozione per la riqualificazione dei territori

    All'esame dell'Aula la nostra mozione sulla gestione dei siti contaminati, uno dei maggiori problemi ambientali per i Paesi europei. La presenza di sostanze potenzialmente pericolose nel suolo può portare ad effetti negativi sulla salute dell'uomo e sugli ecosistemi. Chiediamo che sia garantita in tempi certi la bonifica e la riqualificazione dei territori che hanno subito le conseguenze di una intensa attività industriale, che ne ha compromesso gravemente gli equilibri ambientali e l'opportunità di affidare le operazioni di bonifica alle Regioni.

  • Testo della mozione
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    Il calendario dell'Aula della settimana
     

    dalle commissioni

    processo breve
    Audizioni confermano effetti devastanti del provvedimento

    E' terminato in commissione Giustizia il ciclo di audizioni sul processo breve. Tutti i procuratori generali italiani che sono stati ascoltati hanno categoricamente bocciato le norme e stigmatizzato la gravità dell'impatto sul sistema giustizia italiano che deriverebbe dall'approvazione del provvedimento. E' emerso chiaramente che si tratta di un insieme di norme che non servono agli italiani ma a salvare qualche imputato privilegiato. Ma la maggioranza vuole accelerarne l'esame e ha calendarizzato il provvedimento per il 28 marzo pochi giorni prima dell'avvio del processo che vede Berlusconi imputato per i reati di prostituzione minorile e concussione.

      video della settimana

  • Dario Franceschini - Crisi libica
  • Gino Bucchino - Offerti 150 mila euro...
  • Michele Ventura - DL Milleproroghe
  • Pierpaolo Baretta - DL Milleproroghe
  • Cesare Damiano - DL lavori usuranti
  • Franco Narducci - Tutela di Stefano Righi
  • Dario Franceschini - No a immunità parlamentare
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    Tutte le interrogazioni e le interpellanze presentate
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