Ratifica del Trattato Italia-Libia
Seduta del 21 gennaio 2009
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Maran. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO MARAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, come abbiamo detto, la ratifica in esame è il punto di arrivo di una lunga vicenda politica che ha visto impegnati diversi Governi del Paese. L'Italia ha favorito la progressiva normalizzazione delle relazioni bilaterali, e l'intensificazione dei rapporti politici ed economici con la Libia, dopo l'accettazione, da parte della Libia, dell'autorità della comunità internazionale sul caso Lockerbie, e quindi con la fine del regime sanzionatorio dell'ONU. L'Italia ha accompagnato, e favorito, questo processo, scommettendo, ancora una volta, sulla forza civilizzatrice del diritto internazionale, sulla possibilità che l'aumento
dell'interdipendenza determini un cambiamento nelle relazioni tra Stati ex nemici, e determini l'avanzare della società civile internazionale.
Come ha affermato ieri il Presidente Obama, rivolto al mondo musulmano, noi cerchiamo una nuova strada per andare avanti sulla base
di interessi e rispetto reciproci. Non per caso Gheddafi è diventato uno degli interlocutori degli Stati Uniti in quell'area, sia come
potenziale modello per le altre nazioni tentate dalla proliferazione atomica, sia come argine al fondamentalismo islamico e al terrorismo.
Come ricordato questa mattina, a proposito di contenzioso storico, vi è un precedente storico nel nostro Paese, ed è quello della Jugoslavia di Tito (un dittatore comunista, per niente rispettoso dei diritti umani).Quanti allora salutarono con soddisfazione la fine di quel contenzioso storico con un Paese guidato da una dittatura (con il trattato di Osimo del 1975), quanti accettarono, nel nome della pace e della sicurezza in Europa, in nome di valutazione geopolitiche, perché la Jugoslavia collocava tra i Paesi non allineati, in nome di considerazioni economiche, la fine del contenzioso, forse oggi dovrebbero - ne ho visti alcuni - togliersi di dosso la maglietta con le insegne di chi vuole esportare la democrazia. Intanto, perché come abbiamo visto questo non funziona, e poi perché il nostro Paese pagò allora i danni
di guerra, con i beni degli esuli istriani e dalmati, la maggior parte dei quali non ha ancora ricevuto alcun indennizzo. Noi non abbiamo taciuto i punti di possibile criticità del provvedimento. Abbiamo a lungo dibattuto, anche in seno alla Commissione, la questione della compatibilità con l'articolo 5 del trattato NATO, che oggi è rispettato dall'Assemblea con l'accoglimento di un ordine del giorno a nostra
firma, e la questione della copertura finanziaria, di un onere finanziario eccessivo. Né abbiamo taciuto l'impressione che, a fronte
di uno Stato denunciato più volte da organizzazioni che si occupano di diritti dell'uomo per pratiche profondamente lesive di questi diritti (come la tortura e la mancanza di garanzie processuali), si potesse ottenere qualcosa di più, il nostro Paese potesse ottenere qualcosa di più in occasione della stipula di un accordo bilaterale. L'Italia poteva, forse, cercare di ottenere maggiori garanzie sul fronte di un maggior rispetto dei diritti fondamentali e sul fronte della garanzie istituzionali che caratterizzano i sistemi compiutamente democratici.
Non vi è dubbio che molti dei punti del lungo contenzioso oggi risultano risolti a favore della Libia. Non vi è dubbio che si potesse
fare di meglio e che noi, ho l'ambizione di dirlo, ci saremmo impegnati per fare meglio. Rilevo che il punto più scottante, sul quale vale la
pena di svolgere delle osservazioni, e sul quale ci siamo soffermati tutti, è quello sull'immigrazione verso le nostre coste di migliaia di persone, vittime in gran parte di una tratta senza scrupoli, sulla quale si è sempre sospettato che lo stesso Gheddafi, stringesse o allentasse la morsa in ragione di una pressione nei confronti delle nostre autorità. Le ultima tragedie nel Canale di Sicilia con decine, e decine, di annegati non possono che far salutare positivamente l'avvio del già concordato pattugliamento congiunto delle rotte interessate, per scoraggiare le partenze e - auspico - anche per evitare naufragi senza soccorso. Berlusconi ha detto: combatteremmo insieme contro i mercanti di schiavi. È verosimile che incassato il successo diplomatico, e ottenuto il risarcimento, il Governo libico si impegnerà nel contrasto degli scafisti criminali, ma resta la domanda sulle modalità con cui il giro di vite verrà compiuto, sulle quali ci siamo a lungo interrogati. Il flusso di coloro che cercano fortuna in Europa è ampio e destinato a crescere. Dall'Africa subsahariana questi ultimi giungono sulle coste meridionali del Mediterraneo e da lì tentano comunque l'avventurosa attraversata. Se non potranno salpare quale sarà - questa è la domanda che abbiamo più volte posto - il loro destino in Libia? Saranno espulsi, o saranno rimpatriati in modi rispettosi dei minimi standard umanitari? Alle frontiere meridionali come verranno bloccati, come verranno respinti? Noi non vorremmo che le vittime del mare si trasformassero, nel silenzio e lontano da ogni sguardo, nelle vittime del deserto. Qui basterebbe poco, forse basterebbe fare in modo che osservatori italiani avessero accesso a tutte le zone critiche, basterebbe insistere su quel monitoraggio che abbiamo a lungo richiesto. Dico anche però che sarebbe un errore sottovalutare il Trattato di amicizia, di partenariato e di cooperazione firmato da Italia e Libia. L'accordo è rilevante per l'entità economica, per la valenza politica. Ho sottolineato anche un profilo ideale che riguarda il risarcimento e le conseguenze ed i rischi sul fronte dei flussi migratori africani. L'intesa ha molte ragioni pragmatiche ma vuole anche riconoscere i drammi inflitti Libia. Su questo ci siamo poco soffermati. Si tratta di drammi inflitti durante l'occupazione che si protrasse dal 1911 al 1943, quando fummo sconfitti dagli inglesi. Qui vale la pena di dire che è giusto chiudere il contenzioso per i danni di guerra, e che è per l'Italia un dovere morale perché si tratta di un'ammissione di responsabilità, moralmente rilevante al di là delle dispute storiografiche sull'entità dei crimini commessi durante la colonizzazione e dei dibattiti sulle responsabilità che i Paesi mantengono per gli atti dei regime passati. Ci sono, come dicevo, anche ragioni molto pragmatiche che hanno spinto il Governo a
chiudere quarant'anni di malintesi con il regime del colonnello Gheddafi. L'accordo ha una convenienza economica per il nostro Paese.
Fa parte di una strategia di diversificazione dei nostri rifornimenti energetici che sono affidati, finora, a non molti Paesi che non hanno
caratteristiche molto diverse dalla Libia per quello che riguarda la tutela dei diritti umani.
Il Trattato consolida il quadro delle relazioni economiche non solo per l'immensa portata del partenariato energetico, che costituisce uno
dei pilastri della diversificazione del nostro approvvigionamento, e potrà ulteriormente svilupparsi per l'estensione delle ricerche
dell'ENI, ma ha anche una grande rilevanza per le opportunità di mercato che saranno offerte alle nostre imprese. Consolida le relazioni culturali con la Libia (tenete conto che è l'unico Paese di quell'area in cui si continua a parlare l'italiano) e allarga la presenza italiana
nel mondo arabo. Certo per quel Paese è un contributo alla fine dell'isolamento in cui si è trovato e la promessa di realizzare quella
regione economica afro-mediterranea che finora è esistita soltanto sulla carta, una regione di cui anche noi potremmo beneficiare. La scelta - dicevo - è quella di scommettere sull'incivilimento che derivare dal diritto internazionale. Dal punto di vista internazionale, lo Stato non è soltanto un Governo, è un territorio popolato con un Governo nazionale e una società. In altre parole, è un Paese, e la nostra scommessa è quella che l'aumento dell'interdipendenza determini un cambiamento non soltanto nelle relazioni tra gli Stati ma anche nelle relazioni interne a quello Stato, determini, in altre parole, l'avanzare della società civile internazionale. Perché l'uso della forza perde importanza mentre ne acquista il diritto internazionale come quadro di riferimento per regolamentare quegli alti livelli di interdipendenza. Per queste ragioni, noi raccomandiamo l'approvazione del provvedimento in esame.














