Partito Democratico - Le parole chiave
A cura di Marco Meacci (Editori Riuniti, 2007). Prefazione di Pietro Scoppola

E’ uscito in tutta Italia, proprio nella settimana dei due Congressi nazionali di Ds e Margherita chiamati a dare il via alla costituzione del Partito Democratico, il libro “Partito democratico - Le parole chiave”, a cura di Marco Meacci.
Il libro, pubblicato da Editori Riuniti (192 pagine, 12 euro) è una sorta di alfabeto ragionato sul nuovo partito. Tante parole chiave individuate da Marco Meacci per disegnare, quella che è considerata la questione cruciale dall'autore, la nuova cultura politica del nuovo soggetto.
Marco Meacci (sindaco, dal 1995 al 2004, di Monte San Savino, la “Cittadella dell’Ulivo” che ha ospitato la prima, storica, Convention nazionale di Gargonza del marzo '97 e dove, nel giugno 2003, è stata fondata la Rete nazionale dei cittadini per l’Ulivo) ad oltre dieci anni da Gargonza, ha chiesto a venti personaggi della politica, delle istituzioni, della cultura e del giornalismo italiano, di lavorare alla costruzione divulgativa della nuova cultura politica progressista.
Si va dalla A di Ambiente di Ermete Realacci, Presidente onorario di Lega Ambiente nazionale alla S di Sintesi del Sindaco della capitale Walter Veltroni. Da ministri come Rosy Bindi e Vannino Chiti, al Capogruppo dell'Ulivo alla Camera Dario Franceschini a tanti intellettuali da Gian Franco Pasquino a Omar Calabrese. Alessandro Maran ha contribuito a questo alfabeto di riferimento del nuovo partito con la stesura di una voce, di una parola simbolo: la E di Europa.
Contributo di Alessandro Maran
EUROPA. Il processo di integrazione europea ha accompagnato e indirizzato la lunga transizione italiana dopo la crisi del sistema dei partiti che aveva organizzato e guidato l’Italia post-bellica. Con il trattato di Maastricht (1991) e la decisione di “allargare” l’Unione ai paesi dell’Europa centrale e orientale (e, in prospettiva, anche ai Balcani e alla Turchia) si è avviata la costruzione di un’Unione politica che punta a fare dell’Europa un nuovo attore politico globale.
Per onorare gli impegni assunti con il trattato di Maastricht, l’Italia ha dovuto cambiare le abitudini e gli indirizzi di governo del quindicennio precedente. L’Europa ha funzionato come un forte incentivo e come un vincolo tassativo per la politica di risanamento, ha dato avvio ai cambiamenti che stanno trasformando l’assetto istituzionale del paese rafforzando notevolmente le sue capacità di governo ed è stata anche una straordinaria fonte di identificazione collettiva nel momento in cui è venuta meno la fiducia nelle istituzioni politiche nazionali.
L’aggancio all’Europa è stato il frutto di un consapevole progetto politico e ideale che ha visto impegnati ampi settori della classe dirigente del paese per molti anni; e nell’idea di Europa si sono rigenerate quelle domande di giustizia sociale, solidarietà e progresso che nel Novecento hanno animato grandi movimenti come quello socialista e quello cattolico.
L’Italia ha bisogno di completare il processo di trasformazione e di europeizzare molti dei suoi comportamenti e delle sue politiche. Ma senza un nuovo sistema politico non potrà integrarsi pienamente in Europa. Nel sistema politico italiano si continua a registrare una relazione inversamente proporzionale tra la capacità decisionale dell’esecutivo e l’influenza dei partiti politici. Ciò non avviene in nessun’altra democrazia europea. Nel Regno Unito, in Germania o in Spagna, il formato e il funzionamento del sistema dei partiti incentivano la coincidenza tra potere esecutivo e potere politico e il capo del governo è anche il capo del partito di maggioranza. Inoltre, dovunque in Europa, socialismo, liberalismo, personalismo cristiano stanno convergendo nella costruzione di una nuova politica dello sviluppo e dell’inclusone. Da qui l’esigenza di un grande Partito democratico, di un soggetto politico capace cioè di svolgere quella stessa funzione politica che nei principali paesi europei è svolta dai partiti socialisti e socialdemocratici e che nessuna delle tradizioni del riformismo italiano è in grado, da sola, di animare.
Dopo il fallimento dei referendum francese e olandese (2005) che hanno bocciato la Costituzione europea e la decisione di rinviare il processo di ratifica negli altri paesi membri, l’Europa vive uno dei momenti più difficili della sua storia recente. L’Europa, dopo i successi degli ultimi anni (la nascita della moneta unica (2002) che ha creato lo spazio economico indispensabile ad affrontare le sfide della competizione globale; l’allargamento (2004) a 10 nuovi paesi dell’Europa meridionale e centro-orientale, 8 dei quali usciti da regimi di socialismo reale da poco più di un decennio; la firma a Roma (2004) del Trattato costituzionale dell’Unione europea), sembra incerta sulla direzione da prendere e proprio il timore di perdere alcune prerogative ha fatto riemergere, tra gli Stati membri, le spinte protezionistiche volte a rinazionalizzare alcune politiche invece che a “comunitarizzare” (in tutti quei settori che esprimono un interesse comune: ad esempio, la politica estera e di sicurezza comune) quelle ancora competenza degli Stati, in coerenza con gli obiettivi raggiunti.
L’Europa divide anche la politica italiana. La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) si è caratterizzata per l’indirizzo euroscettico, la ricerca di rapporti preferenziali con l’amministrazione americana, il governo inglese, quello russo e quello israeliano fuori dal quadro di una politica estera comune della Ue (e spesso contro di essa) ed ha generato una progressiva emarginazione del paese in Europa e la sua crescente irrilevanza internazionale. Una posizione originata anche dal nazionalismo economico che ha ispirato la politica del centrodestra. Per il centrosinistra invece l’Europa resta la cornice dentro la quale collocare le soluzioni di fondo della crisi italiana. In altre parole, la piena integrazione europea offre la possibilità di mutare alcuni tratti della storia italiana e la collocazione dell’Italia nella comunità internazionale. In questo senso, l’Europa resta, per l’Italia, una necessità più di quanto lo sia per gli altri paesi europei. Ma l’Italia, negli anni che verranno, dovrà utilizzare l’Unione europea non soltanto come vincolo ma anche come risorsa, elaborando dei progetti italiani per l’Europa; e il modo migliore per l’Italia di tutelare i propri interessi è stato sempre quello di assumere un ruolo di punta nella definizione del comune interesse europeo. L’Italia, la principale proiezione dell’Europa nel Mediterraneo, può contribuire infatti al rilancio dell’ispirazione federale e del profilo sovranazionale dell’Unione che resta la condizione necessaria della sua crescita democratica. Per uscire dalla crisi bisogna anzitutto sconfiggere le paure dei cittadini e di chi li governa, convincendoli che l’Europa è indispensabile per far fronte alle nuove condizioni dell’economia e della politica mondiale e che rappresenta l’unica speranza per salvaguardare un modello di giustizia sociale, un progetto culturale e le condizioni per uno sviluppo economico prospero e sostenibile. Oggi i progetti di governo possono concepirsi solo in termini europei e il futuro dell’Italia e di tutti paesi dell’Unione, di fronte alle sfide della globalizzazione e dell’emergere di nuove potenze economiche e politiche, è necessariamente un futuro di maggiore integrazione. E’ stato osservato che, tra poco più di un decennio, sulla base degli indici di sviluppo, nel G7 non ci sarà spazio per nessuno dei paesi europei. Se i membri dell’Unione vorranno contare ancora nello scenario globale dovranno fare in modo che dopo la Cina, gli Stati Uniti, l’India, la Russia e il Brasile, il settimo posto nel G7 sia dell’Unione europea. Per contrastare la crisi attuale l’Europa dovrà essere percepita non solo, com’è stato per le generazioni passate, come un ideale e un simbolo di pace, ma come una necessità. A ben guardare (e forse è quel che più conta), l’impegno politico stesso e il ruolo stesso della politica possono rinascere solo attorno al progetto di una Europa unita che, con il suo patrimonio di valori e la sua forza politica, si possa presentare come portatrice di una grande funzione storica su scala mondiale: la strada che l’Europa ha imboccato per darsi unità e pace sulla scorta dei propri errori, quella della limitazione dei poteri sovrani, è infatti la strada che il mondo intero dovrà percorrere.
Lucien Febvre, L’Europa. Storia di una civiltà, Donzelli editore, 1999.
Maurizio Ferrera, Elisabetta Gualmini, Salvati dall’Europa?, Il Mulino, 1999.
Giorgio Napolitano, Europa politica. Il difficile approdo di un lungo percorso, Donzelli editore, 2003.
Tommaso Padoa-Schioppa, Europa, forza gentile. Cosa ci ha insegnato l'avventura europea, Il Mulino, 2001.
Condannata al successo? L’Italia nell’Europa integrata A cura di Giuseppe Di Palma, Sergio Fabbrini, Giorgio Freddi, Il Mulino, 2000.
Alessandro Maran è nato a Grado (Go) il 15 aprile 1960 e vive a Gorizia. E’ stato segretario regionale dei Democratici di Sinistra del Friuli Venezia Giulia dal 1998 al 2001. Nel 2001 è stato eletto alla Camera dei Deputati per l’Ulivo nel collegio di Gorizia. Nel corso della XIV legislatura ha fatto parte della Commissione Affari costituzionali. Rieletto nel 2006 nella lista dell’Ulivo nella circoscrizione del Friuli Venezia Giulia, è capogruppo nella Commissione Giustizia. Ha pubblicato: Sconfini. Il Friuli Venezia Giulia da baluardo a crocevia (Nuova Dimensione 2001), Quel pasticciaccio brutto della nuova Costituzione (Tullio Pironti Editore 2005), Ma io sogno più forte. Diario di un riformista (Nuova Dimensione 2006).














