Per il Partito democratico
Monfalcone, 19 febbraio 2007
Cercherò di illustrare le ragioni di fondo della proposta, che sottoporremo al voto degli iscritti, di costruire un partito nuovo, il Partito democratico. Proverò anche a rispondere ad una domanda che ogni tanto fa capolino nella nostra discussione: "Chi ce lo fa fare?"Chi ce lo fa fare di imbarcarci nella costruzione di un nuovo soggetto lasciando, ancora una volta, il certo per l’incerto?
Molti di noi ricordano un’Italia senza voli low cost, senza telefonini, senza bancomat. Un’Italia in cui Dc e Pci raccoglievano oltre il 70% dei voti e agli altri rimanevano le briciole. Quell’Italia non c’è più. E non c’è più quel contesto relativamente protetto nel quale si è sviluppato, negli anni 50 e 60, il nostro sistema produttivo; quel contesto nel quale ogni grande democrazia industriale poteva permettersi di fare un po’ di tutto (dalle automobili ai farmaci) per alimentare un mercato interno che restava protetto. La globalizzazione dei mercati ha cambiato questa situazione e oggi ciascun paese si concentra su ciò che sa fare meglio e lascia perdere tutto il resto. Così l’Italia si è scoperta improvvisamente piccola in un mondo sempre più grande. Tra poco più di un decennio, sulla base della proiezione degli indici di sviluppo, nel G7 non ci sarà più spazio per nessuno dei paesi europei. Se i paesi membri dell’Unione vorranno contare ancora nello scenario globale dovranno fare in modo che dopo la Cina, gli Stati Uniti, l’India, la Russia e il Brasile, il settimo posto nel G7 sia, una volta tanto, dell’Unione europea. L’Europa infatti non è più soltanto un ideale e un simbolo di pace, com’è stato per le generazioni passate, ma è diventata una vera e propria necessità.
Il mondo è cambiato. In meglio o in peggio non importa. E’ qui che dobbiamo vivere. E da questa consapevolezza trae origine la proposta di costruire una più grande e nuova forza riformista. Si tratta appunto di dar vita ad un nuovo soggetto per guidare l’Italia in questo passaggio storico. Un grande cambiamento è in atto e noi stentiamo a riconoscerlo e ad adattarci. Ma chi agisce in questo modo è destinato alla rovina. E’ gia capitato al nostro paese. Quando in Europa si svilupparono robusti stati nazionali, noi non riuscimmo a superare la dimensione comunale e i tanti staterelli e ad adattarci alle nuove necessità. Questa incapacità ci costo carissima: le potenze europee si spartirono l’Italia e ci vollero secoli per uscire dalla marginalità e dalla miseria e per riunificare il paese. Ed è il caso di richiamare la celebre e appropriata osservazione di Niccolò Macchiavelli circa il ruolo (allora) del Papato: troppo piccolo per unificare l’Italia e troppo grande per consentire che altri riuscisse nell’impresa. E’ il rischio, passatemi il paragone, che oggi corrono i Ds.
L’Italia ha bisogno di completare il processo di trasformazione e di europeizzare molti dei suoi comportamenti e delle sue politiche. Ma senza un nuovo sistema politico non potrà integrarsi pienamente in Europa. Nel sistema politico italiano si continua a registrare una relazione inversamente proporzionale tra la capacità decisionale dell’esecutivo e l’influenza dei partiti politici. Ciò non avviene in nessun’altra democrazia europea. Nel Regno Unito, in Germania o in Spagna, il formato e il funzionamento del sistema dei partiti incentivano la coincidenza tra potere esecutivo e potere politico e il capo del governo è anche il capo del partito di maggioranza. Anche per questo abbiamo bisogno di un grande Partito democratico. Abbiamo bisogno di un soggetto politico capace cioè di svolgere quella stessa funzione politica che nei principali paesi europei è svolta dai partiti socialisti e socialdemocratici; un soggetto politico che nessuna delle tradizioni del riformismo italiano è in grado, da sola, di animare.
Si tratta, come dicevamo, di guidare l’Italia in questo passaggio storico. Si è parlato spesso, negli ultimi anni, del rischio di declino per l’Italia. Perché il nostro paese è quello che cresce meno tra i paesi europei, e mai nel dopoguerra è cresciuto così poco; perché è un paese che non fa più figli e la popolazione invecchia ad un ritmo superiore a quello della "vecchia" Europa; perché in Italia la mobilità sociale è bloccata e, più che in altri paesi, è probabile che al figlio dell’operaio tocchi tornare in fabbrica, di solito più precario del babbo; perché la transizione politico istituzionale sembra non avere fine.
Berlusconi doveva rivoltare l’Italia come un calzino, ma alla fine di problemi ha risolto solo qualcuno dei suoi. La sua ricetta è stata, con uno slogan, "meno regole, meno tasse e meno sindacato" ma, in questo modo, ha sprecato il risanamento (cioè i sacrifici degli italiani) ed ha solo aggravato i mali antichi (come il divario Nord-Sud) e recenti (come il debito pubblico) del Paese.
Perché il nostro paese cresce così poco? Naturalmente, per molte ragioni. Le nostre difficoltà vengono riassunte da un indicatore, quello della scarsa produttività totale del fattori. Il fatto è che molte cose non vanno. A cominciare dalla bassa partecipazione al mercato del lavoro di giovani e di donne. Per continuare con un welfare che è tra quelli che meno contribuiscono a ridurre le disuguaglianze in Europa perché largamente incentrato sulle pensioni; perché le risorse lasciate libere sono male utilizzate; perché in mancanza di un sistema di ammortizzatori sociali come si deve, usiamo la famiglia come "ammortizzatore sociale": dopo 16 anni di Thatcher, nel Regno Unito la cura dei bambini, degli anziani, dei giovani in cerca di lavoro, dei malati di mente, è compito dello Stato; in Italia è compito della famiglia. Ma l’elenco delle cose che non funzionano è molto lungo. Mancano infrastrutture moderne. E non vale solo per le ferrovie, vale anche per la giustizia. Il buon funzionamento della giustizia è un bene pubblico più importante degli investimenti nel ponte sullo stretto o degli aiuti di stato a questo o a quel campione nazionale.
Il nostro paese ha una specializzazione sbagliata. Noi produciamo scarpe, magliette, coltelli e sedie e non tecnologia aerospaziale. Tutte cose facili da imitare. Inoltre, non riusciamo ad attrarre investimenti stranieri. Tanto per fare un esempio, dietro al grande sviluppo della Spagna ci sono i capitali del nord Europa. Basta andare alle Baleari per rendersene conto: l’aeroporto di Palma de Mallorca è come quello di Francoforte. E, inevitabilmente, viene da porsi una domanda: "Perché i tedeschi investono nelle Baleari e non in Sicilia? Com’è possibile visto che la Sicilia resta incomparabilmente più bella?" La risposta è purtroppo semplice: "Perché non conviene investire i propri soldi dove non ci sono infrastrutture adeguate, manca addirittura l’acqua, la pubblica amministrazione è quella che è, la presenza della criminalità organizzata è pervasiva e così via". Questo ci impedisce ovviamente di valorizzare le risorse che abbiamo. Nel mondo il cappuccino o la pizza, tipici prodotti italiani, vengono venduti da grandi imprese americane: Starbucks o Pizza Hut, catene mondiali che hanno imposto ovunque un modo di mangiare nato in Italia. Perché non basta essere creativi; per valorizzare le risorse ambientali, culturali e perfino gastronomiche, ci vogliono organizzazione d’impresa e uno Stato come dio comanda. Senza contare che si stenta ancora a premiare il merito. Basta pensare all’Università. Un giornalista di Time, in un’inchiesta di qualche tempo fa, ha chiesto ad un nostro ricercatore emigrato in America le ragioni della sua scelta e la risposta è stata lapidaria: "Andiamo in America perché negli Stati Uniti si premia il merito e il duro lavoro". Ecco una cosa "di sinistra". Il premio al merito e al lavoro è un valore della sinistra, perché il merito e il lavoro sono il motore dell’ascensore sociale.
Qual è la cura? Abbiamo detto, anche in campagna elettore, la crescita innanzitutto. Perché la crescita è un elemento chiave non solo per gli standard di vita, ma anche per le libertà sociali e politiche. Lo sviluppo economico rende infatti una società più aperta, tollerante, democratica; e non è un caso che l’avversione popolare agli immigrati sia cresciuta in questo lunghissimo periodo di stagnazione. Crescita, dunque. Da qui l’intervento sul cuneo fiscale. Subito. Per consentire alle imprese per recuperare competitività di prezzo. Poi nel medio periodo, bisogna anzitutto investire nella "testa" dei nostri ragazzi e nella ritrovata centralità del Mediterraneo, e dunque dell’Italia, nei traffici internazionali. Nel frattempo, bisogna liberalizzare tutto quello che si può. Tutte cose che abbiamo cominciato a fare. Anche se, come sempre, ci sono luci ed ombre: la Finanziaria, ad esempio, opera egregiamente una correzione di più di un punto e mezzo di Pil sul deficit e di inversione della curva del debito, senza elevare la pressione fiscale a livelli insostenibili, al di là delle fandonie che si sentono in giro; assolve molto meno egregiamente al compito di intervenire sui gangli vitali dell’economia del Paese, per metterli in efficienza e garantirgli equità e sostenibilità. Il governo ce la sta mettendo tutta per restituire all’Italia fiducia, credibilità e crescita, ma l’eterogeneità della coalizione e l’esiguità della maggioranza obbligano a mediazioni e provocano affanni e, con gli affanni, c’è il rischio di fare degli errori. Qui veniamo al problema di fondo: se non c’è un soggetto nuovo, frutto della convergenza delle culture riformiste in una cultura comune, le riforme non si fanno. Perché per farle ci vuole forza politica. Quella forza che non c’è, se le energie dei riformisti sono disperse in tanti partiti in competizione tra loro.
Eppure, diciamoci la verità, le differenze culturali e ideali che giustificano la separatezza organizzativa dei partiti del centrosinistra e che potevano avere un senso in passato lo hanno perso da tempo. E, come abbiamo visto, nessuna delle tradizioni del riformismo italiano può considerarsi autosufficiente ad animare un soggetto politico capace di svolgere in Italia quella stessa funzione politica che nei principali paesi europei è svolta dai partiti socialisti e socialdemocratici. Ci abbiamo provato. Tanto i Ds che la Margherita hanno cercato di risolvere, ciascuno a suo modo in quanto a forze che cercava di aggregare, il problema di costruire il partito "perno" dell’alleanza, ma non ci sono riusciti.
Resta il fatto che le riforme bisogna farle sul serio, per aggredire finalmente le componenti essenziali della crisi italiana. Le riforme servono infatti a liberare (dall’oppressione degli interessi economico-corporativi, del monopolio, dell’assistenzialismo sprecone che premia i furbi e punisce i più deboli) le energie che il Paese possiede e che oggi sono deluse e inutilizzate: quelle dei giovani, l’inventiva e la capacità di adattamento della micoroimpresa, il "saper fare" di tanti lavoratori che mantengono su livelli medio alti la produttività del lavoro, la vivacità di quella parte del mondo della ricerca e dell’università che chiede di premiare il merito e i risultati, ecc.
E allora come si fa ? Mussi propone di lasciare le cose come stanno e ripropone l’idea di una grande sinistra in un grande Ulivo. Ma se i Ds, dopo vent’anni di tentativi, sono ancora attorno al 16% sarà tutta colpa di Fassino? Ci sarà, più verosimilmente, una ragione. E la ragione è che la divisione del lavoro non funziona. Non funziona cioè l’idea (semplice e a lungo coltivata) che se ciascuno fa il suo mestiere (e cioè la sinistra si preoccupa delle esigenze del suo popolo e il partito del centro presidia il confine che ci separa dallo schieramento avversario) sarà più facile attrarre nel centro-sinistra gli elettori in fuga da Forza Italia e dal centro-destra. Ma le cose non stanno così. La divisione del lavoro tra centro e sinistra non funziona per sei fondamentali ragioni: 1) perché gli elettori della sinistra e del centro riformisti sono sociologicamente identici, come dimostrano tutti gli studi in proposito, e una quota crescente si considera semplicemente di centro-sinistra; 2) perché la forza delle antiche identità si stempera a mano a mano che ci si allontana dall’89: milioni di votanti non hanno mai visto sulla scheda il simbolo del Pci, della Dc e del Psi; 3) perché i partiti, nella loro attuale configurazione politico-organizzativa, non possono essere strumento di effettiva partecipazione democratica alla direzione politica del paese, cioè alla formazione dell’offerta politica (programmi, leader); 4) perché proprio l’elaborazione di programmi adeguati alle novità presenti nella realtà di oggi reclama il superamento di ogni presunzione di autosufficienza delle diverse culture riformiste (in Italia, peraltro, indebolite dalla lunga lotta in partiti nei quali sono risultate spesso minoritarie); 5) perché non esiste, nel centro-sinistra italiano, una sola rilevante questione di programma che dia luogo a una dialettica che ripercorra fedelmente gli attuali confini dei partiti; 6) perché gli elettori in fuga dal centro-destra, da Forza Italia in particolare, si rifugiano nell’astensione o, quando scelgono il passaggio di campo, rivolgono le loro attenzioni alla forza egemone del centro-sinistra, non certo al partito traghetto collocato ai margini dello schieramento.
Per tutte queste ragioni, se davvero si vuole la "ristrutturazione" del centro-sinistra, bisogna ripartire dalla scelta che resta prioritaria: la costituente di un partito di tipo nuovo, di qualcosa che non ha finora fatto parte della nostra esperienza.
Il vero problema, allora, non è quello di prestabilire le forme di organizzazione politica che oggi si possono ipotizzare per questa nuova realtà della sinistra, ma è quello di identificare il modello di cultura politica da cui questo nuovo soggetto dovrà trarre ispirazione. E qui veniamo al punto vero: il riferimento al socialismo europeo non vale per ciò che è stato in passato, ma per quel che fa oggi nell’economia, nel welfare, nella società civile. E oggi il problema fondamentale per il socialismo del nuovo secolo è come, in prospettiva, esso possa svolgere la sua missione di difesa dei ceti deboli, dislocati in aree sociali emarginate, e nello stesso tempo fare propria quella domanda di "auto-realizzazione" e di promozione dello sviluppo che viene da quei ceti che sono i "propulsori" dello sviluppo. L’uguaglianza è sempre stata al centro del messaggio ideologico dei socialisti, al punto che Bobbio ne ha fatto l’elemento di distinzione rispetto ad altre ideologie moderne, ma anche l’uguaglianza non è più concepita come uniformità ma come diritto alle uguali opportunità; e, non per caso, da tempo l’auto-realizzazione (Selbst-Behauptung) è uno dei valori più enfatizzati nel programma della SPD.
Il Partito democratico deve servire allora al pieno "ricongiungimento" dell’Italia all’Europa. Un ricongiungimento ancora incompiuto, perché manca ancora il pilastro costituito dai soggetti politici. Un Partito democratico non potrà non collocarsi in Europa nel campo del socialismo europeo e l’adesione (naturale) del nuovo partito all’area socialista può essere uno stimolo per l’allargamento di quel perimetro. Tuttavia, il punto è che anche in Italia, c’è l’esigenza di costruire la sinistra come crogiuolo dei diversi filoni che si sono variamente intrecciati nella sinistra europea, quale condizione del suo radicamento, che ci porti all’altezza politica, elettorale, culturale della sinistra europea. E’ stato infatti l’incontro tra socialismo e liberalismo che ha consentito ai grandi partiti del socialismo europeo di ridefinire la propria funzione, i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati. E più in generale: il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile. E dovunque, nella sinistra europea, socialismo, liberalismo, personalismo cristiano stanno convergendo nella costruzione di una nuova politica dello sviluppo e dell’inclusione.
Il Partito democratico dovrebbe contribuire a farci diventare più europei, anche da un altro punto di vista: privilegiando gli equilibri politici, e il loro mutare, si finisce per relegare su un piano secondario o a ruolo strumentale i programmi concreti e la progettualità. Ma il riformismo è anzitutto dire quel che si pensa e fare quel che si dice. Ma come si fa a dire quel che si pensa se gli equilibri dell’alleanza sono sulle nostre spalle? Eppure non si tratta più di allargare l’alleanza, ma di ampliare l’area di radicamento. Sono due strategie diverse. Nel primo caso si sommano i voti che ciascuno apporta custodendo gelosamente la propria identità: è un’operazione più semplice, ma inevitabilmente conservatrice e instabile per la tensione tra unità e diversità. Se si punta invece ad ampliare l’area del consenso, bisogna mettere in gioco la propria identità in un processo evolutivo che guarda al futuro e che, se ha successo, produce risultati stabili, come dimostra l’esperienza inglese.
In fondo, non sarebbe male tenere a mente che il socialismo democratico non si caratterizza per generici ideali e scopi di equità sociale, ma per i mezzi che propone, i programmi che elabora e le forze che mette in campo; in altre parole, per la capacità di assicurare, mediante la sua azione politica e di governo, quei beni che altri non vogliono o non possono assicurare.














