Intervento al Coordinamento nazionale del Partito Democratico

Roma, 15 maggio 2008

Dico un paio di cose. Cominciando dall’obiettivo che abbiamo centrato, quello di una radicale ristrutturazione del sistema politico.

Con la scelta di andare «liberi» alle elezioni, abbiamo «costretto» l’Italia a entrare nel Duemila. E ora il sistema politico italiano comincia ad assomigliare alle altre grandi democrazie europee. Per arrivarci, ci sono voluti vent’anni, ma ora finalmente i riformisti italiani hanno un grande partito in grado di rappresentare credibilmente l’alternanza al centrodestra. Un partito che può svolgere in Italia la stessa funzione politica che nei grandi paesi europei è svolta dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti.  Ovviamente, abbiamo di fronte gli stessi problemi (e purtroppo qualcuno di più) che la sinistra ha affrontato e deve affrontare in tutti i paesi europei, ma per la prima volta, possiamo farlo con «un» partito che le assomiglia.

Con quei partiti condividiamo anche il problema principale: vale a dire, come conquistare maggior consenso elettorale nel Paese. Allargare l’alleanza e ampliare l’area del radicamento, sono, infatti, due strategie molto diverse. Nel primo caso, si sommano i voti che ciascuno apporta, custodendo gelosamente la propria identità. In questo modo ciascuno può rimanere identico a se stesso. Ma, come abbiamo sperimentato, la contraddizione tra unità dell’alleanza e diversità delle sue parti genera instabilità e alla fine esplode. Nel secondo caso, si tratta invece di ridisegnare la propria identità. Il processo è più lungo e complicato: il successo di Tony Blair venne dopo dieci anni di lavoro sul campo. Ma il punto è proprio questo: se si punta ad ampliare l’area di consenso, bisogna mettere in discussione la propria identità. Perché per conquistare nuovi elettori, bisogna liberarsi di vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza pregiudizi. In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare in questi anni la sinistra europea, ridefinendo la propria funzione e i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile.
Insomma, per ampliare l’area del consenso, il centrosinistra deve cambiare. Deve cioè promuovere un’aperta battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» in difesa di quelle idee che tante volte ha annunciato come l’orizzonte della propria azione politica. Una battaglia che la sinistra e il centrosinistra italiano, a differenza di quanto è accaduto negli altri paesi europei, non ha mai voluto combattere. Ma solo così si può affermare una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e quell’attenzione «strutturalmente diversa» (per usare le parole di Paolo Mieli) che merita il Nord.

E vengo alla sconfitta e alle sue ragioni. Anch’io credo che non ci si possa limitare a un’interpretazione riduttiva del risultato legata semplicemente agli errori del governo e al comportamento dei partiti che lo esprimevano. Che pure hanno pesato. Ma se si dice che la destra ha vinto perché il mondo attorno a noi è radicalmente cambiato, bisogna aggiungere che il governo non ha mostrato di accorgersene.
E’ da un pezzo che il mondo è cambiato. Qualcuno forse ricorderà la battuta conclusiva di Ronald Regan nel dibattito televisivo finale con Jimmy Carter. «Per troppi anni – disse Ronald Regan – abbiamo creduto di poter affidare allo Stato la soluzione di ogni nostro problema. Ora abbiamo capito che proprio lo Stato è il nostro peggiore problema». Questa storica battuta, che ha annunciato la rivoluzione liberista degli anni ’80, è stata proposta nel nostro Paese (dieci anni dopo) da Umberto Bossi e, più tardi, da Berlusconi. E sono ormai quindici anni che la ripropongono. Alla nostra maniera, naturalmente. Perché, in Italia tutte le cose americane diventano rapidamente sudamericane. Resta però il fatto che oggi lo Stato è il nostro «peggior problema».
Anzitutto perché la crisi di efficienza e affidabilità del sistema politico istituzionale è gravissima. Una crisi che le immagini dei rifiuti campani e delle conferenze stampa di Mastella e del procuratore Maffei hanno squadernato sotto i nostri occhi.
In secondo luogo, perché se una volta più spesa pubblica voleva dire più stato sociale e meno diseguaglianze, oggi, il più delle volte, vuol dire solo privilegi.
Nessuno di noi può rinunciare all’idea di uno Stato riformato che regola il mercato come condizione per favorire il bene comune. Ma identificati con uno Stato inefficiente e corrotto che non abbiamo saputo criticare, governare e riformare efficacemente, siamo apparsi agli occhi di molti elettori incapaci di formulare soluzioni utili e rapide. Ancora una volta, l’imprenditore privato – quel singolare imprenditore privato - ha avuto la meglio sui politici identificati con questo Stato.

Ma combattere fin d’ora la battaglia per uno Stato moderno e per un settore pubblico che diventi efficiente e dinamico, non è soltanto una questione di opportunità politica, è soprattutto una questione di giustizia sociale.
Adesso che tutti parlano di sicurezza, non sarebbe male ricordare che il numero delle forze pubbliche preposte al rispetto della legge in Italia ci pone al primo posto tra i paesi europei in rapporto alla popolazione senza che a questo corrisponda un miglioramento della sicurezza collettiva; che senza migliorare la professionalità e la produttività del personale (e remunerazioni che tengano conto della diversità dei compiti svolti: a parità di grado e di anzianità, lo stipendio, inclusi gli straordinari, di un addetto alla mensa oggi è uguale a quello di un agente della squadra mobile) non ci sarà risposta alla richiesta di sicurezza dei cittadini; che il vero nodo della questione, che nessuno vuole affrontare seriamente, è quello di una chiara divisione di compiti tra le varie forze dell'ordine, eliminando duplicazioni e sovrapposizioni. E senza il ripristino del controllo sul territorio, senza la possibilità di essere condannati, catturati o anche solo semplicemente disturbati, non c’è inasprimento delle pene che tenga. E potrei continuare, negli stessi termini, con la scuola, la giustizia, l’università.
Secondo il Censis, dal voto emerge la richiesta (apparentemente contraddittoria) di un rafforzamento dello Stato centrale, cui gli elettori assegnano il compito di sostenere la famiglia per migliorare il benessere complessivo. Certo che vogliono più Stato, ma vogliono uno stato «diverso». E quel che è in discussione è anzitutto una cultura impostata sul dirigismo: l’idea stessa che far politica equivalga a fare leggi, che i comportamenti degli individui debbano essere diretti da decreti e da regolamenti. Oltretutto fuori dalla nostra portata. Perché affida la costruzione della norma giuridica a quegli uffici legislativi (e a quella cultura giuridica) che non sono la soluzione ma il problema. Il che ha eroso l’efficacia delle riforme e la loro stessa attuazione.
Bisogna cambiare in profondità. Ciò significa mantenere le parole che abbiamo detto in campagna elettorale e batterci perché le riforme si facciano e non per bloccarle. La preoccupazione degli italiani non è che il partito sia cambiato, ma che non sia cambiato abbastanza. Per «radicare» il nuovo partito non basta qualche gazebo in più, servono identità e politiche in grado di rispondere a questi interrogativi. Cioè nuove politiche.

 

 

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