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Inaugurazione Anno Giudiziario 2007

Trieste, Aula della Corte di Assise del Palazzo di Giustizia, 27 gennaio 2007

Signor Presidente, Signore e Signori tutti,

non abuserò della vostra pazienza; anche perché i problemi su cui oggi riflette l’istituzione giudiziaria italiana sono problemi noti a tutti da molto tempo. Problemi che hanno ormai generato una vera e propria crisi di fiducia tra cittadini e giustizia e che, dopo anni di conflitti e antagonismi senza fine, generano un’insoddisfazione crescente sia tra gli utenti che tra gli stessi protagonisti del mondo giudiziario.

Sono diversi anni che l’Italia si posiziona nella visione di tutte le istituzioni internazionali nelle ultime posizioni per performance del settore giustizia. Al punto che le deficienze strutturali del sistema italiano sono tali – a giudizio del Consiglio d’Europa – da minacciare lo Stato di diritto. E non è la sola preoccupazione: una giustizia civile troppo lenta ha un impatto negativo rilevantissimo sul grado di competitività del sistema economico. Insomma, la giustizia, per usare un’immagine di un solido avvocato bolognese, "è come un’enorme fetta di ricchezza nazionale congelata".

Per queste ragioni, affrontare questa crisi di affidabilità della giustizia - a cominciare dal ritardo nell’erogazione del servizio che cresce, con l’arretrato, in tutte le giurisdizioni - e porre l’efficienza del sistema giudiziario e della burocrazia in cima alle nostre priorità, è diventata una sfida, un’urgenza non solo per il governo, per la politica, ma per tutta la classe dirigente del Paese.

La maggioranza sosterrà in Parlamento lo sforzo del Governo. Le proposte illustrate qualche giorno fa alle Camere dal Ministro Mastella per una giustizia più rapida sono il linea con il programma dell’Unione e raccolgono le osservazioni e gli obiettivi che avevamo sostenuto durante la lunga battaglia di opposizione condotta negli anni passati. Non appena saranno formalizzate e giungeranno in Parlamento, lavoreremo affinché queste riforme siano approvate presto, sulla base di un confronto ampio e ricercando un consenso che è possibile realizzare anche al di là dei confini della maggioranza.

Arrivare a processi più rapidi - che durino cinque anni – si può e si deve. Se condividiamo l’esigenza di riannodare il rapporto di fiducia tra Giustizia e cittadini. Il che però implica uno sforzo di consapevolezza collettivo. Ad esempio, non c’è dubbio che ci sia bisogno di risorse, ma non è in una carenza di spesa la radice dell’inefficienza della nostra macchina giudiziaria. Le risorse impegnate nel settore giustizia in Italia non sono scarse, ma sono in linea con la media di altri paesi dell’Europa a 15, che hanno però tempi dei processi molto inferiori. Piuttosto, è la composizione della spesa che risulta differente da quella degli altri paesi. E le soluzioni per incrementare l’efficienza vanno cercate più in una razionalizzazione della spesa e dell’organizzazione generale del settore, che in un aumento della quantità di risorse da impegnare. Cosa non facile, come ha dimostrato la vivacità delle proteste che si sono sollevate alla sola ipotesi di riorganizzazione generale dei tribunali. E bisogna avere inoltre piena consapevolezza che la combinazione delle regole del processo civile, di quelle che interessano la formula di determinazione dell’onorario degli avvocati, la lentezza stessa della giustizia, generano una serie di incentivi di comportamento distorti il cui risultato finale è di indebolire ampiamente la forza contrattuale della parte che ha ragione.

Insomma, occorre ridare alla giurisdizione la sua effettività come soggetto regolatore dei conflitti e di servizio essenziale, richiamando al confronto e alla collaborazione istituzionale la cultura giuridica, gli operatori del diritto e chi lavora negli uffici giudiziari. Solo la nostra comune responsabilità può dare agli italiani la consapevolezza necessaria e il coraggio di cambiare.

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