Direzione regionale del Pd FVG
Udine, lunedì 13 giugno 2011
Intervento di Alessandro Maran
Il risultato delle elezioni amministrative e la valanga di sì sui quattro quesiti referendari fanno intravvedere la possibilità di voltare pagina. Ovviamente, niente sarebbe più dannoso della convinzione di aver già vinto una battaglia che è ancora agli inizi e aperta, ma c’è di che rallegrarsi.
Anzitutto, l’Italia è una democrazia normale. Non c’è il Regime. Quando non sbaglia, la sinistra può vincere, e quando perde, è colpa sua, e non del destino cinico e baro o del popolo che non capisce. Come in altre occasioni della storia elettorale della Seconda Repubblica, l’esito è dipeso non tanto dallo spostamento di voti da uno schieramento all’altro (l’ha ricordato Debora) ma dal fatto che una parte degli elettori di centrodestra hanno deciso di non recarsi alle urne mentre non ci sono state, o sono state poche le defezioni, tra gli elettori del centrosinistra. E’ già capitato nel 2003 quando abbiamo eletto Illy. Ma alla smobilitazione può seguire il richiamo alle armi. Com’è successo nel 2008 con l’election day. E’ perciò prematuro arrivare alla conclusione che siamo di fronte a un riallineamento elettorale. Oltretutto, la leadership di Berlusconi è molto appannata ma il premier ha ancora delle frecce al suo arco. Dietro alla sconfitta (anche personale) di Berlusconi, c’è lo sfinimento per le promesse mille volte tradite. Ma in più di un caso (Milano, Napoli, ecc.), i cittadini hanno manifestato prima di tutto la loro insoddisfazione per come le loro città sono state amministrate. E quando non ne può più, la gente cerca un’alternativa o manda segnali. E nel fare questo usa quello che trova: De Magistris, Grillo, Pisapia.
Ma su una cosa voglio richiamare l’attenzione. C’è chi dice che la vera lezione di questa tornata elettorale è che il Pd, per costruire un’alternativa di governo, dovrà puntare sulle alleanze: Udc, Fli, Api, Idv, Sel e chi più ne ha più ne metta. Ne ha parlato Mauro Travanut. Credo che queste elezioni abbiano dimostrato invece che agli elettori (più che i partiti) interessano i candidati e che delle alleanze non gliene importa nulla. Infatti, c’è chi ha evidenziato la «ritrovata indipendenza della valutazione personale». «Ha vinto – ha scritto Renato Mannheimer - soprattutto la rinnovata capacità di molti elettori di scegliere autonomamente, sulla base della propria valutazione della figura dei candidati, al di là (o talvolta contro) l’appartenenza o la simpatia di partito». Secondo l’Istituto Cattaneo la quota di elettori che ha votato il solo candidato sindaco è stata del 9,1%, nelle città capoluogo di regione il peso del voto personalizzato è stato più elevato (11,0%) e la sua incidenza è stata più forte al Nord che al Sud. Infatti, la città capoluogo di regione in cui l’appeal personale del candidato sindaco è risultato più significativo è stata proprio Trieste (20,4%).
Insomma, che l’uscita di scena di Berlusconi prepari la rivincita dell’anti-leaderismo e la riscossa postuma dei partiti resta un’illusione. Tutta colpa della «personalizzazione estrema» e del «populismo»? Macché. Semplicemente, c’è l’elezione diretta del sindaco. Il guaio è che si tende a trascurare la rivoluzione avvenuta con la prima e, finora, la più felice delle riforme. Con il sindaco (e con i presidenti di provincia e di regione), i cittadini scelgono un leader e la sua maggioranza. Ed è questo contesto istituzionale che incanala il processo e gli attori. Non è un caso che il Pd a Milano vinca con il nome del candidato sindaco nel simbolo; che, dappertutto, la coalizione (grazie alle primarie che ne delineano il profilo) sia il vero soggetto politico; che si rafforzi una democrazia «delle istituzioni», partecipata e competitiva, e che i partiti siano sempre più strutture «di servizio»; che la personalizzazione implichi polarizzazione e non si vinca «al centro». In altre parole, l’alleanza è coesa e credibile proprio perché è organizzata attorno alla leadership.
Se così stanno le cose, la possibilità in vista delle regionali, di lanciare una concreta proposta alternativa di governo, si gioca attorno alla questione della leadership. Che vuol dire qualcuno che incarni, rappresenti e faccia sua una nuova prospettiva e una piattaforma di cambiamento. E prima la mettiamo in campo e meglio è. Anche perché non c’è un regime da abbattere. C’è piuttosto da pensare con che programmi e che alleanze mettere in moto la nostra regione.














