Direzione nazionale del Partito democratico
Roma, 26 giugno 2009
Accolgo volentieri l’invito di Franceschini alla franchezza. Non sottovaluto i passi avanti di cui ha parlato nella sua introduzione. Ma le idee e le strategie a confronto - sarà colpa dei giornali - sembrano essere le stesse degli ultimi quindici anni. Ancora una volta, la sfida sembra essere quella tra «continuisti» e «nuovisti». Con D’Alema ancora nei panni del garante della solidità degli apparati di partito e Veltroni che sta dalla parte del «nuovo». Ma in questo modo il Pd rischia di perpetuare le oscillazioni, le reticenze, gli sbagli che gli hanno fatto perdere il contatto con la gente. Perché sia le vecchie certezze che vengono da un’altra storia (una storia che ha fatto fallimento e che è morta e sepolta con la prima repubblica), sia la retorica del «nuovo» (disastroso alla prova dei fatti) non ci aiutano ad analizzare le ragioni della sconfitta, a tenere i piedi nella realtà e a porci le domande su che cosa deve essere oggi il Pd, su che cosa non ha funzionato e che cosa si deve cambiare. All’origine del nostri guai non ci sono il partito «liquido» o, come è stato detto poco fa, le regole, lo statuto, le primarie. Sono le tradizioni, le culture politiche, da cui è derivato il Pd che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che, ormai svuotate e prive di presa sulla realtà, sono inadeguate a interpretare le domande del paese. Ed è inadeguato un riformismo che non vuole pagare il prezzo delle scelte che da tempo invoca. Devo ricordare la promessa di una «rivoluzione liberale»? La crisi del partito è anzitutto il frutto di un cambiamento molte volte promesso e molte volte rinviato e contraddetto. Quel che è in discussione, dunque, è proprio la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche «nuove». E quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi elettori. Gli esempi potrebbero essere moltissimi: scuola, università, forze dell’ordine, giustizia, producono pessimi risultati nonostante la spesa per abitante sia tra le più alte in Europa. Ma la politica è l’arte di risolvere problemi di sostanza. Per questo, stavolta ci dovremmo permettere una discussione che tenga i piedi nella realtà e nei problemi di oggi. Perché ci vogliono teste nuove e non solo facce nuove. In giro c’è troppa di gente che sembra illudersi di poter scansare le scelte difficili e spesso scomode che comportano necessariamente proprio quei principi che abbiamo (molte volte) affermato, nella convinzione che la crisi economica destabilizzi e rimescoli le alleanze politiche; che la crisi del berlusconismo sia ormai prossima; che basti seppellire la «vocazione maggioritaria» e tornare alle vaste alleanze del tempo che fu. Fingendo di dimenticare, ad esempio, a proposito del risultato delle amministrative, che negli enti locali, da sedici anni, abbiamo introdotto l’elezione diretta del sindaco e del presidente. E che l’alleanza di centrosinistra per quanto larga, per quanto ampia ed eterogenea, è coesa, credibile e stabile proprio perché è organizzata attorno alla leadership. Non devo spiegare a voi la differenza di sistema. Il punto è che se si punta alla «vocazione maggioritaria», se si punta cioè ad ampliare l’area del radicamento e del consenso, e non solo ad allargare l’alleanza, bisogna mettere in discussione la propria identità. Non c’è verso: per conquistare nuovi elettori, bisogna liberarsi dei vecchi schemi ideologici e guardare la realtà senza pregiudizi. Rimando, tanto per fare un esempio, alle cose dette da Fassino sul Corriere, non molto tempo fa, a proposito di immigrazione. In altre parole, bisogna cambiare. Come dappertutto ha cercato di fare in questi anni (e tornerà a fare dopo la sconfitta) il centrosinistra e la sinistra europea, ridefinendo la propria funzione e i tratti essenziali del proprio programma: il rapporto tra Stato e mercato, l’organizzazione dello Stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile.
Il punto è proprio questo. Per il Pd è venuto il momento di combattere quella battaglia culturale all’interno del proprio «mondo di riferimento» che il centrosinistra italiano ha molte volte annunciato (tutti ricordiamo appunto la promessa di una «rivoluzione liberale»), ma differenza di quanto è accaduto (e accadrà di nuovo) negli altri paesi europei, non ha mai saputo, potuto o voluto combattere. Ma si passa da lì: solo in questo modo si può affermare una cultura politica del primato dell’individuo, delle libertà, della cittadinanza e quella attenzione «strutturalmente diversa» (per usare le parole di Paolo Mieli) che merita il Nord. E cambiare in profondità significa mantenere e parole che abbiamo detto in campagna elettorale e batterci perché le riforme si facciano e non per bloccarle. Faccio un solo esempio che riguarda, di proposito, il punto più caldo della giustizia, quello del rapporto con la politica. Le garanzie di indipendenza della nostra magistratura sono tra le più elevate nell’ambito dei regimi democratici consolidati. Difatti, per trovare una magistratura con prerogative simili bisogna considerare quella iraniana (e ho detto tutto, direbbe Peppino). «In questo modo però – come osserva studioso attento come Carlo Guarnieri - una larga fetta di decisioni di politica criminale è stata sottratta al circuito della responsabilità democratica. In linea di principio, non c’è alcuna necessità che il pubblico ministero sia sottoposto alle direttive dell’esecutivo, anche se questa (va detto) è la tradizione dell’Europa continentale. Visto però il ruolo cruciale che il pubblico ministero svolge nel processo penale, qualche forma di responsabilità deve pur esserci, se non altro per verificare il modo con cui esercita la discrezionalità di cui inevitabilmente dispone». Bisogna allora prendere il toro per le corna, perché in mancanza di soluzioni che permettano di affrontare la questione della responsabilità, la proposta della Lega (l’elezione popolare dei pubblici ministeri, sul modello del prosecutor di alcuni Stati degli Usa) rischia di farsi strada, com’è capitato col federalismo che gli italiani hanno abbracciato per disperazione, perché non c’era verso di riformare la pubblica amministrazione. E rischia di farsi strada perché, come sanno tutti i ragazzini che hanno visto l’Uomo Ragno, «da grandi poteri derivano grandi responsabilità». Non dico che la soluzione giusta sia quella della Lega. Ci possono essere diverse soluzioni. Ma, come spesso accade con la Lega, è giusta la domanda. E se non cominciamo a porci le domande giuste, le risposte appropriate faticheranno ad arrivare. Il punto è sempre lo stesso. Come ammoniva Popper, dobbiamo di norma aspettarci di avere i leader peggiori e soltanto sperare di avere i migliori. E la domanda che dobbiamo porci anche stavolta è «come possiamo organizzare le istituzioni in modo da impedire che governanti (o magistrati) cattivi o incompetenti facciano troppi danni?». E’ questa la domanda sottesa alla società aperta. Una domanda che, a proposito di crisi della socialdemocrazia, i laburisti si pongono da un pezzo. Al punto che Richard Crossman, nei primi anni ’50, sosteneva che se il socialismo doveva riscoprire una missione allora questa stava nell’«impedire che la responsabilità burocratica degeneri in privilegio» e che lo «scopo supremo del socialismo» non doveva consistere nella ricerca della felicità né nel perseguimento fine a sé stesso dell’efficienza, ma nel potenziamento della libertà».
Non siamo «oltre», rispetto al socialismo europeo, siamo ancora molto al di qua. E l’unico modo per tornare a parlare al paese è quello mantenere quella promessa che abbiamo fatto molte volte e molte volte contraddetto. Cominciando con l’appendere, come Lutero, le nostre tesi sul portale della chiesa del castello di Wittenberg. Ne ha bisogno il Paese. Se non lo faranno i due candidati in campo, lo farà qualcun altro. Se non lo farà il Partito democratico, lo farà qualche altro partito.














