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Democratici e progressisti nel mondo e in Europa di fronte alle grandi sfide del cambiamento

Bagni di Val Masino, 9 luglio 2010

 

Se ho capito bene la consegna, lo scopo della mia relazione è quello di stimolare una discussione vivace e libera da pregiudizi sull’oggi e sul domani del centrosinistra. Distogliendo, una volta tanto, la nostra attenzione dai litigi e dai problemi di casa nostra per rivolgere uno sguardo sul mondo.

Il risveglio del «resto»

Il mondo, come sempre, è un miscuglio impetuoso di cose positive e di cose negative. L’incipit del romanzo di Charles Dickens, «A Tale of two cities», calza come sempre a pennello: «Era il tempo migliore e il tempo peggiore (…) Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi». E, come sempre, abbiamo motivi di apprensione e di grande speranza. Le buone notizie sono che la democrazia si sta diffondendo e la maggior parte delle economie del mondo sono ora libere. Le superpotenze competono economicamente anziché combattere militarmente. La roba di cui abbiamo bisogno sta migliorando e diventa meno costosa. Le crescenti opportunità per le donne stanno raddoppiando la scorta di idee nel mondo. Non mancano tuttavia le cattive notizie. L’economia computerizzata e connessa internazionalmente significa anche stress per 24 ore filate. I frequenti terremoti nell’industria causeranno più insicurezza nel lavoro. Il cambiamento climatico è in procinto di accelerare lo sconvolgimento globale. Insomma, è un periodo di sviluppo, progresso e cambiamento senza precedenti che tuttavia ci lascerà tutti, una volta o l’altra, ansiosi, a disagio, stressati e fuori di testa. Quando gli storici, tra cent’anni, guarderanno ai primi anni del XXI secolo, l’evento più rilevante probabilmente non sarà la crisi finanziaria della fine del 2008. La storia più importante sarà «the rise of the rest» – la grande trasformazione che ha preso piede nel mondo, la crescita, il risveglio, di paesi come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia, il Sudafrica, il Kenya e moltissimi altri. L’esempio più spettacolare è, ovviamente, quello della Cina, che regolarmente riporta una crescita a due cifre e che nel 2009 ha superato gli Usa come il più grande mercato dell’auto. Si tratta di una crescita che è più visibile in Asia (l’India è appena un po’ più indietro della Cina e sta crescendo con tassi che le economie più sviluppate possono solo sognare), ma non è confinata all’Asia. Più di trenta paesi africani (due terzi del continente) nel 2007 sono cresciuti a un tasso superiore al 4% annuo. E un aspetto di questa nuova era è la diffusione del potere dagli Stati ad altri attori. Il «resto» che sta crescendo include molti «nonstate actors»: gruppi e individui si sono rafforzati e dovunque gerarchia, centralizzazione e controllo sono stati minati e logorati.  Funzioni un tempo controllate dai governi, oggi sono condivise con organismi internazionali come il WTO e la Ue. E gruppi non governativi spuntano come funghi ogni giorno, su ogni argomento, in ogni paese. Senza contare che la vecchia talpa della rivoluzione operaia che scava le fondamenta della società capitalistica riappare dove si sposta la produzione di massa: in Cina non c’è settimana che non entri in sciopero una delle grandi multinazionali, Apple compresa.

Per l’Italia, rinchiudersi nel provincialismo in un momento nel quale la scelta di isolarsi dal resto del mondo non solo è poco redditizia, ma è anche impossibile, sarebbe un errore che pagheremo sicuramente in futuro.  In questo senso, il nostro futuro è necessariamente legato a quello dei nostri partner europei. I nostri alleati americani, infatti, nonostante tutto, hanno le dimensioni e le risorse per rimanere al centro della politica mondiale. L’Europa si trova invece frammentata e divisa di fronte a un mondo grande nel quale le potenze asiatiche stanno spostando gli equilibri mondiali verso il pacifico. Nel XXI secolo, gli stati nazionali europei, costituiti da decine di milioni di cittadini, sono semplicemente troppo piccoli per influenzare l’ambiente internazionale nel quale vivono. E’ proprio dalla consapevolezza di questo comune destino che bisogna far ripartire, con più decisione, il processo di integrazione europea. E dalla consapevolezza di questo comune destino farei partire anche la nostra discussione. Tanto per fare un esempio (che ricavo dal recentissimo volume di Mauro Bussani, «Il diritto dell’Occidente»), l’infrastruttura «diritto» è uno dei più potenti strumenti con cui gli Usa giocano la loro partita sul tappeto globale. Basterebbe guardare all’esportazione del modello di common law (promosso con l’ausilio dei cugini inglesi) quale paradigma della pratica internazionale degli affari. Secondo la guida Chambers Global, sono in mano a common lawyers: 12 delle 19 migliori law firms africane, 32 delle 38 sudamericane, 29 delle 30 mediorientali, 18 delle 25 giapponesi. La tendenza non risparmia però neppure il nostro continente: in Germania 38 dei 146 migliori studi sono controllati da law firms angloamericane, in Europa centrale e orientale 21 su 26, in Italia 22 su 102, in Francia ne troviamo 40 su 119, in Spagna 18 su 90. Una delle contese più importanti si gioca poi sul fronte dell’educazione della futura ‘legal ruling class’. In lingua inglese e con vocabolario tecnico inevitabilmente allineato a quello di common law, si svolgono in questo momento 81 corsi di LLM (master in diritto) in Africa, 102 in Asia, 218 in Europa continentale, nella ricorrente prospettiva che pone al centro della scena la vocazione universale del proprio diritto. Non stupisce pertanto l’attenzione riposta dalle istituzioni americane sull’educazione giuridica e sulla formazione professionale degli attuali giuristi stranieri. Nella stessa prospettiva (education is power) che mira a incidere sulla formazione stessa delle culture giuridiche un altro dato è quello che riguarda l’assistenza Usa ai processi di costruzione (o ricostruzione) dei sistemi giuridici altrui. Con particolare riguardo alla Cina si sono mossi la Ford Foundation, l’Us-Asia Law Insitute e l’American Bar Association (Aba) impegnandosi, di concerto con l’All China Lawyers Association, a promuovere la rule of law in Cina, anche e soprattutto attraverso il legal training e il rafforzamento dell’attività degli ordini professionali. L’americanizzazione del diritto è una delle architravi più solide su cui possa contare il modello culturale americano al fine di mantenere la propria centralità nel XXI secolo. Ho ricordato tutto questo per porre una domanda molto semplice: e l’Europa? Manco a dirlo, l’utilizzo sul nostro continente dell’infrastruttura giuridica in chiave di promozione globale degli interessi è resa difficile dall’accentuata diversità di linguaggi, quelli nazionali e quelli giuridici. Senza contare che giuristi, pur occidentali ma non anglofoni, e privi di familiarità con il tecnicismo del common law possono aspirare a un rilievo delle proprie idee solo a livello domestico, al massimo regionale. Essi non sono in grado di contribuire in alcun modo incisivo, ossia diretto e continuo, al farsi del diritto nelle arene globali, diventando sostanzialmente invisibili, inudibili, se non per rimbalzo più o meno tardivo, tanto nei dibattiti specialistici quanto, e soprattutto, nel discorso pubblico. E fin qui le burocrazie e le istituzioni europee non hanno afferrato la straordinaria potenzialità del proprio diritto di farsi battistrada di politiche globali autonome. Quando si dibattono progetti volti al rafforzamento della posizione Ue nelle arene globali, di questo bisognerebbe avere consapevolezza.

L’America

Vengo a noi, al mondo dei progressisti. E alla domanda, che come ricorda Giuseppe Berta, vale davvero la pena di porci: quali caratteristiche dovrebbe avere una politica capace di sviluppare un atteggiamento critico sulla società attuale, riflettendo non soltanto sulle condizioni di erogazione dei servizi sociali, ma sulla loro missione complessiva, mettendola cioè in relazione all’obiettivo di ridurre l’estensione della diseguaglianza e di orientarsi alla ridistribuzione delle ricchezze e delle opportunità? I progressisti, su questi aspetto, hanno qualcosa da dire? Come abbiamo visto, e nonostante tutto, gli americani hanno le dimensioni e le risorse per rimanere al centro della politica mondiale. Con l’elezione di Barack Obama gli Usa hanno saputo, infatti, cogliere lo Zeitgeist che cercava una trama nuova, per essi e per il resto del mondo. Ovviamente, è presto per fare un bilancio delle realizzazioni dell’amministrazione Obama, in carica da 18 mesi e costretta a fronteggiare contemporaneamente  le urgenze della più grande crisi economica degli ultimi settant’anni e delle guerre in Iraq e in Afghanistan. Le prossime elezioni di novembre, ormai imminenti, ridurranno verosimilmente la maggioranza democratica al Congresso e, di fatto, porranno fine alla fase riformista dell'amministrazione; gli ultimi due anni di presidenza serviranno per assicurarsi il rinnovo. Si può dire però che il biennio 2009-2010 ha comunque cambiato l'America. Sia sul piano politico sia sul piano economico. La politica è stata attraversata da un profondo rigurgito anti-istituzionale e l'economia è stata investita dal più importante intervento pubblico della storia americana. E il paese si è mosso verso una riorganizzazione del rapporto tra potere esecutivo (presidenza) e potere legislativo (congresso). L’amministrazione Obama si presenta indubbiamente con alcuni risultati da mostrare agli elettori, in particolare il salvataggio delle banche e delle grandi case automobilistiche, oltre alla razionalizzazione della sanità a beneficio dei contribuenti basso reddito. Tuttavia la disoccupazione a livelli cui gli americani non sono storicamente abituati e un debito pubblico salito rapidamente per evitare il collasso del sistema finanziario giocheranno a favore del partito repubblicano, mai così ideologicamente compatto da anni. Il rischio è che una sconfitta dei democratici dopo appena due anni di governo metterebbe fine non solo all’azione riformatrice di Barack Obama ma anche alle speranze della sinistra europea di trovare un nuovo modello da imitare.  Il successo elettorale dei democratici nelle elezioni del 2006 e soprattutto del 2008 è dovuto a diversi fattori sui quali si sono soffermati Sergio Fabbrini e Ray La Raia nel loro recente volume «I democratici americani nell’epoca di Barack Obama». Innanzitutto, il loro successo è dipeso dagli errori commessi dai repubblicani. In secondo luogo, dal tipo di «liberalismo non ideologico», promosso da Obama. Obama si è presentato come un leader impegnato a ridefinire il liberalismo del partito democratico, non semplicemente collocandosi tra la posizione moderata e quella tradizionale. E se l'obiettivo della giustizia sociale da conseguire attraverso politiche redistributive del governo federale è stato riconfermato come la ragione sociale del partito, Obama ha posto l’accento sulla necessità di sperimentare metodi diversi per perseguire tale obiettivo. Con Obama il partito democratico si è ricomposto attorno ad un liberalismo non ideologico, assai diverso dal liberalismo dei gruppi d’interesse del passato remoto (l'interest group liberalism) sia dal liberalismo clintoniano della «terza via» del passato recente. Obama ha cercato di uscire da questa trappola associando sempre le sue proposte di espansione di diritti ai doveri di responsabilità individuale che ogni nuovo diritto comporta. Infatti, le sue proposte – estensione dell'assistenza sanitaria, incremento degli aiuti al sistema educativo – rivestono un carattere generale, se non universale; in altre parole non sono finalizza ad aiutare specifici e delimitati gruppi sociali o etnici bensì a rispondere alle esigenze della maggioranza del paese. Ha anche avanzato politiche a favore dei poveri, ma queste sono state presentate come note a piè pagina delle sue iniziative più importanti, piuttosto che come obiettivi strategici. «Le politiche di Obama si sono così connotate per essere in sintonia con la cultura e i valori delle classi medie, com'è stato il caso della proposta, portata avanti dal suo segretario all'Istruzione, Arne Duncan, di chiudere le scuole cittadine che non rispettano gli standard educativi stabiliti a livello nazionale, per sostituirle con nuove scuole costituite da nuovi docenti e nuovi amministratori. Questo è il «liberalismo dal cuore duro» (hard-headed liberalism) con cui Obama ha voluto farsi identificare, un liberalismo che non solo non ha remore nel dichiarare il fallimento delle burocrazie scolastiche pubbliche (che pure sono protette dai potenti sindacati degli insegnanti e del personale amministrativo), ma che associa l'opportunità di una migliore educazione per i bambini dei ceti non privilegiati alla responsabilizzazione diretta delle famiglie e delle comunità all'interno delle quali vivono quei bambini». In terzo luogo, il successo dei Democrats è dipeso dalla trasformazione del partito democratico in un’organizzazione più competitiva e radicata negli Stati e non solo nel centro federale.  Infine, il carisma del loro leader, così dimostrando che senza un candidato popolare non si possono vincere le elezioni. Ma dietro a tale successo, non si ravvisa ancora un riallineamento culturale dell’elettorato verso una nuova visione politica. Esso continua a manifestare opinioni contraddittorie e comunque incerte. Al punto che se i democratici riusciranno a sviluppare una coalizione democratica di nuovo maggioritaria nel paese, sarà principalmente il risultato della capacità di governo dimostrata dal presidente e dal congresso democratici. Privi di un collante ideologico, Obama e i democratici potranno consolidare la coalizione che li ha portati alla vittoria solamente attraverso la loro capacità di governare bene.  E di instaurare una «conversazione» con la nazione. F. D. Roosevelt passo alla storia non tanto per i risultati che seppe raggiungere, ma per la sua abilità di intessere una conversazione con il paese. In altre parole, riuscì a far passare l'idea che anche se i progressi erano lenti, il suo sforzo era assoluto; che anche se con difficoltà, il paese stava camminando.

L’Europa

Vengo all’Europa, e dunque al nostro comune destino. Nei giorni scorsi è sorta nel Partito democratico una polemica sul senso della nomina di Massimo D’Alema a presidente della Fondazione europea progressista (Feps). Si tratta di una polemica davvero singolare.  Anche questa volta però la socialdemocrazia è (per dirla con Giuseppe Berta) una «metafora». In altre parole, in assenza di qualunque autentica distinzione sui contenuti concreti delle politiche da realizzare, rifiutare di diventare socialdemocratici ha solo il significato di esprimere contrarietà ad accettare una leadership e una forma politica derivate dalla storia del Pci-Pds-Ds (la cui cultura era peraltro lontanissima da quella della socialdemocrazia).  Vale la pena, allora, tener presente un paio di cose. Peraltro, evidenziate efficacemente nei giorni scorsi da Claudia Mancina.

1) La crisi di strategie e di idee che attraversa i partiti socialisti e socialdemocratici è esattamente la stessa che attraversa il partito di centrosinistra italiano; e difficilmente il Pd potrà trovare la sua strada isolandosi dai partiti che oggi sono i suoi corrispondenti in Europa. 2) I partiti della sinistra sono in tutta Europa – chi più e chi meno e, secondo i casi, con maggiore o minore efficacia – partiti di centrosinistra, come il Pd. «Come si chiamano non ha nessuna importanza: la loro storia non ha generato l’esigenza di trovare un nome nuovo. Guardarli attraverso gli occhiali della nostra storia – una storia di anomalie - è davvero provinciale». Oltretutto, bipolarismo significa che ci sono due aree, il centrodestra e il centrosinistra. Nessuno può mettere in discussione il fatto che il Pd e i partiti della sinistra europea appartengano alla stessa area. 3) Il problema è la politica, e le politiche, per loro come per noi. «E da questo punto di vista, la difficoltà è comune, comune è la ricerca, e le soluzioni, se ci saranno, saranno probabilmente abbastanza simili. A meno che non vogliamo rinchiuderci in una dimensione nazionale, una cosa palesemente assurda di questi tempi». Se, come ha ricordato Piero Fassino sul Foglio, tra le ragioni per cui è nato il Pd, «vi è l’obiettivo di concorrere ad aprire una stagione nuova anche nel riformismo europeo e internazionale», allora, non sarebbe male, piuttosto (e sarebbe senz’altro più utile), criticare le tesi di D’Alema, le sue analisi, i suoi riferimenti culturali. E non sarebbe male sostenere l’opportunità per i progressisti europei di guardare oltre se stessi, al di là dell’Atlantico, stabilendo relazioni solide e ravvicinate con i Democrats. Scegliendo lo stimolo della falsificazione delle teorie (e la curiosità, la disponibilità ad aprirsi e mettersi in discussione), anziché la definizione dell’ortodossia e l’allontanamento degli altri per fare chiarezza; e scegliendo di partire dalla consapevolezza del comune destino europeo. Vengo a un esempio italiano: il welfare. Si è detto da più parti che la funzione storica della socialdemocrazia sta proprio nella difesa e nello sviluppo del sistema del welfare, anche attraverso nuove forme istituzionali. Non sottovaluto l’apporto decisivo delle formazioni cristiane europee alla costruzione del welfare, sia chiaro. In Italia però per decenni abbiamo chiamato il nostro sistema sociale, lo «Stato assistenziale». Era una definizione più corretta, perché distingueva l’originale versione democristiana dai sistemi edificati dalle socialdemocrazie europee. Poi (manco a dirlo, per colpa dei giornali) abbiamo cominciato a chiamarlo welfare. Ma il welfare in Italia non esiste. Non è Lord Beveridge il padre dello Stato assistenziale all’italiana. «Il nostro modello - ha scritto Antonio Polito - è piuttosto figlio della cultura del mutuo soccorso, di origine sindacale e del solidarismo cattolico, il cui peso piano piano è stato trasferito sulle spalle dello Stato. Il soggetto di questa assistenza non è il singolo, il cittadino individuato nella sua neutralità come avviene in Inghilterra, ma la sua appartenenza ad un gruppo sociale protetto, ad una associazione, una gilda, una corporazione». Il sistema italiano non è fondato sull’individuo, ma sulla famiglia; e le rimesse dello Stato, essenzialmente sotto forma di pensioni, sovvenzionano il nucleo familiare, che poi funziona al suo interno come distributore di ricchezza. Tanto per capirci, dopo sedici anni di Thatcher, in Gran Bretagna il sostegno ai giovani in cerca di lavoro, la cura degli anziani, dei malati di mente dei bambini è compito dello Stato. In Italia sono compiti della famiglia. Ora, che non si possa andare avanti così, ce lo dicono da tempo studiosi e osservatori. In primo luogo, perché le famiglie diventano più piccole e la rapida riduzione delle dimensioni del nucleo familiare rende sempre più marginale il ruolo della redistribuzione operata dalla famiglia. In secondo luogo, perché la redistribuzione all’interno della famiglia è resa sempre più difficile dall’aumento della disoccupazione fra gli adulti: con essa, aumentano le famiglie in cui nessuno lavora. Infine, perché la famiglia usata come «ammortizzatore sociale» comporta dei costi in termini di efficienza: presuppone la condivisione dell’abitazione, fattore che ostacola la mobilità della forza lavoro ed è legata alla bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro perché assegna a mamme e mogli importanti funzioni di cura. Inoltre, il nostro sistema di protezione sociale, come è stato ampiamente documentato, è fra quelli che meno contribuiscono a ridurre le disuguaglianze in Europa non soltanto perché è largamente incentrato sulle pensioni, ma anche perché le risorse lasciate libere dalle prestazioni pensionistiche sono male utilizzate. E il motivo per cui in Italia il modello di Stato sociale universalista socialdemocratico non si è sviluppato ha ovviamente a che fare con la natura familistica democristiana di quello che è stato costruito (con i suoi pregi e i suoi molti difetti), ma ha anche a che fare con il modo sempre assai incerto con cui la sinistra italiana ha coltivato il suo rapporto con il riformismo europeo. Lo ricordava Paolo Borioni: per quanto si vogliano attribuire al Pci dei grandi meriti nell’aver disciplinato alla condotta democratico costituzionale una sinistra italiana da sempre massimalista e al Psi di aver comunque garantito a tutto il mondo progressista lontano dal comunismo luoghi di dibattito e di rappresentanza, non ci sono dubbi che (consapevolmente o inconsapevolmente) essi sono rimasti troppo a lungo estranei alla cultura riformista europea. E ora che abbiamo deciso di «fare come in Europa» (adesso che l’Italia ha urgente bisogno di un nuovo e più efficace sistema di welfare e che la soluzione è forse più complicata di quanto non si pensasse), i progressisti italiani possono restare separati ancora una volta (ieri perché «comunisti» e oggi perché «democratici») dai processi di rinnovamento che ha vissuto e sta ancora vivendo la socialdemocrazia europea? Possiamo restare ai margini della scena europea perché incapaci di cambiare?

Il crudele paradosso

Si è detto che per i socialdemocratici (cioè per il centrosinistra europeo) la crisi finanziaria globale ha rappresentato un paradosso crudele. Perché? Perché quando la crisi ci ha colpito per la prima volta alla fine del 2008, in molti hanno dato per scontato che essa rappresentasse per la socialdemocrazia europea una straordinaria opportunità di rinnovamento politico e di recupero elettorale. Dopotutto, la socialdemocrazia ha sempre sostenuto l’intervento dello Stato per reagire ai fallimenti del mercato e salvare il capitalismo da se stesso. Ultimamente abbiamo sperimentato il fallimento più rilevante dal Grande Crollo nel 1930, eppure dappertutto in Europa, gli elettori sono sembrati riluttanti a trarre le conclusioni «corrette», e cioè che quelli che dovrebbero meritare la loro fiducia sono i socialdemocratici e non il centrodestra. E, ironia della sorte, come risultato della crisi, tanto i banchieri quanto il centrosinistra appaiono vacillare.  Il fatto è che in questa lettura del «paradosso» si dà per scontata l’adesione delle formazioni moderate e cristiane europee alla cultura liberista, si trascura l’impegno tedesco per l’economia sociale di mercato, la difesa dei campioni nazionali francesi, insomma si dipinge un antagonista di comodo, il che rende paradossale il ragionamento e non il processo storico. Resta il fatto che i risultati delle elezioni europee del 2009 difficilmente avrebbero potuto essere più deprimenti per i partiti di centrosinistra, che stanno dietro ai partiti di centrodestra in 21 dei 27 stati membri dell’Unione europea. Complessivamente, nel parlamento europeo, il PSE ha conquistato 184 seggi rispetto ai 265 del Partito popolare europeo: il peggior risultato dalla prima elezione diretta del Parlamento europeo nel 1979. A dire il vero, dietro il rendimento declinante dei partiti socialdemocratici, ci sono dinamiche strutturali più profonde. Queste erano evidenti prima della crisi economica globale, specialmente l’erosione continua dei «buoni» lavori della classe operaia, il crescente social divide tra i laureati e i lavoratori manuali, i nuovi rischi sociali come l’invecchiamento e la disoccupazione di lungo periodo verso i quali il welfare state tradizionale ha poche risposte, e lo spostamento verso valori sempre più individualisti. Il che ha esacerbato le tensioni esistenti nella base di supporto dei partiti di centrosinistra tra cosmopoliti e comunitaristi, accelerate dal declino delle forme tradizionali di coesione sociale. La sfida per i socialdemocratici europei e per tutti i progressisti ora è quella di approfondire le ragioni di questo declino strutturale di lungo periodo e di capire perché la crisi finanziaria globale non si è mostrata sufficiente a superare queste debolezze strutturali.

La politica della scappatoia

Il fatto è che la crisi ha smascherato nella socialdemocrazia europea un vuoto ideologico. La forza della politica di centrosinistra sta in un governo attivo e «enabling» nel contrastare l’ingiustizia e realizzare una società più giusta e più equa. Questo impegno etico può ancora animare un progetto politico? Penso di sì. Un grande progetto. Ma il suo potenziale andrà sprecato se i partiti socialdemocratici e i progressisti non sapranno accettare alcune dure verità.  Infatti, nel dibattito in corso, dovremmo anzitutto affrontare quella che è stata descritta da William Galston e Elaine Karmack come la «politics of evasion», cioè la politica dell’evasione, della scappatoia, dello sfuggire ai problemi. I due esponenti del progressive liberalism americano, usarono questa espressione per riassumere quello che ai loro occhi era stato il ripetuto rifiuto dei democratici negli Stati Uniti di guardare in faccia la drammatica perdita di fiducia nel partito tra gli elettori, seguita da una serie di sconfitte consecutive nelle elezioni presidenziali. Troppi americani erano arrivati a vedere i democratici come disattenti ai loro interessi economici, indifferenti se non ostili ai loro sentimenti morali e inefficaci nella difesa della loro sicurezza nazionale. Invece di affrontare la realtà, parecchi democratici scelsero di abbracciare la «politica dell’evasione», ignorando i problemi fondamentali del loro partito. Incolparono della sconfitta ogni genere di cose: le scarse sottoscrizioni e la tecnologia inadeguata, la debole presenza nei media, le personalità, le leadership «sbagliate», il fallimento nel mobilitare la «base tradizionale» e nel creare una «coalizione arcobaleno» di vari gruppi di interesse motivati da rivendicazioni concorrenti. In altre parole, costruirono scuse allo scopo di evitare di confrontarsi con i problemi e le domande fondamentali per un progetto di cambiamento.  Questa è proprio la situazione (difficile) che devono affrontare i socialdemocratici e i progressisti in Europa oggi. Per questo stavolta dovremmo cercare di mettere da parte le scuse. In giro ci sono (troppo) pochi politici disposti (e preparati) a dibattere le cause fondamentali della vulnerabilità del centrosinistra e della sua perdita di slancio, ma ai partiti del centrosinistra europeo non deve essere consentito di ritrarsi nella loro versione della politica della scappatoia. Il punto è che i partiti europei di centrosinistra sono diventati sempre più insulari, tagliati fuori dal più largo sviluppo nel mondo delle idee, sposati a presupposti ideologici e strategici datati e sprezzanti verso il desiderio apparentemente contradditorio degli elettori per libertà e sicurezza. Se i socialdemocratici e i progressisti, vogliono recuperare la capacità di vincere e mantenere il potere in un mondo grande, fatto di insicurezza, complessità e cambiamento costante, non si può continuare così. Il centrosinistra in Europa è affetto da un profondo malessere che non è risolvibile unicamente con posizioni di breve periodo, col riposizionamento tattico, sostituendo qualche pezzo grosso o cercando nuove alleanze elettorali. Al contrario, la nostra ambizione dovrebbe restare quella di formare partiti maggioritari capaci di costruire la coalizione progressista più larga possibile attraverso le nostre società. Ma per far questo bisogna soprattutto fare i conti con i dilemmi e le debolezze strutturali, con i compromessi politici e con le sfide di oggi.

Oggi il centrosinistra è sospeso tra imbarazzo e autocompiacimento. Da una parte ci sono i riformisti (o, volendo usare una vecchia espressione, i socialdemocratici revisionisti), imbarazzati dai vari accomodamenti fatti attorno la metà degli anni Novanta con le realtà (allora percepite) del capitalismo internazionale e della globalizzazione. Il gruppo di più alto profilo comprende naturalmente gli esponenti inglesi del New Labour. Ma ci sono anche i revisionisti dal cui esempio il New Labour ha imparato: la costruzione, da parte di Wim Kok del Polder model; il revisionismo della socialdemocrazia svedese sulla scia della loro crisi bancaria ed economica del 1990 e il corso riformista danese deciso da Paul Nyrup Rasmussen. Inoltre, il gruppo include anche quelli che, almeno per un periodo, furono entusiasti dell’esempio inglese, in particolare, il Neue Mitte di Gerhard Schröder e il centrosinistra italiano. Sono stati i riformisti, i revisionisti socialdemocratici, a sostenere, con grande passione, che la sinistra aveva bisogno di venire a patti con la realtà dei mercati e del capitalismo globale.  Ma ora dobbiamo spiegare che cosa è andato storto. Ce la facciamo? Dobbiamo rimproverare i riformisti per aver dato legittimazione agli eccessi dei banchieri e, più in generale, per la dinamica della globalizzazione che ha accentuato nelle nostre società  il modello di «winners and losers»? E come facciamo adesso (dopo aver riconosciuto con entusiasmo l’efficacia dei mercati) ad evitare di gettare il bambino con l’acqua sporca, con una ritirata alle forme tradizionali dell’utopia anti-mercato? Dall’altra parte c’è l’autocompiacimento dei tradizionalisti, che nei partiti socialdemocratici (e, ovviamente, anche nel Pd), sono sempre pronti a farsi sentire e che domandano il ritorno alle verità eterne che i revisionisti avrebbero smarrito. Con alcune eccezioni, gli esponenti di questo punto di vista non si sentono in dovere di proporre aggiustamenti in sintonia con i cambiamenti strutturali e alle dinamiche nelle società europee, e hanno pochissimo da offrire se non una difesa sostanzialmente conservatrice dello status quo del welfare state. Ovviamente, questa posizione ha scarso appeal verso i gruppi sociali bisognosi che si ritrovano marginalizzati come risultato delle divisioni insider-outsider nel mercato del lavoro e delle crescenti disparità generazionali, e meno ancora nei confronti della nuova classe media dei professionisti, degli autonomi e dei piccoli imprenditori. Questo tradizionalismo può facilmente essere rappresentato dai nostri avversari come la protezione (per la maggior parte) degli interessi particolari del settore pubblico e non appare né una credibile strategia elettorale né una strategia di governo. Siamo in grado di superare queste divisioni e queste debolezze? Naturalmente, può anche darsi che nel breve periodo il centrosinistra possa fare ben poco per conquistare terreno. La falsa logica dell’inevitabilità storica ha deluso più di una volta la sinistra in passato. Uno scienziato politico come Andrew Gamble sostiene che, storicamente, le recessioni tendono a rafforzare la destra. Le recessioni fanno sì che gli elettori badino a se stessi. E il risultato è che gli elettori sono più aperti agli argomenti dei conservatori moderati che possono essere considerati più affidabili nel trattare il contesto di incertezza e di insicurezza; in contrasto, secondo Gamble, la storia suggerisce una maggiore disponibilità a rischiare votando per la sinistra nei momenti di ottimismo sul futuro. Ci sono naturalmente importanti eccezioni a questa prospettiva storica, non ultime le vittorie di F.D. Roosevelt nel 1932 e di nuovo nel 1936, di Bill Clinton nel 1992 e anche di Barack Obama nel 2008. Ma questo riflette le differenze fondamentali nella prospettiva psicologica degli elettori europei e americani: quando la recessione manda in frantumi il sogno americano di opportunità individuale, gli elettori degli Stati Uniti si spostano a sinistra. Ma quando la recessione minaccia gli europei desiderosi di coesione sociale, gli elettori europei sono più inclini a riporre la loro fiducia nella destra. Anziché aiutare la socialdemocrazia, la crisi globale ha messo in luce le tensioni irrisolte nell’approccio all’economia di mercato e alla globalizzazione. Il revisionismo degli anni Novanta è consistito principalmente nel favorire l’economia di mercato. Ma i nostri leader all’epoca hanno fornito poche risposte convincenti sui limiti, sui confini di quello cui andavamo incontro. Oltretutto, questo processo di adattamento al mercato del centrosinistra è stato ovviamente più evidente agli elettori del punto di vista del centrodestra, perché ha rappresentato un grande cambiamento nel pensiero socialista tradizionale.  Al contrario, i partiti del centrodestra dominanti in Europa non sono mai stati entusiasti liberali economici. Accettavano l’economia di mercato come un fatto della vita, non come una crociata ideologica e hanno cercato di ordinarla per produrre risultati socialmente accettabili, tanto attraverso il dirigismo gaullista che attraverso l’insegnamento sociale cattolico della DC. Questa dedizione di lungo periodo al concetto di un «mercato sociale» ha molto giovato ai partiti di centrodestra nella crisi attuale. Ha consentito loro di descrivere la crisi come una prova degli eccessi del modello anglo-americano e come una prova delle virtù del mercato sociale. Con decisione, il centrodestra si è giovato anche della perdita di fede dell’elettorato tanto nel «Big state» che nel mercato libero, dell’accresciuta attrattiva del comunitarismo e del conservatorismo sociale, e del desiderio per l’ordine sociale e la stabilità proprio mentre le tempeste della globalizzazione turbinavano attorno al mondo. La crisi ha mostrato, insomma, che al centrosinistra manca una chiara concezione di ciò che è valido e legittimo e di ciò che non lo è, in una moderna economia di mercato. Ma è qui che sta una delle sfide essenziali per il centrosinistra: esso deve sviluppare una critica, sufficientemente sofisticata, del mercato.

Il declino strutturale

Qualunque siano state le manchevolezze ideologiche o i difetti strategici più recenti, è importante riconoscere che la sconfitta storica inflitta al centrosinistra nelle elezioni europee del giugno 2009 non è un fenomeno nuovo, ma si colloca all’interno di una tendenza di lungo termine che abbraccia gli ultimi due decenni. La realtà è che, ben prima dell’avvento della crisi finanziaria, e perfino prima dell’ultima ondata di revisionismo socialdemocratico, la maggior parte dei partiti socialdemocratici europei hanno fornito prestazioni misere, tanto nelle elezioni nazionali che in quelle europee, indicando (nonostante alcuni successi di rilievo negli anni Novanta) un malanno profondo. Questa conclusione si può trarre dai semplici dati elettorali. In Francia, per esempio, il PS non vince un’elezione nazionale dal 1997, mentre le sue percentuali elettorali nel primo turno delle elezioni legislative non hanno più raggiunto i livelli degli anni ’80.  Analogamente, il Pvda in Olanda non è riuscito a passare la soglia del 30% dalla fine della Guerra fredda, sperimentando un numero di risultati particolarmente insoddisfacenti negli ultimi quindici anni (1994, 2002, 2006), precipitando, in un’occasione, persino sotto il 20%. In Germania, la Spd si è aggiudicata sostanzialmente un solo risultato elettorale convincente dalla riunificazione (41% nel 1998), muovendosi confusamente nel 2002 e perdendo in altre quattro campagne, e alle ultime elezioni con un incredibilmente modesto 23% - il suo peggior risultato del dopoguerra. Nel frattempo la socialdemocrazia danese ha patito tre sconfitte consecutive dal 1998. E, infine, la socialdemocrazia svedese, che si è piazzata costantemente sopra il  40% tra il 1930 e il 1990, è stata bloccata negli ultimi vent’anni attorno al 30% (con la notevole eccezione del 1994) e ora si ritrova all’opposizione. In questo contesto, i tre successi consecutivi del Labour Party dal 1997 sembrano piuttosto eccezionali, sebbene avvenuti nel contesto di un sistema elettorale maggioritario a turno unico («il primo prende il posto»).

Una grande idea per i nostri tempi

Dunque, quali sono le debolezze strutturali che si nascondono dietro la performance declinante dei partiti socialdemocratici e del centrosinistra? Poco prima del millennio, Ralf  Dahrendorf ha scritto della «fine del secolo socialdemocratico». Per Dahrendorf, la «terza via» e altri progetti revisionisti furono solo tentativi disperati (e largamente deludenti) di sviluppare una nuova «grande idea» per i nostri tempi. Infatti, c’è chi ritiene che la missione centrale della socialdemocrazia sia stata sostanzialmente realizzata, poiché le ricette socialdemocratiche fanno parte oggi di ogni menu politico. Quindi, non ci sarebbe più niente di «specifico» nella socialdemocrazia. In fondo, potremmo dire che, dalla breccia nell’ordine mondiale aperta nel 1989, la socialdemocrazia combatte una battaglia persa. Il periodo dopo la seconda guerra mondiale aveva, infatti, permesso l’emergere di un modello di stato nazionale che ha visto, in definitiva, la solidarietà nazionale vincere sulla solidarietà di classe internazionale. E’ stato un periodo definito dallo scopo dell’emancipazione della classe operaia, durante il quale i socialdemocratici si sono sforzati di fare avanzare, nelle nostre società, la posizione dei meno fortunati all’interno di confini statali stabiliti e attraverso l’uso, principalmente, della redistribuzione e di nuovi diritti. Ma, con i nuovi livelli d’integrazione globale ed europea – spronati dall’ampiezza della competizione economica internazionale e dall’immigrazione – questa caratteristica adattativa della socialdemocrazia si è trasformata in una caratteristica principalmente difensiva e protezionista: una posizione che difficilmente può ispirare o essere mantenuta all’infinito. Inoltre, molti tendono a incolpare della distruzione delle istituzioni collettive e della creazione di una società sempre più individualista, il capitalismo di mercato e la nuova ondata di globalizzazione. Come conseguenza, la solidarietà di classe si è consumata, e la società non è più vista attraverso il conflitto strutturale, la disputa inconciliabile, tra lavoro e capitale. E la fine della guerra fredda (anche se ha permesso al centrosinistra di distinguersi chiaramente dagli eccessi del socialismo di Stato) ha segnato la fine del sogno socialdemocratico. Perciò ci dobbiamo chiedere: gli obiettivi morali della socialdemocrazia possono essere ridefiniti nel XXI secolo? E possiamo ridefinire l’area progressista nel suo insieme?

La militanza

Per cominciare, di fronte a noi ci sono due sfide strutturali chiave (e per molti aspetti interconnesse) che riguardano la militanza e l’insediamento. La socialdemocrazia è nata come un movimento di massa. La sua capacità di mobilitare gli elettori è stata sempre legata strettamente alla sua ampia riserva di iscritti, di militanti impegnati, e alle organizzazioni associate (soprattutto il sindacato). Questi gruppi centrali, a loro volta, hanno creato il sostegno per le politiche e le idee socialdemocratiche. In aggiunta, i partiti socialdemocratici hanno tradizionalmente occupato un importante ruolo, socialmente strutturato, tra lo Stato e i salariati. Tutto questo ha contribuito alla particolare identità cui la maggior parte (se non tutti) i partiti di centrosinistra in Europa sono ancora affezionati. Ora, il dato che più colpisce è la consistenza e l’assoluta estensione del declino dell’iscrizione ai partiti che si è verificata con la fine degli anni ’90. Questo rimanda al problema più profondo dell’impegno dei cittadini nell’età della modernità. E, naturalmente, corrisponde al declino sostanziale nell’iscrizione al sindacato. Ma ricerche recenti hanno mostrato che c’è una forte relazione tra i livelli di  militanza e l’efficacia dei governi nelle democrazie liberali, come ha rilevato la Banca Mondiale. Perché la militanza non soltanto stimola una più alta affluenza al voto e più solidi mandati politici per le riforme, ma aiuta anche a costruire quel capitale sociale di cui i partiti hanno bisogno per risultare affidabili e governare con autorevolezza. Ne deriva che la perdita di capitale sociale che avviene come risultato di tali sviluppi inevitabilmente sollecita di più e mette in tensione di più quei partiti che invocano il «primato della politica» e confidano nell’intervento dello Stato. Inoltre, aumenta l’evidenza di una fluttuazione nella fedeltà degli elettori. In sostanza, gli «elettori indecisi» sono diventati più importanti e formano una porzione crescente dell’elettorato. Le dirette implicazioni di questo dato variano a seconda dei paesi: in Francia e in Italia, gli elettori di solito oscillano all’interno dei blocchi politici e in linea con le preferenze ideologiche, mentre in altri paesi come il Regno Unito e la Germania, gli elettori non tralasciano di saltare da un blocco politico ad un altro. Comunque, in entrambi i casi, la conclusione sostanziale è che oggigiorno i partiti socialdemocratici devono investire molto di più nel mobilitare e nel convincere i loro «tradizionali» insediamenti, che sono disponibili, più che nel passato, a cercare alternative.  Insomma, la capacità di contare sulla lealtà di ampi gruppi sociali è svanita, mentre la relazione con i cittadini si è fatta molto più impegnativa. La domanda fondamentale che dovremmo porci, allora, è se le strutture, l’organizzazione e perfino le funzioni dei nostri partiti tradizionali, possano ancora soddisfare le necessità sofisticate di un Volkspartei nel XXI secolo, o se non sia  richiesta una trasformazione più radicale dei nostri partiti. Resto dell’opinione che, ad esempio, oggi in Italia solo la leadership può essere una risposta alla crisi di legittimazione. Specie se si considera che la supplenza della classe politica nei confronti di uno stato inconsistente non è più possibile. Il mutamento è già avvenuto. Il vecchio sistema dei partiti non torna più, neppure ripristinando proporzionale e preferenze. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l’identificazione e l’appartenenza (all’ideologia, all’utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l’unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l’esercizio della cittadinanza nello stato. Non è una questione tecnico-istituzionale, è una questione etico-politica. Caduti gli stimoli del passato, come si riattiva la partecipazione alla politica? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie?

Insediamento

Molto è stato detto sulla frammentazione del tradizionale insediamento socialdemocratico. Con il declino dei «buoni» lavori operai e altre radicali trasformazioni sociali, la base centrale della socialdemocrazia si è (non sorprendentemente) ridotta negli ultimi decenni. Questo sviluppo va di pari passo con le tendenze verso una maggiore diversità negli interessi della gente: la loro etnicità, religione, istituzione, le loro famiglie, la situazione lavorativa e livello di reddito. Da tempo, parecchi iscritti alla Ig Metall votano per la Linke, per i Verdi, ma anche per il centrodestra: per la Cdu e la Csu e per i liberali dell’Fdp. Come in Italia. Un sondaggio Ipsos del maggio scorso realizzato per il Sole 24 Ore dava il voto operaio per il 60% a favore del centrodestra. Niente di nuovo, ovviamente, a parte la dimensione. Eppure, mentre è chiaramente in corso un riallineamento tra le vecchie classi e i partiti sull’asse destra-sinistra, sembra, allo stesso tempo, nella maggior parte dei paesi europei, di stare sperimentando l’emergere di nuove strutture di classe che creano nuovi tipi di milieu politici: si è parlato di un «precariato alla deriva», di «scarsamente formati e orientati all’autorità», di «arrampicatori sociali soddisfatti» e così via. Il punto è che la «società 30-40-30» sta chiaramente cambiando (di nuovo). Ed è importante riconoscere che molti gruppi sociali in precedenza coerenti sono stati «sfasciati» in termini di interessi, di status e perfino di valori. L’ulteriore tendenza verso una crescente eterogeneità nelle preferenze degli elettori costringe perciò i partiti tradizionali ad affrontare il compito di «ricostruire», interessi (il più delle volte) divergenti all’interno di differenti strati di società. Se questa tendenza prosegue davvero, allora dovremo esaminare molto più da vicino la capacità dei partiti di centrosinistra di raggiungere gruppi sociali differenti. In altre parole, mentre emergono nuovi gruppi sociali, è in grado il centrosinistra di operare come “catch all party”, colmando il divario tra l’individuale e il collettivo, o tra l’alta specializzazione e la bassa specializzazione?

Cinque questioni ricorrenti

Nel dibattito aperto nel centrosinistra europeo ricorrono cinque dimensioni essenziali.

1) In primo luogo, c’è bisogno di più chiarezza sulle politiche della globalizzazione. Il centrosinistra ha mancato di beneficiare elettoralmente dalla crisi economica perché manca di un credibile racconto delle politiche di globalizzazione. In realtà, gli elettori affrontano due impulsi contraddittori. Da una parte, vogliono governi forti, capaci di proteggerli dalle insicurezze che la globalizzazione comporta. Dall’altro lato, tengono alla possibilità della scelta e alla loro autonomia, e sono scettici della capacità degli stati centrali di proteggere i posti di lavoro e gli standard di vita attuali in un’economia globale. Ci può essere, certo, una richiesta di misure radicali per gestire l’impatto della crisi finanziaria e riformare le istituzioni che hanno condotto all’assunzione di rischi eccessivi e all’irresponsabilità, ma gli elettori sono più propensi a sostenere quel partito, o quei partiti, che sono capaci di ristabilire una cornice di ordine e stabilità, all’interno della quale essi possono condurre le loro vite e raggiungere i loro obiettivi personali. La sinistra in Europa deve lavorare su questa contraddizione, invece di mostrare di ignorarla o, addirittura, di negarla.

2) In secondo luogo, bisogna affrontare le risposte del centrodestra alla crisi finanziaria. La crisi finanziaria globale ha fatto risorgere in modo straordinario la vecchia causa socialdemocratica per uno «stato attivo». Ci sono, naturalmente, dei pericoli. Ha poco senso rispolverare le politiche interventiste del passato. E non è nemmeno il momento di ritornare a un modello protezionista, anti europeo, anti-global di «socialismo in un solo paese». Quel occorre non è che il centrosinistra giri le spalle alle forze dinamiche dell’apertura economica, ma che, liberato dalle costrizioni neo-liberal passate, riconosca esplicitamente che i limiti del mercato (che possono produrre insuccessi e conseguenti iniquità) hanno bisogno di essere meglio gestiti nel pubblico interesse. Il centrosinistra non esiste per promuovere e proteggere lo Stato, ma per assicurare che lo Stato favorisca gli interessi collettivi anziché gli interessi personali di un’elite. Quello che i socialdemocratici devono costruire non è un governo più pervasivo, ma uno stato strategico in grado davvero di  guidare ed intervenire nelle sempre più complesse reti ed istituzioni dell’economia e delle società globalizzate. Il che vuol dire, ovviamente, più Europa. E un’Europa «diversa». Questa è la sfida principale che la crisi pone al centrosinistra europeo.

3) In terzo luogo, la comprensione del peso dell’acuta ansia all’interno delle società europee circa il declino morale e sociale è un’altra importante dimensione, sebbene non vada sovrastimata grossolanamente. Il sostegno per la tolleranza e il pluralismo è cresciuto moltissimo negli ultimi cinquant’anni, e la fiducia e la coesione non stanno vacillando al limite del collasso come si racconta. Ma, ciò nonostante, gli elettori europei mantengono anche alcune preoccupazioni reali sulla direzione di marcia delle nostre società; e queste preoccupazioni includono la compressione della vita familiare, la commercializzazione dell’infanzia, la relazione tra fede, secolarizzazione e spazio pubblico, l’emersione di nuove forme di identità e il ruolo e la legittimazione dello Stato-nazione. E c’è un certo pessimismo, che pervade gran parte d’Europa, sulle tendenze future della società. Il che ha a che fare anche con la natura della cittadinanza e dell’identità nel mondo di oggi. I progressisti storicamente tendono a dare la cittadinanza per scontata, vedendola come il prodotto di un set di diritti civili, politici e sociali inalienabili che sono emersi dalla sistemazione del dopoguerra. Ma la crescita dell’immigrazione, della diversità, dell’eterogeneità etnica, e l’emergere di un nuovo compromesso di classe in Europa occidentale ha distrutto i vecchi modelli di cittadinanza. L’identità, come l’economia, è ora una questione rilevante del dibattito politico, così come la deriva apparente verso il relativismo morale e il declino morale. Perciò la sinistra deve riconoscere non solo che diritti e responsabilità dovrebbero andare di pari passo, ma, come sostiene Michael Sandel, dobbiamo riconoscere qualcosa di più che diritti e scelte individuali, affermando una politica del bene comune radicata su durevoli convincimenti morali.

4) In quarto luogo, i progressisti devono affrontare la confusione che circonda le politiche redistributive e l’equità e che spesso lascia i progressisti vulnerabili all’accusa che la distribuzione che essi sostengono è più arbitraria o ingiusta della distribuzione creata dal mercato. L’implicita combinazione di redistribuzione e diritti individuali ha indebolito l’enfasi sul dovere, l’impegno, creando l’impressione che il welfare state sarà sempre a disposizione sia per i bisognosi che per gli incoscienti. Ma questo colpisce al cuore quel che i politici inglesi descrivono come il «fairness code».

5) Infine, bisogna ideare un piano coraggioso per il futuro capace di catturare l’immaginazione della gente. I partiti della sinistra vincono quando abbracciano il futuro anziché contare sui risultati del passato. Le elezioni non servono ad ottenere la gratitudine degli elettori, riguardano la visione e il cambiamento. Il centrosinistra deve dimostrare che comprende le forze e  le tendenze che stanno rimodellando la nostra società - dalla globalizzazione all’individualizzazione, dalla demografia all’invecchiamento. E dobbiamo mostrare agli elettori che abbiamo un piano credibile per il futuro. Per quanto approfondito possa essere il dibattito, da solo sarà insufficiente per il recupero del centrosinistra. Il centrosinistra in Europa ha bisogno anche di nuove istituzioni. Negli Stati Uniti, la modernizzazione e la rinascita dei US Democrats fu progettata con la creazione del Democratic Leadership Council (DLC). Nel 1989, il ruolo del DLC fu quello di sfidare l’ortodossia democratica, di cercare nuove idee, e di sviluppare una nuova generazione di politici progressisti con la testa rivolta al futuro. Questo è esattamente quel che occorre ora alla sinistra europea – una coalizione di istituzioni in grado di lavorare con organizzazioni sorelle e think tanks in tutta Europa – preparata ad affrontare le dure domande con cui oggi i progressisti devono fare i conti. Inoltre, anche se l’Europa non è gli Stati Uniti, dobbiamo prepararci ad apprendere dall’esperienza del social liberalism progressista, e viceversa. Con i democratici americani.  Di nuovo, comune è la ricerca e le soluzioni non saranno molto diverse. Se ce la facciamo a sfidare e contestare la politica della scappatoia, il passo successivo resta quello del rinnovamento del centrosinistra. Delle sue idee, dei suoi uomini, dei suoi programmi. E vale ovviamente anche per il Pd. Ha poco senso guardare alle nostre spalle o difendere le realizzazioni del passato. La nostra missione è guardare al futuro per forgiare una società più equa e più giusta. E, come sempre, non c’è tempo da perdere.

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