Convengo SI.DI.PE. Ideazione penitenziaria
Trieste, 26 febbraio 2010
Intervengo volentieri augurandomi che le considerazioni che propongo alla discussione possano contribuire ai lavori del vostro convegno.
Non è un mistero per nessuno che il nostro Paese attraversi un momento critico. Anche perché, a forza di rinviare le scelte difficili, ormai tutti i nodi stanno venendo al pettine e, disgraziatamente, tutti in una volta: infrastrutture inadeguate, il collasso del nostro sistema educativo, della giustizia, del sistema carcerario, ecc. Oltretutto, tutto sta cambiando vorticosamente intorno a noi e la grande trasformazione (che gli americani descrivono in modo persuasivo come la crescita, il «risveglio del resto», di quei paesi finora ai margini dello sviluppo) impone anche all’Italia un impegnativo processo di adattamento. Dal punto di vista economico, in primo luogo, poiché il nostro, tra i paesi più industrializzati, è quello che cresce meno da almeno 15 anni (e mai dal dopoguerra è cresciuto così poco) e ciò dipende da una produttività molto bassa che è l’indicatore finale di tutte le cose che non vanno. In secondo luogo, dal punto di vista del funzionamento dello Stato, poiché la crisi di efficienza e di affidabilità del sistema politico e istituzionale è ormai gravissima e non risparmia nessun livello territoriale e nessun settore della pubblica amministrazione. E’ perciò venuto il momento di uno sforzo grande di riforma dello Stato. E c’è da augurarsi che con noi si impegnino forze sociali e politiche in numero e qualità sufficiente ad imprimere la svolta di cui il paese ha bisogno.
Il Parlamento ha discusso il mese scorso della situazione del sistema carcerario italiano ed ha approvato le mozioni di indirizzo proposte dai diversi gruppi parlamentari. La nostra mozione parte da un dato, quello del sovraffollamento delle carceri. Ma non come situazione di emergenza ed eccezionalità a cui bisogna porre rimedio con provvedimenti eccezionali ed estemporanei, bensì come situazione strutturale che nasce, più che dalla crescita della criminalità, dalla sistematica crescita della criminalizzazione e dalla conseguente risposta di contrasto alla criminalità cosiddetta di strada. E’ difficile sfuggire all’impressione che si cerchi di colpire con il carcere ciò che non si riesce a tenere sotto controllo in altro modo. Ne è un esempio tangibile la politica sull'immigrazione: il recente reato di nuovo conio, quello di immigrazione clandestina e la progressiva accentuazione di una normativa sostanziale e processuale costruita sul cosiddetto doppio binario.
Oggi la condizione di sovraffollamento nella quale, dopo l’indulto, si è precipitati di nuovo (65 mila detenuti, 31 mila circa in attesa di giudizio) è segnata da una crescita che ha superato le mille unità al mese e corrisponde in misura preponderante alla crescita della presenza di stranieri nelle carceri, unitamente ai tossicodipendenti, ai malati psichiatrici e a tutte le altre forme di devianza sociale che colpiscono gli strati più bassi della popolazione. Tutto ciò accresce la popolazione carceraria e (apparentemente) soddisfa quell'ansia di sicurezza che, a torto o a ragione, pervade la società civile. In media, possiamo dire che gli stranieri costituiscono il 38 per cento della popolazione carceraria e provengono da 140 Paesi diversi. Anche se va detto che pochissimi sono i Paesi con cui l'Italia ha una convenzione bilaterale (due o tre al massimo).
A sentire il Ministro competente si sarebbe provveduto ad espellere 3.300 detenuti immigrati. Il guaio è che le sue dichiarazioni non solo si sono risolte in un nulla di fatto (anche per l'impossibilità e per l'onerosità del provvedimento in sé ), ma non hanno fornito una risposta in grado di risolvere in maniera incisiva il problema del sovraffollamento. E’ infatti il caso di sottolineare che per tutti - mi riferisco a stranieri, tossicodipendenti, soggetti con problematiche psichiatriche e sociali - la crescita dell'intervento penale (e quindi del carcere) è purtroppo strettamente proporzionale alla diminuzione delle risorse dedicate ai servizi e agli interventi sociosanitari. Ne è una conferma anche l'assoluta carenza del personale civile penitenziario destinato all'attività di trattamento: parlo di educatori, sociologi, di psicologi e di assistenti sociali. I ruoli organici, già di per sé carenti, presentano ormai situazioni di scoperture patologiche. Gli educatori in pianta sono 1.376, quelli in servizio sono 792: un educatore ogni 82 detenuti. Tutto ciò si riverbera non solo nel sovraccarico di compiti per i singoli, ma proprio nel mancato funzionamento di quel circuito e di quei sistemi che hanno come premessa necessaria proprio l'intervento di quegli operatori. Quindi finisce per prevalere l'area della custodia rispetto a quella della rieducazione individuale, e di conseguenza sono rare le occasioni di lavoro, è limitata l'attività scolastica e di formazione professionale e sono scarse le possibilità di praticare attività diverse a fini risocializzanti.
Ma se il fine ultimo e risolutivo della pena deve essere proprio quello del recupero sociale del condannato, allora bisogna prevedere i mezzi e gli strumenti per rendere effettiva tale finalità. La pena non è un qualcosa di rigido, ma - sempre nel quadro della durata della pena detentiva certa - le modalità esecutive possono cambiare in ragione della concessione di misure alternative. Per far ciò, la premessa necessaria è che vi sia l'effettiva valutazione da parte di una rete di operatori numericamente e professionalmente attrezzati. Altrimenti, prendersela con la legge Gozzini che non funziona o con la magistratura di sorveglianza accusata spesso di essere di manica larga, è solo un modo per scantonare il problema, è solo propaganda. Perché niente si improvvisa e occorre un'equipe interna al carcere che, durante la permanenza del detenuto, ne osservi l'atteggiamento rispetto al reato, l'effettiva volontà di riscatto e, alla fine, con una relazione di sintesi, riferisca al magistrato per il percorso più opportuno. Per non parlare del problema, che ormai è cronico, della carenza del personale della polizia penitenziaria, che è al di sotto dell'organico di tantissime unità, così come ha denunciato il capo del DAP nelle sue due audizioni in Commissione giustizia. Anche se il confronto tra territori mostra differenze non trascurabili: al Sud gli agenti per detenuto sono del 13% più numerosi rispetto alla media nazionale, mentre il Nord segna un 17 % sotto la media. E uno sforzo di ottimizzazione nell’utilizzo delle risorse richiede la chiusura di istituti fortemente sottoutilizzati.
Insomma, è evidente che la reale possibilità per i detenuti di riconquistare la libertà, anche come capacità di autodeterminazione responsabile nel rispetto dei valori della convivenza civile, è strettamente legata ad un carcere che funzioni. Per questo, con la nostra mozione, abbiamo chiesto al Governo che si impegni a farlo funzionare. Ad esempio, chiediamo che siano favorite le proposte volte all'utilizzo dei fondi, quali quelli cospicui della cassa delle ammende pari a circa 159 milioni di euro per incrementare i programmi di esecuzione esterna e rivitalizzare le misure alternative alla detenzione. Specie se si considera che, come risulta da ricerche del DAP, dopo anni dalla conclusione dell'esecuzione della misura alternativa, la recidiva si verifica nel 19 per cento dei casi, mentre, nello stesso tempo di commisurazione, dopo l'esecuzione in carcere, la recidiva è del 68,5 per cento.
Si impone, quindi, un ripensamento, a breve e a lungo termine, del modello unico di istituto penitenziario attuale, partendo da due considerazioni: anzitutto, dalla preponderanza nel panorama detentivo di soggetti sottoposti a custodia cautelare per periodi brevissimi (30 mila soggetti in media all'anno trascorrono in un istituto penitenziario periodi non superiori agli undici giorni e poi vengono scarcerati) e, in secondo luogo, dal fatto che i detenuti per i quali si esige un regime di elevata sicurezza non raggiungono le 10 mila unità sui 65 mila che oggi popolano le carceri; mentre per gli altri detenuti, quelli anche di media sicurezza, la detenzione in cella come situazione di «normale» permanenza quotidiana diventa una delle cause del sovraffollamento e anche dell'aggravio dei costi e quindi dell'insufficienza del personale.
Guardiamo all'Europa. Non serve guardare alla Svezia. Anche in Spagna il classico «fortino» è riservato ad esponenti della criminalità organizzata o ad autori di efferati crimini con il connesso obbligo di permanenza in carcere, per gli altri vi sono moduli di diversa organizzazione. Quindi, in un sistema carcerario che ha come fine ultimo la riabilitazione e la reintegrazione sociale del detenuto il lavoro – ho visto che su questo punto ci saranno importanti contributi -, il lavoro dentro e fuori dal carcere rappresenta, insieme all'istruzione e alla formazione professionale, uno strumento privilegiato di prevenzione della nuova criminalità, una forma essenziale, una possibilità concreta di recupero della dignità morale ed umana della persona detenuta.
Con la nostra mozione, abbiamo chiesto un impegno del Governo su questi temi che segni un passo avanti concreto. Infatti, siamo convinti che la legittimazione dello Stato a punire non può e non deve mai prescindere dalla condizione concreta di esecuzione della pena, perché il buon funzionamento del sistema carcerario ed il corretto trattamento dei detenuti sono importanti indicatori del grado di civiltà e di democrazia di un Paese. Quindi, noi confidiamo che vi sia in questo senso un concreto impegno da parte del Governo. Ma, per imprimere quella svolta di cui il Paese ha bisogno, è indispensabile il contributo degli operatori e quell’attenzione vigile dell’opinione pubblica che il convegno di oggi mi auguro possa contribuire a sollecitare. Buon lavoro.














